sabato 15 Dicembre, 2018 - 20:11:23
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Bentornati al Sud di Palma Agosta

Nelle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018, l’’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, traccia un quadro preoccupante: 578mila giovani occupati in meno tra 2008 e 2017 mentre a trovare lavoro sono stati quasi solo gli over 55. Aumentano le sacche di emarginazione e degrado sociale, anche per la debolezza dei servizi pubblici a partire dalla sanità. Nel 2019 rischio di forte frenata della crescita; fuga di 1,8 milioni di residenti negli ultimi 16 anni, la metà dei quali under 34. In base alle previsioni quest’anno il pil del Meridione crescerà solo dell’1% contro il +1,4 del Centro Nord e nel 2019 c’è il rischio un forte rallentamento dell’economia meridionale: +0,7 contro il +1,2 nel Centro Nord. Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti di cui la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero.

Così, ogni volta riviviamo la stessa scena: studenti fuorisede che salutano le proprie famiglie nelle stazioni cadenti, con abbracci stretti e pieni di speranze “tornerò”, ma nei nostri cuori sappiamo che non sarà così. E il sud si impoverisce: perde i giovani e la tradizione perché non ha più nessuno a cui travasarla.

Ma perché siamo arrivati a questo punto? Si tende solitamente ad attribuire la responsabilità di questo divario allo stato e alle istituzioni. E forse in parte è anche così: basta confrontare le infrastrutture del Piemonte e quelle della Puglia per rendersene conto. Ma non è solo colpa dello stato, che spesso diventa un capro espiatorio, quello più comodo da additare.

La responsabilità è di tutti noi, di tutte le generazioni che ci hanno preceduto. La questione Meridionale, diciamolo, è un problema culturale. Siamo noi i primi nemici di noi stessi, quelli che non ci crediamo. La colpa è dei nostri nonni, dei nostri genitori, che è vero, piangono quando andiamo via, sperando di rivederci a Natale e per le vacanze estive, ma che non hanno mai avuto il coraggio di cambiare, non hanno mai avuto il coraggio di denunciare, che hanno fatto spallucce alle ingiustizie, alle negligenze, alle omissioni, al servilismo, al lavoro in nero, allo scambio di voto, che non hanno mai veramente creduto in loro stessi pensando, e sbagliando, che “tanto da noi le cose vanno sempre così, che tanto vince chi è più furbo o più forte”. Come se la forza fosse accettare di lavorare in nero o scambiare il proprio voto per lavorare tre mesi d’estate come vigile ausiliario. No. Essere forte significa credere nella terra che ci ha dato la vita, amarla e in nome di questo amore tornare e cambiare le cose. Per restituire ai nostri figli il futuro a cui hanno diritto.

Dobbiamo tornare. Creare noi quelle opportunità, invertire il flusso, portare a casa quello che abbiamo imparato dai libri, e che abbiamo visto che funziona e che fa parte di noi, che siamo andati via, siamo cambiati, siamo cresciuti e torniamo più ricchi e aperti.

Centocinquant’anni di questione meridionale bastano. Chi salverà il Sud se non i suoi figli?

E infatti le cose stanno cambiando. Lo scorso settembre il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, a Bari alla Fiera del Levante afferma che “In controtendenza alla fuga dei giovani al Sud si registra una storica corsa alla terra per 18mila under 40 che vedono nel ritorno nelle campagne del Mezzogiorno una opportunità di lavoro e di realizzazione personale. Sui 30mila giovani under 40 che nel 2016/2017 hanno presentato domanda per l’insediamento in agricoltura dei Piani di sviluppo rurale (Psr) dell’UE, ben il 61% è concentrato nel Meridione e nelle Isole. L’interesse delle nuove generazioni – aggiunge – richiede un urgente impegno per velocizzare le istruttorie dei piani di sviluppo rurale. Siamo infatti di fronte ad un cambiamento epocale che non accadeva dalla rivoluzione industriale, con il mestiere della terra che è la nuova strada del futuro“.

