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19 Marzo: Festa di San Giuseppe, tra Madie e Falò, inizia la Primavera che l’Inverno bruciò!

 

Mattra-banca, su due sedie, esposta in strada. Foto GCS Edizioni del Grifo, Lecce, 1992.

Sarà capitato anche a voi, di avere una musica in testa, sentire una specie di orchestra, suonare suonare, zum zum zum zum zum, e di imbattervi in ingorghi di traffico a sorpresa della vostra cittadina o in impensabili divieti d’accesso alle strade del centro, che inizialmente non riuscite a spiegarvi spesso perché distratti dal nostro tram tram quotidiano, e invece poi basta rilassarsi, riflettere un attimo e realizziamo che siamo tra il 18 e il 19 Marzo, e si sa che in questi giorni fervono nelle strade dei nostri paesi le celebrazioni delle famose Màdie o Mattri di San Giuseppe, le tavolate devozionali imbandite con ogni tipo di prelibatezza a cominciare dal pane, chiamato appunto pane di San Giuseppe, protettore degli orfani e dei poveri, per ricordare l’ultima cena. Da Sava a Maruggio, da Fragagnano a Lizzano, da Monacizzo a Uggiano Montefusco, da Torricella a San Pancrazio Salentino, dove alcuni di questi banchetti si possono addirittura ammirare comodamente seduti dai finestrini dei pullman di linea che collegano Taranto a Lecce, e in tanti altri centri delle province del Sud, non si scappa! Il famoso Sud del Sud dei Santi, diceva Carmelo Bene.

Si tratta di tavole devozionali con ricchissimi banchetti preparati, addobbati ed esposti davanti al quadro di San Giuseppe, spesso allestiti nella propria rimessa, come a Lizzano, o in una stanza della propria casa che si affaccia sulla strada, oppure esposti per strada ed aperti al pubblico, come a Sava e dintorni.

Banchetto allestito davanti all’effigie di San Giuseppe. Foto GCS Edizioni del Grifo, Lecce, 1992

Il termine Màdia, nel significato diffuso, è un mobile rustico, costituito da una capace cassa rettangolare a coperchio ribaltabile, che era destinata alla lavorazione e conservazione del pane di casa, e infatti era il simbolo della casa, visto che aver la Màdia. piena, significa aver la casa piena d’ogni ben di Dio. Mentre la màdia nostrana, come quella salentina, detta anche Mattra o Mattra-Banca, è costituita da un tavolo con i bordi rialzati in cui veniva conservato il pane fatto in casa e, durante questi giorni, le mattre venivano esposte in strada, poggiate su due sedie. Ed ecco che si allestiscono dei veri e propri altari devozionali, al fine di chiedere una speciale protezione del focolare domestico e della famiglia dalle avversità, tutti ornati del famoso pane di San Giuseppe, che, una volta benedetto, viene poi distribuito ai fedeli. Sui banchetti possiamo trovare panetti semplici o a forma di chiave o forbice che, nel paganesimo erano gli oggetti dati ai propri cari per facilitare la fuga dagli inferi, oppure, rifacendosi al cristianesimo, possiamo trovare pani a forma di croce, la colomba simbolo di pace, e il pesce simbolo del Cristo.

Il 19 Marzo potrebbe capitare anche a voi di essere fermati, come è successo a me a Monacizzo, frazione di Torricella , anche se siete in macchina, sulla strada per andare a mare, richiamati da una qualche signora con panaro al seguito, intenta a dispensare e a moltiplicare pani di San Giuseppe sulla via nuova, offrendo sorrisi e senza chiedere nulla in cambio.

E non è un caso che sempre in questi giorni ci si imbatta in Falò singoli e grandi come a Grottaglie e a San Marzano di San Giuseppe dove è festa grande per il santo patrono e dove spero che non usino ancora i poveri asini a farli ammazzare di fatica per trascinare abnormi montagne di legna che quella non è tradizione ma violenza gratuita! Da Maruggio a Sava, dove con l’avvento dell’installazione delle tubature del gas sotto il manto stradale, da plurimi, i fuochi si sono ridotti a singoli, allestiti nel paese in prossimità di chiese o conventi.

