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Curiosità Salentine: il Lampascione, bulbo sopraffino

Il Lampascione, o Lampagione (nome bot. Leopoldia comosa, sin. Muscari comosum) è considerato alimento gustoso e prezioso, e gode di fama afrodisiaca sin dai tempi degli antichi romani. Si tratta di un bulbo ricercatissimo nella locale tradizione, e consumato in abbondanza. Nella voce dialettale, a causa della sua forma, è sinonimo di testicolo ed anche per questo è considerato influente sul buon funzionamento dell’ “attributo” umano corrispondente (tipico esempio di applicazione della teoria delle segnature: il bulbo ha somiglianza con il testicolo umano ed è perciò considerato veicolo di cura e sostegno per quell’organo).

Le proprietà afrodisiache del Muscari sono descritte da Dioscoride, da Plinio, da Galeno e da Ovidio.

Gli antichi Romani utilizzavano i lampagioni nei pranzi nuziali, come cibo augurale e in quanto, appunto, afrodisiaco.

Il consumo, il prestigio e la ricerca di questo bulbo in ambito laziale si sono protratti nel tempo e nella storia, stando anche a quanto emerso dagli archivi storici degli Ispettorati Agrari di Puglia, in cui sono segnalate esportazioni di “lampagioni rossi” dalla Puglia a Roma (Congedo, 1980).

Ampasciòni, ampasciùlu, campasùlu, lampasciòni, lampasciùne, pampasciòni, pampasciùne, pampasciùlu, vampasciòni, vampasciùlu, queste e numerose altre le varie denominazioni, tutte simili fra loro, nei vari dialetti di Terra d’Otranto.

Etimologicamente, la derivazione sembra essere dal greco λαμπάδιον, diminutivo di λαμπάς-άδος (fiaccola), dunque “piccola fiaccola”, “fiaccolina”. Nell’antichità, lampadion era anche un particolare tipo di acconciatura femminile (in cui i capelli, legati a ciuffo con alcuni nastri, davano l’immagine della fiamma).

Muscari comosum, infiorescenza

Il popolarissimo bulbo è utilizzato fin dal periodo neolitico. I lampascioni sott’olio sono inseriti nell’ Atlante dei prodotti tipici agroalimentari di Puglia, e sembra proprio che questi bulbi siano stati diffusi e resi popolari in Italia dai pugliesi.

A Grottaglie, oltre che i bulbi sott’olio, si consumano le cime fiorite della pianta, dette pisciacantannu. Vengono consumate dorate e fritte (Nardone et al., 2012).

Le modalità di consumo e di preparazione del bulbo sono svariate; si mangiano crudi, cotti, lessi, arrostiti alla brace, sotto la cenere, al sugo di pomodoro, conditi con olio, aceto, sale e pepe, conditi con la pastasciutta.

Nella medicina popolare salentina i bulbi dei lampagioni, cotti, pestati e messi in una garza, erano utilizzati per cataplasmi per ascessi, foruncoli, pelli secche e irritate (Nardone et al., 2012). Un altro utilizzo è quello del bulbo fresco schiacciato e apposto sulla ferita (Frigino et al., 1999).

Notoriamente, il lampagione richiede tempo, fatica e laboriosità per essere dissotterrato, tanto da aver generato una figura “specializzata”, lu “pampasciunaru”, ovvero il contadino che, armato di “zzapponi” o di “picu”, cavava il bulbo dalla terra per poi in parte rivenderlo e in parte portarselo a casa come alimento per la propria famiglia. Il “pampasciunaru” in genere era una persona che non possedeva un suo pezzo di terra, e viveva della raccolta vagante dei prodotti del suolo (funghi, asparagi, lumache, ecc. ecc.) per poi trarne sostentamento. Il “pampasciunaru” si accorge della presenza della pianta dalla sua infiorescenza che emerge dal terreno (in genere pascoli o incolti) in primavera.