Sono sempre di più quelli che scelgono di abbandonare l’aria di città, un lavoro stabile, per una sana vita in campagna anche come semplici agricoltori o pastori; non solo, c’è anche chi torna anche per avviare attività ricettive, o per coltivare e rendere produttiva la propria passione. Non è facile, per questo i giovani del Sud approfittano sempre di più dei corsi di studio ideati per i futuri imprenditori e chiedono con tenacia il sostegno di istituzioni nazionali e internazionali per favorire le loro attività. E la rete si mobilita in loro sostegno. Sono molti infatti i siti, i blog e le agenzie interinali nate proprio per questa ragione. In puglia ad esempio il sito https://bentornatialsud2011.wordpress.com/ mette in contatto coloro che, dopo lunghi o brevi periodi di lontananza, sono tornati nella propria Terra d’origine per ricominciare, e danno loro supporto sia nella fase di rientro che di reinserimento.

La scorsa estate abbiamo raccolto alcune testimonianze.

Maria Grazia, 58 anni, insegnante di diritto a Milano, con suo marito Paolo e i figli Chiara e Walter, decidono di investire nella loro terra d’origine, la Puglia. Così nel 2006 acquistano Masseria Potenti, imponente struttura del’ XI sec. situata nella macchia mediterranea di Manduria. Il nome deriva dal termine dialettale Putienti, dovuto all’antica appartenenza della masseria alla nobile famiglia degli Imperiali. Ha circa 20 alloggi tutti diversi ricavati dalle stalle e dalle casette in cui una volta vivevano i contadini che si occupavano della masseria. Muretti a secco e labirinti di fichi d’india danno il benvenuto agli ospiti che mangiano tutti i prodotti dell’orto, a KM 0, dall’ottimo vino di Manduria, il Primitivo, prodotto in masseria, al pane fatto in casa. “Vivevo a Milano, dove insegnavo diritto – ci racconta Maria Grazia – La nostra è stata una risposta ad un richiamo. Pur amando Milano, dove sono nati e cresciuti i miei figli, ho cercato di rinsaldare il rapporto con le mie radici, cercando di ritagliarmi un posto al sud, in cui rifugiarmi quando ne sentissi l’esigenza. Chi nasce al Sud, se lo porta dentro. E ne tramanda i colori, gli odori e il senso di appartenenza ai figli.

Come nasce il progetto?

io e mio marito abbiamo sempre nutrito uno smisurato amore per il nostro paese d’origine. Ho sempre amato cucinare e impastare il pane e tutto è cominciato anche da lì, perché a Milano ho sempre donato ai miei vicini di casa il pane e insegnato ai bambini a farlo in casa. E con la mia famiglia ci siamo promessi di continuare a portare avanti la Masseria con lo stesso amore iniziale, con lo stesso calore di una casa in cui bisogna sempre trovare il tempo per ascoltare e ascoltarsi. Se potessi tornassi indietro, lo farei prima

Secondo te perché il sud non decolla? E chi lo dice? Abbiamo il vento in poppa!

Chiara ha 31 anni, è la secondogenita di Maria Grazia e Paolo, si occupa del marketing della Masseria e ci ha detto “Tutti i ricordi più belli della mia infanzia sono legati alla casa sul mare dei miei nonni e alla vita in estate sugli scogli. È sugli scogli che ho scoperto che il cielo di Giugno è diversissimo da quello di settembre. Il Sud lo vedo crescere ogni giorno, e se penso alla mia realizzazione personale non credo di poter essere più grata e riconoscente al Sud. E non vorrei aver investito in nessun altro posto al mondo. Forse quello che manca rispetto al nord è il senso di network e di sana competizione in cui l’esempio virtuoso di uno porta all’arricchimento dell’altro, ma sono fiduciosa è solo questione di tempo. Bisogna sentirsi solo un po’ sicuri della propria identità, senza sentirsi impoveriti da un vicino lungimirante. Siamo un po’ indietro, ma arriveremo perché il Pugliese è tenace e forse dopo un po’, con calma, per me, nata e cresciuta al Nord, ci arriva sempre e bene”.

