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Dal diario di una principessa: Maria d’Enghien, la sposa del nemico

fotografia: Domenico Semeraro

23 aprile 1407, Taranto.  Ebbene sì, il sole s’è destato e anch’io sono giunta all’alba di un nuovo viaggio. Fervono i preparativi per una festa, una celebrazione, un matrimonio: il mio matrimonio.

Mai come in questo momento mi trovo a riflettere sulle radici di questa parola: matrimonio.
Mater, munus. Beh, la mater si dà il caso che sia io – sono madre di quattro figli e “madre”, in senso lato, del mio popolo – ma il munus, il dovere, qual è?

È mio dovere quello di convolare a nozze oggi, nella cappella del castello sita nella città che ho strenuamente difeso fino a pochi giorni fa? Dal 16 aprile quel maledetto, manigoldo, figlio di un cane altrimenti chiamato Ladislao d’Angiò-Durazzo, il “Magnanimo”, assedia questa antica città, lasciata sola al suo crudele destino! Tutti mi hanno abbandonata nella mia lotta: Francesco Orsini, papa Innocenzo VII, anche il mio povero marito defunto, Raimondello.

Sono sola a difendere il mio popolo. Non soccombere dinanzi alla potenza militare del Regno di Napoli è impossibile. Ho già resistito, circa un anno fa, per due mesi ad un altro assedio, combattendo al fianco dei miei soldati.

Ora non si tratta di vincere o perdere, è mio dovere scegliere se cadere rovinosamente dinanzi al sanguinario Ladislao, provocando ulteriori sofferenze e razzie ai danni del Mio popolo, oppure cedere ad una dolorosa alleanza, sposando il mio più acerrimo nemico.

Ecco il munus! Il mio dovere è proteggere la mia gente, le mie terre… è questo che un sovrano deve fare.

Ho fatto organizzare i “festeggiamenti” in tutta fretta: non c’è tempo da perdere. Non so quel che sarà di me, si dice in giro che Ladislao abbia avuto già due mogli e, che non abbiano fatto una bella fine. Inoltre, Ladislao è un lussurioso, dedito ad intrattenersi con numerose cortigiane.

La mia unica speranza è che egli sappia rispettarmi come nemico, che si è valorosamente battuto, non come sposa, e che i miei figli possano vivere senza altre angustie.

Non importa se attribuiranno questo mio gesto ad una improvvisa vanità, perché, si sa, le donne sono creature quanto mai vanesie. Mi importa la concretezza del mio gesto e non la superficialità dell’involucro: il titolo di Regina.

Se non puoi combattere il tuo nemico, alleati. Ed è questo che io oggi farò.

Soluzione diplomatica o combattivo negoziato? Ai posteri l’ardua sentenza.

Maria di Maggio

Autore della fotografia: Domenico Semeraro

 

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