Pampasciunaru” è detto, oltre che del raccoglitore, anche del divoratore di lampagioni (Congedo, 1980).

Numerosi i detti e i proverbi in cui è presente il Lampagione: ne elenchiamo a seguire alcuni.

Un proverbio leccese recita: “è scurùtu lu Carniàle, cù purpette e maccarruni; mò ne’ tocca l’acqua e sale, e quattru-cinque pampasciuni”. Questo proverbio si ripeteva dopo il Carnevale, all’inizio della Quaresima (Nardone et al., 2012).

Naturalmente, non poteva mancare questo bulbo così popolare come soprannome, oltre che di persone, addirittura degli abitanti di un paese: gli abitanti di Carosino, in quanto consumatori assidui, son soprannominati “pampasciùni” da quelli dei paesi limitrofi.

“Teni tanta ti pampasciuni”, “tene tanti de pampasciuni”, ecc. ecc., ricorre come modo di dire, dal leccese al brindisino al tarantino, per indicare persona in gamba e/o dotata, mentre “rompitore te pampasciuni” sta per “rompiscatole”.

Un detto salentino riferito a persona alta e magra è: “se ieri pampasciune nci ulìa nu mese cu te sprecàunu” (se fossi un Lampagione ci vorrebbe un mese per dissotterrarti).

Raffaele Congedo, in un vecchio articolo sulla rivista Sallentum, ci descrive la figura di un personaggio leccese vissuto nel primo trentennio del Novecento, e popolarissimo in tutto il Salento: Don Giuliu Pampasciulu.

Chi non ricorda una divertente figura di vagabondo a spasso e che è vissuto nei trent’anni dell’inizio del Novecento? Fu una macchietta tipica salentina, per il suo carattere allegro e buontempone. Era costui un diseredato vanesio, di sangue blu, strano e simpatico paranoico; la sua immagine è ancora immortalata nelle statuette popolari in terracotta ed esposta durante le manifestazioni flcroristiche nei mercatini di piazza che precedono le feste natalizie. Puntualmente in frac, marsina e “paglietta”, egli amò arringare per tutta la vita, folle entusiaste di monelli ed adulti tra cori di fischi, pernacchie ed evviva. Sempre imperturbabile… le strade del Capoluogo e della Provincia si ripopolavano al suo trionfale passaggio. Non disdegnava autoinvitarsi alle tavole dal vino generoso. La sua spiccata e bonaria permissività divertì tutta Lecce che lo ricorda ancora. Era noto in tutto il Salento e lo chiamavano DON GIULIU PAMPASCIULU!” (Congedo, 1980)

Don Giuliu Pampasciulu dal testo di Raffaele Congedo

 

Ogni primo venerdi di marzo, ad Acaja, in provincia di Lecce, si tiene la festa de La Madonna de li pampasciuni (è la Madonna Addolorata che per l’occasione cambia nome), una sagra in omaggio al bulbo, che si tramanda da secoli e che attira gente da tutti i comuni limitrofi.

Madonna de li Pampasciuni dal testo di Raffaele Congedo

Gianfranco Mele

BIBLIOGRAFIA

A. Frigino, G. Sacchetti, A.Bruni, F. Poli, Preparati fitoterapici vulnerari in uso nel Salento, Informatore botanico italiano, 31 (1-3) 190-192, 1999, Atti “Botanica Farmaceutica ed Etnobotanica”

Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta Fave e favelle, le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro di Studi Salentini, Lecce, 2012

Raffaele Congedo, “I Lampaggioni” nel loro habitat, Sallentum, Rivista quadrimestrale di cultura e civiltà salentina, E.P.T. Lecce, Editrice Salentina, Galatina, Anno III, Nn. 1-2, Genn.-ago 1980

Gianfranco Mele Aju, Cipodda e… Pampasciuni tra cura dei vermi, malocchio e rimedi afrodisiaci magico-popolari, La Voce di Maruggio, sito web, dicembre 2018

 

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Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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