David Cesaria, 42enne, di Maruggio – Taranto – architetto, pittore e artista, si definisce un artholico. Ha creato il brand Lumisaria, ovvero una rivisitazione in chiave moderna e pop delle tradizionali luminarie Salentine che tutto il mondo ci invidia e conosce. Di lui dice “vivo tra la puglia e le nuvole. Sono un tossico dell’arte. Non passa settimana senza aver visto una mostra, letto un libro o visto un film a tema, ne sono dipendente. L’Arte per me è l’opposto di abitudinarietà, è la condanna all’innovazione permanente, è l’equilibrio tra ragione e follia, tra sogno e realtà. Arte non è solo una tecnica da applicare, ma il mio modo di pensare ed operare. Nonostante io abbia fatto studi scientifici ed abbia una laurea in architettura, la mia passione è stata sempre l’arte. Ho sempre desiderato divenisse la mia professione. E ci sono riuscito solo quando sono tornato a casa.

Raccontaci la tua storia

Sono ritornato in Puglia 9 anni fa, avevo perso il mio lavoro a Milano per la crisi internazionale. Lavoravo soprattutto con l’estero e siamo stati i primi a cogliere gli aspetti devastanti della crisi economica e finanziaria. Non ho trovato da subito un’occupazione fissa e quindi ho deciso di ritornare in puglia dove avrei dato una mano all’azienda di famiglia che si chiama Cesaria arte, nel settore dell’home decoration. Pensavo fosse un momento passeggero, invece poi ho scoperto che non era così male. Ho ricominciato a prendere i ritmi più rilassati della mia terra ed avere più tempo per pensare e soprattutto creare.
La mia opera parla di tradizione con ironia: è colore, magia, un occhio attento può subito cogliere i riferimenti alle opere del passato e presente che mi influenzano.

I tuoi impegni
“Sono da poco entrato a far parte della galleria area B di Milano, che segue una serie di artisti della mia generazione che stimo molto. Sono Previste le fiere di arte contemporanea, una personale a Milano in Inverno sempre in Galleria. Una collettiva a Lecce nei sotterranei del castello di carlo V. Inoltre sono da poco ritornato da un viaggio a New York per promuovere il mio lavoro in un paio di gallerie della grande mela, incrociamo le dita.
Cosa sogni per te e per la tua Puglia
C’è bisogno di maggior attenzione sugli artisti del luogo, una collaborazione a più livelli tra pubblico e privato. Incentivare la crescita di mostre ad alto livello. Creare un network tra artisti, critici, curatori, ma anche favorire una cultura del contemporaneo, già dalle scuole. I ragazzi conoscono Picasso, nessun altro dopo lui. Se non si fanno mostre su artisti giovani e competenti, come si farà a creare interesse e curiosità sul nuovo? La puglia è una terra vivace, ricca attenta e dedita al turismo. Io la amo e la sogno come meta culturale, oltre che posto dove si magia bene e ci sia un bel mare.
Non ci resta che rimboccarci le maniche, e tornare a casa.”

