sabato 22 Gennaio, 2022 - 5:52:24

Erbe aromatiche nostrane: Timo, Santoreggia, Issopo. Gli impieghi nella tradizione

Erbe aromatiche nostrane: Timo, Santoreggia, Issopo. Gli impieghi nella tradizione

Con il nome dialettale “Tumu” vengono spesso identificate nel dialetto e nella cultura popolare locale piante affini come proprietà e impieghi, ma di differenti specie.

La specie più diffusa e utilizzata in Salento di queste piante, tutte appartenenti alla famiglia delle Lamiaceae, è il Timo capitato (Thymbra capitata) detto anche Timo arbustivo, precedentemente inserito, nella nomenclatura botanica, nei generi Thymus e Satureja e oggi inserito nel genere Thymbra (è stato in precedenza nomenclato Thymus capitatus, Satureja capitata, Satureja thymbra).

Meno diffuso, ma presente anch’esso nelle nostre zone, è il Timo serpillo. Plinio asseriva che il nome serpillo è stato dato a quest’ erba perchè “serpeggia”, in riferimento a come si spande sui terreni; a causa di questa sua caratteristica, in antichità si credeva anche che fosse efficace contro il morso dei serpenti, delle scolopendre e degli scorpioni (si facevano bollire ramoscelli e foglie nel vino).1

Nel Rinascimento il Timo era utilizzato, cotto nel vino, come rimedio per l’asma e la podagra. Altri suoi utilizzi erano per eliminare la tenia (vedremo più avanti che è stato utilizzato sino ai primi del ‘900 in Salento a questo scopo), per curare le infiammazioni della vescica, come rimedio contro forme varie di avvelenamento, e infine, polverizzato, come dentifricio e disinfettante delle gengive.2

In medicina popolare era utilizzato anche per placare il mal di stomaco degli etilisti. Gli impacchi di foglie bollite, e chiuse in una garza, erano utilizzati a Lecce per curare gli orzaioli.3

Erbe aromatiche nostrane: Timo, Santoreggia, Issopo. Gli impieghi nella tradizione
Timo capitato

Inalazioni di rametti bolliti erano utilizzate per liberare le vie respiratorie, e le foglie triturate erano utilizzate per la preparazione di una pomata contro la tigna (composta di Timo capitato, zolfo e sego di montone).4

Nella provincia di Brindisi si essiccavano fichi e pomodori su una sorta di lettiera di timo, e tale lettiera serviva anche ai pastori per poggiarvi il formaggio fresco al fine di aromatizzarlo. Questo formaggio era così preparato un po’ in tutto il Salento, e prendeva il nome, a Manduria e nei paesi limitrofi, di casu di tumu.5

Rametti di timo venivano utilizzati nei palmenti per pulire i recipienti, e come tappo delle botti di mosto.

10 grammi di foglie bollite per 15 minuti in 100 gr. d’acqua” erano la ricetta per “la malattia dei polmoni”. 6

Il botanico pugliese Martino Marinosci (1786-1866) riferisce anche dell’impiego del Timo per facilitare le mestruazioni, dissipare la cefalea, calmare il dolore provocato dai denti cariati.

Lo scrittore manduriano Michele Greco riporta l’uso del Timo capitato come vermifugo, masticandone le foglie e inghiottendo il succo.7 Allo stesso scopo venivano utilizzate anche la Mentuccia (Clinopodium nepeta, preced. Satureja calamintha) e l’ Issopo altrimenti detto Micromeria (dalle nostre parti si trovano facilmente le specie Micromeria graeca, volg. Issopo meridionale, e Micromeria canescens, volg. Issopo villoso, molto simili tra loro).

A questa tipologia di piante venivano attribuite anche proprietà afrodisiache, e difatti il Mantegazza riporta che “la Satureja thymbra. L., ha il suo nome da Timbro, città delle Troade, dove cresceva in abbondanza; per cui Priapo fu detto timbrofago”.8 Sono riportati, come vedremo più avanti, utilizzi afrodisiaci di piante di questo genere anche da parte dei nostri contadini.

Per quanto riguarda le erbe che oggi vanno sotto la classificazione specifica di Santoregge, la più diffusa in Salento allo stato spontaneo è la Satureja cuneifolia (Santoreggia pugliese). Nei dialetti dei vari paesi questa pianta viene detta: racanizzu, rucanizza, tumu masculinu. Utilizzi in medicina popolare sono stati come disinfettante, come antidiarroico, digestivo, e come rimedio contro fermentazioni intestinali, stomatiti, disturbi ittero-biliari, vermi dell’intestino. Veniva data inoltre da mangiare a pecore e capre per dar odore al latte, si aromatizzava il vino con questa erba, e veniva utilizzata come condimento per legumi vari.9 Si usava mettere mazzetti di Santoreggia pugliese sulle culle dei bambini, per allontanare le zanzare.10 Un altro utilizzo della Santoreggia pugliese (come della Thymbra), rimasto in auge al giorno d’oggi, era per “spurgare li cuzzeddi”.