Ed ecco che il gesto antico del rito del fuoco si rinnova ogni anno, della sacralità della brace, creduta “fuoco del santo”, che poi, ridotta in cenere, veniva portata nei campi per fertilizzare il terreno.
Io mi ricordo sulla strada di casa mia, le cataste di salmenti trasportati dal trattore e dall’apecar di turno, fatte di fascine di rami secchi potati della vigna, e di ramoscelli di ulivo, che erano lo spasso di ogni ragazzino, mentre le signore, le vere mattatrici della festa, la Franca, la Pina e la Anna, erano riunite tutte in una casa, al lavoro davanti al forno a legna tra impasti per le pucce e preparazione delle zeppole da leccarsi i baffi, poi arrivava Nino con la fisarmonica e al grido di “musica maestro” si dava inizio all’accensione del Falò e si rimaneva tutti incantati davanti alle lunghe fiamme. C’era un bel lavoro di squadra e tutti si sentivano parte di un gruppo, tutto per la pura gioia di una fiammata!

Così come sulle origini della tradizione del Falò, dove il fuoco diventa ancestrale rito apotropaico, di buon augurio, con cui si brucia l’inverno e si dà il benvenuto alla Primavera, si pensa che anche la tradizione delle Màdie votive o Mattre sia da collegare agli antichissimi riti di passaggio stagionale con scopo magico-propiziatorio, come per esempio era la grande Festa Romana dei Saturnalia, da cui sarebbe derivato anche il Carnevale, dove con conviti e dei banchetti si festeggiava l’abbondanza dei doni della terra, concedendo agli schiavi la più larga licenza, quasi a rappresentare simbolicamente il tanto desiderato stato di uguaglianza favoleggiato dal mito di Saturno.
La Festa prevedeva un sacrificio solenne nel tempio di Saturno, cui teneva dietro un banchetto (convivium publicum), alla fine del quale i convenuti si scambiavano il saluto augurale. Io, Saturnalia (evviva i Saturnali! Cioè, come dire, evviva il Carnevale!). Al convito ufficiale corrispondevano i banchetti privati nelle singole case, dove s’invitavano parenti ed amici. […] Il senso di eguaglianza e di fratellanza umana, per pochi giorni rinato, si manifestava con la massima libertà concessa allora ai servi, per i quali i padroni stessi usavano imbandire un banchetto […].

Non dobbiamo dimenticare infine tutta la tradizione legata ai culti della fertilità della terra in onore di Demetra, la dea delle messi. Demetra nella mitologia greca, Cerere in quella romana. A Demetra si attribuisce anche la nascita del pane.
Quindi tutta questa operosità collettiva di questi giorni è, sì, profondamente religiosa, ma ha anche ascendenze pagane, perché questa solare celebrazione del pane, quindi della fertilità e dell’abbondanza, apre anche le porte alla Primavera, e, infatti, il 19 Marzo finisce quasi per coincidere con l’Equinozio di Primavera, che quest’anno nel 2019 cadrà il 20 Marzo alle ore 21.58, diventando la festa che unisce al fervore religioso lo spirito di rinnovamento della terra e di risveglio dal torpore dell’inverno, nel momento che precede la primavera. Fino all’anno 1977 la data figurava addirittura tra le festività religiose nazionali. Nel 2044 l’Equinozio di Primavera cadrà per la prima volta proprio il 19 Marzo!

Jenne Marasco

G. Rohlfs, Vocabolario illustrato dei dialetti salentini (Terra d’Otranto),
S. Fischetti, Lizzano per San Giuseppe. Le tavolate devozionali. Storia e costume, Ediz. Amici della «A. De Leo», Brindisi 1988
Gruppo Culturale Savese, I falò e le “madie” di S. Giuseppe a Sava, Edizioni del Grifo, Lecce, 1992.

 

 

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Notizie su Jenne Marasco

Jenne Marasco
Jenne Marasco nata a Sava dove tutt’ora risiede. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Lecce, Indirizzo Storico Artistico. Ha conseguito la maturità scientifica al Liceo De Sancits Galilei di Manduria. Ha lavorato in ambito culturale per Eventi e Festival di Cinema occupandosi di Comunicazione, Ufficio Stampa, Organizzazione, Recensioni di Cinema e di Storia del Territorio. Ha collaborato alla realizzazione di documentari su personaggi di rilievo come il poeti e artisti salentini, e su tematiche storiche dedicate alla memoria. Ha collaborato come assistente alla regia al documentario “Viviamo in un incantesimo” (omaggio a Vittorio Bodini 2014). Ama molto leggere ha la grande passione della scrittura.

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