Box: l’interpretazione accademica

Il professor Eugenio Di Rienzo, ordinario di Storia moderna presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma afferma “Se osserviamo questo divario partendo dall’analisi del PIL, le differenze tra il PIL delle provincie più avanzate del Regno delle Due Sicilie e quelle del futuro triangolo industriale (Piemonte, Lombardia, Liguria) furono del tutto inesistenti fino al 1860, come è largamente dimostrato dalla recente letteratura storiografica; l’aprirsi del divario economico tra le due Italie va imputato ad altre cause. La perdita della sovranità monetaria, fiscale, e di quella decisionale in materia economica e finanziario, di uno organismo politico costretto forzosamente ad accorparsi con un altro Stato, senza nessun tipo di preparazione preliminare. Evento, questo, che configura un caso assolutamente diverso dalla lenta e progressiva unificazione economica della Germania bismarckiana rispetto dell’improvvisata unificazione della Penisola realizzato da Cavour e dai suoi successori.
Il disastroso impatto del sistema fiscale sabaudo che fu imposto all’ex Regno borbonico senza nessun tipo di perequazione. Il prelievo di ricchezza dal Meridione al Settentrione che si realizzò automaticamente con l’accorpamento del debito statale degli antichi Stati italiani a quello sabaudo e che fu soprattutto funzionale ad evitare la bancarotta del Regno sardo, dissanguato dall’emorragia finanziaria della Guerra di Crimea e del conflitto con l’Austria. Le grandi scelte, fatte, dopo il 1861, prima a Torino e poi a Firenze, guardando sempre alla nuova “Lotaringia” economica (Belgio, Francia, Stati germanici) e troppo poco allo spazio economico mediterraneo e ai consolidati partner commerciali del Mezzogiorno: Russia, Inghilterra, Levante ottomano, Africa settentrionale. Le stesse aree, per paradosso, che proprio Cavour riconobbe, al termine della sua esistenza, essere le naturali regioni di sfogo del lavoro e delle energie produttive degli ex domini di Francesco II. Dopo il secondo conflitto mondiale ebbe avvio la fase di più grande sviluppo economico che l’Italia unita abbia mai avuto e contestualmente anche il più determinato e finanziariamente imponente sforzo di dirottamento di risorse a favore del Mezzogiorno grazie alla riforma agraria e all’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno. Allora anche nel Meridione nacquero numerosi nuclei industriali e l’agricoltura, pure in accelerata fase di ammodernamento, perse decisamente terreno di fronte all’avanzata dell’industria e soprattutto delle attività terziarie. Scomparve quasi completamente la società contadina meridionale esistente nel 1861. Quella meridionale divenne un’economia prevalentemente terziaria con consistente presenza anche di attività secondarie e un’agricoltura prevalentemente capitalistica. Per la prima volta dall’Unità il divario del Pil pro capite decrebbe.

Col 1973 prese avvio una quarta fase, protrattasi fino al 2014, nel corso della quale si arrestò definitivamente il boom industriale degli anni Sessanta e il divario Nord-Sud riprese a crescere tornando ai livelli degli anni Cinquanta e causando una ripresa dell’emigrazione dal Sud verso il Nord e soprattutto verso l’estero, che si era arrestata a fine anni Sessanta. In 150 anni di storia c’è stato un solo momento in cui sarebbe stato possibile risolvere il problema del riequilibrio territoriale: quello di fine anni Sessanta-primi Settanta del Novecento, quando l’Italia era diventata una delle maggiori potenze industriali del mondo, un apparato di infrastrutture terrestri tra i migliori d’Europa, aveva una finanza pubblica sana, un rapporto debito pubblico/PIL di circa il 30% contro l’oltre 130% di oggi. Sarebbe stato allora possibile, sulla base di una politica dei redditi e di una programmazione nazionale rigorosa, puntare al consolidamento della produttività dell’apparato produttivo nazionale e a un deciso abbattimento del divario Nord-Sud.

Avvenne invece esattamente il contrario e a partire dal 1969 a livello nazionale si determinò quella svolta nelle relazioni tra movimento sindacale, mondo imprenditoriale e Stato che puntò a un aumento generalizzato dei salari e dei consumi assolutamente superiori agli aumenti di produttività. Nel giro di pochi anni si ebbe una inevitabile conseguente inflazione a due cifre accentuata dalle crisi petrolifere. Nel contempo dilagò la degenerazione del sistema delle partecipazioni statali e fu avviata la costruzione di un Welfare assolutamente al di sopra delle possibilità della finanza pubblica e dell’economia nazionale, che diede un contributo fortissimo a quella galoppata dell’indebitamento delle pubbliche amministrazioni che ha portato il rapporto debito pubblico/PIL ai pericolosi livelli odierni. A ciò si aggiunse il fallimento del ceto politico delle Regioni meridionali, istituite negli anni Settanta, che dopo aver contribuito indirettamente alla soppressione della Cassa per il Mezzogiorno, non seppero raccogliere l’eredità di quel che di positivo essa aveva saputo realizzare.