Erbe aromatiche nostrane: Timo, Santoreggia, Issopo. Gli impieghi nella tradizione
Santoreggia pugliese

Michele Greco testimonia l’utilizzo della Santoreggia come afrodisiaco in ambito salentino: “Da qualche vecchio impertinente ho visto masticare le foglie della Satureja, che è ritenuta dal popolo come afrodisiaco11 In questo caso egli si riferisce alla Micromeria jiuliana detta in precedenza Satureja juliana. una varietà di Issopo. Altre Micromerie presenti nella nostra zona sono la Micromeria canescens (Issopo villoso, detto in dialetto Arienu marinu) e la Micromeria graeca (Issopo meridionale).

Anticamente, l ‘Issopo era utilizzato a vari scopi medicinali: depurativi, per la cura dell’asma, e di altre affezioni dei polmoni e dei bronchi.12

Le varie erbe genericamente classificate come Santoreggia hanno un utilizzo tradizionale antico, diffuso ovunque, come erotizzante e tonificante anche per uso locale sugli organi genitali.13 Lo stesso nome Satureja, si ritiene derivi da σάτυρος (satiro), la mitologica creatura personificazione della fertilità e dell’impeto sessuale. Nell’ ambito delle ricette magiche in voga tra medioevo e secoli successivi, che il tossicologo Enrico Malizia riporta in una sua corposa ricerca (una selezione di antiche ricette da formulari, manoscritti e testi che vanno dal 1400 agli inizi del 1800), la Santoreggia è nella composizione di un infuso per combattere l’impotenza e la frigidità.14 Analogamente, una bizzarra pozione per rendere potente il frigido comprende il Timo fra altri ingredienti animali e vegetali.15 Essenza di Timo è uno degli ingredienti per la preparazione di un incenso d’amore.16 Un filtro per favorire l’eros in una donna frigida comprende un pugno di timo, insieme a polvere di cantaride ed altri ingredienti.17

Anticamente si credeva anche che il Timo fosse una pianta amata dalle fate: per questo motivo, chi voleva incontrarle doveva preparare un infuso delle sue infiorescenze.18

Erbe aromatiche nostrane: Timo, Santoreggia, Issopo. Gli impieghi nella tradizione
Issopo meridionale

1 Alfredo Cattabiani, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, 1996, rist. 2017, pag. 420

2 Ibidem

3 Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta, Fave e favelle. Le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro Studi Salentini, Lecce, 2012, pag. 423

4 Domenico Nardone et al., op. cit., pag. 423

5 Domenico Nardone et al., op. cit., pag. 423

6 Antonio Costantini, Marosa Marcucci, Le erbe le pietre gli animali nei rimedi popolari del Salento, Congedo Editore, 2006, pag. 128

7 Michele Greco, Superstizioni medicamenti popolari tarantismo, manoscritto, 1912, ried. a stampa Filo Editore, 2001, pp. 93-94

8 Paolo Mantegazza, Quadri della natura umana – Feste ed ebbrezze, 1871, Milano, Bernardoni Edit. ,Vol. II, pag. 660

9 Domenico Nardone et al., op. cit., pag. 406

10 Ibidem

11 Michele Greco, op. cit., nota (27) a pag. 93

12 Alfredo Cattabiani, op. cit., pag. 637

13 Enrico Malizia, Ricettario delle streghe, Edizioni Mediterranee, 2003, pag. 190

14 Enrico Malizia, op. cit., pp. 189-190

15 Enrico Malizia, op. cit., pag. 143

16 Enrico Malizia, op. cit., pag. 161

17 Enrico Malizia, op. cit., pag. 185. Da notare che la Cantaride (Lytta vesicatoria, volgarmente detta anche Mosca spagnola), un insetto presente anche nel nostro territorio, è stato utilizzato a scopi afrodisiaci (benché sia pericolosissimo per gli effetti collaterali che possono provocare addirittura conseguenze mortali) in tutta Europa durante il Medioevo e il Rinascimento. Nel libro “Magia nel Salento” abbiamo riportato come sia stato utilizzato a tali scopi, in passato, anche dai contadini e dai masciàri salentini (Gianfranco Mele, Maurizio Nocera, La Magia nel Salento, Fondo Verri Edizioni, 2018).

18 Alfredo Cattabiani, op. cit., pag. 420

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Notizie su Gianfranco Mele

Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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