Il Sud è la strada di casa e il calore materno delle origini. Tornare a sud dà frutti quando si avvera e dà fiori quando non si avvera. I primi a volte sono dolci e a volte amari, i secondi si nutrono di nostalgia. Al Sud si va in vacanza o si rientra a casa, è l’aria aperta e i frutti appesi, la vita della natura e nella calura. Se il Nord guida il mondo, il Sud lo sorregge; è il suolo della vita, è il luogo della nascita, è la credenza dei ricordi. C’è sud nei tre quarti del pianeta e nei tre quarti del nostro Paese; il Sud esporta umanità. Anche ora che il Sud sprofonda e i ragazzi fuggono, c’è una forza di gravità o di attrazione che spinge verso sud anche chi non è nato a sud; c’è sempre un famigliare, un’origine, un ricordo, un richiamo che ti porta a scendere. Questo libro – che nasce dalla riscrittura e ampliamento di due precedenti opere, “Il segreto del viandante” e “Sud. Un viaggio civile e sentimentale” – è scandito in tre tempi, il passato, il presente e il ritorno a casa, e in tre toni, curioso, divertente e malinconico, più un ragionamento finale sui sentimenti per dedurre la geo-filosofia del Sud, il pensiero del ritorno. Il viaggio scorre attraverso le contrade del Meridione, i suoi punti cruciali, i suoi luoghi d’ombra e di luce. E per compagna di viaggio, madre e matrigna, la nostalgia, che muta l’amaro in amore di ciò che si è perduto.
Marcello Veneziani

Palma Agosta

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Notizie su Palma Agosta

Palma Agosta
Palma Agosta è un Ufficiale della Marina Militare, giornalista pubblicista, attualmente impiegata presso il Ministero della Difesa – Ufficio Stampa, di Diretta collaborazione del Ministro della Difesa. Nata a Manduria ed è cresciuta a Maruggio. Ha frequentato il Liceo Francesco De Sanctis di Manduria. Nel 2002, vince il concorso Marescialli della Marina Militare. E’ tra le prime donne ad arruolarsi nella Forza Armata. Si laurea nel 2005 in “scienze organizzative gestionali marittime e navali” . Nel 2011 vince il concorso da Ufficiale e frequenta il corso di perfezionamento presso l’Accademia Navale di Livorno. Arriva a Roma nel 2013 dove è impiegata come Addetto Stampa presso l’Ufficio Stampa della Marina Militare. Frequenta nel 2015 presso l’Università degli studi di Tor Vergata il Corso di perfezionamento in Giornalismo Internazionale per inviati in aree di crisi dedicato a “Maria Grazia Cutuli” – giornalista italiana assassinata in Afghanistan nel 2001. Ha collaborato con il mensile 13 Magazine. Da luglio 2017 collabora con la Rivista Madre, mensile dedicato alla famiglia, dove è responsabile della rubrica “Moda e modi”. Vive a Roma, ama la musica e il teatro. Ha un cane, un jack russel di nome Mina, che ama alla follia. Ama la sua terra le cui sfumature si possono cogliere nella lettura dei suoi pezzi; “ la mia terra è sempre stata la mia musa: nel mio lavoro e nella vita privata. Le radici degli ulivi secolari di Maruggio, mi hanno sempre ricordato di rimanere con i piedi ben piantati per terra. E il profondo mare, e i suoi profumi, hanno sempre accompagnato in tutti i momenti della mia vita, quelli belli e quelli brutti. E’ li che mi rifugio ed è li che mi ritrovo sempre. Maruggio è il calore della famiglia, è il verde del mare calmo e allo stesso tempo l’urlo del mare in tempesta nei periodi di scirocco. Maruggio è calmo e selvaggio. Come me.”.

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