giovedì 18 Luglio, 2024 - 0:10:56

Il fascino di Torre Sgarràta tra storia e archeologia marina

Il fascino di Torre Sgarràta tra storia e archeologia marinaLa torre costiera di guardia anticorsara, denominata «Torre Zozzoli», meglio conosciuta come «Torre Sgarràta» (crollata), sorge a m. 4 s.l.m. su un promontorio di roccia carparina che si estende isolato per alcune decine di metri entro il mare, in un incantevole paesaggio mazzofiato da vedere almeno una volta nella vita. Questa solitaria «sentinella del mare», costruita nel XVI secolo (indicata «agibile» nell’elenco del Viceré del 1569), è raggiungibile percorrendo la litoranea salentina a 22 km. da Taranto, in località «Negalizzi» del comune di Lizzano. Ha la base quadrangolare (m. 10,40 x 10,10 circa) con la tipica forma tronco piramidale con caditoie in controscarpa. Dopo ripetuti e scellerati interventi (sullo spigolo nord-ovest è stata eseguita una colata di cemento), è quasi del tutto sventrata e ormai ridotta ad un rudere, sgarràta appunto. Ma non tutti sanno che ad essa è legata l’affascinante storia di una nave risalente al I secolo d.C. e naufragata in queste acque.

Ecco a voi la storia, i cui brani sono stati tratti da due libri ormai introvabili.

«Nella baia, situata a sud-est della torre» –, si legge in Benito Antonelli Herculis Nodus – Il relitto di Torre Sgarrata (2002), «l’archeologo subacqueo Peter Throckmorton aveva scoperto e dissepolto dal fondale marino (con campagne di scavo eseguite tra il 1967 e il 1969) i resti di un relitto di nave.» Dal libro Il Relitto della Madonnina (2004), scritto dallo stesso autore e dal nostro storico Tonino Filomena, emerge più esattamente che «gli scavi a Torre Zozzoli (Salsole, Sassoli, Sgarràta in vernacolo) iniziarono nel 1967. In questo luogo fu rinvenuto un altro relitto di lapidaria romana del II secolo d. C. (Imperatore Commodo), ufficializzato dal Throckmorton.

L’americano fu accompagnato in loco da Emidio La Gioia, un pescatore locale pulsanese, il quale mise a disposizione la propria imbarcazione. […] Throckmorton si lasciò guidare e visitò la “città sommersa” a un quarto di miglio fuori della piccola baia ad est di Torre Sgarrata (Torre Zozzoli); il nonno di La Gioia l’aveva scoperta e aveva tramandato al figlio e al nipote il segreto della sua localizzazione. Tuffandosi in acqua, l’americano dapprima vide due bianchi sarcofagi sulla sabbia, simili a quelli di San Pietro in Bevagna, poi un enorme blocco di marmo eroso ed altri due sarcofagi; capì che non di una città si trattava, ma di un relitto romano con carico marmoreo, forse di enorme importanza, perché la gran quantità di sabbia poteva aver conservato lo scafo. […] In una settimana scoprirono ben 15 sarcofagi. […] Vennero alla luce parecchi altri sarcofagi e migliaia di frammenti di sottili lastre di marmo, poi grandi parti del fasciame. […] Sopra il fasciame furono rinvenuti frammenti di ceramica romana (piatti, scodelle, brocche e pentole), di età imperiale (fine II secolo d.C.) e provenienti probabilmente da officine dell’Asia Minore; alcune monete dell’imperatore Commodo (180-192 d.C.) e una cintura o cinghia di bronzo appartenente ad una corazza. […] Per asportare il fasciame fu necessario rimuovere parecchi sarcofagi e blocchi di marmo, dei quali il più pesante era di dodici tonnellate e mezza. Si utilizzarono dapprima dei palloni di sollevamento (ma anche fusti di carburante riempiti con aria compressa, n.d.a.) per spostare una dozzina di sarcofagi, poi intervenne la Marina Militare Italiana con un pontone dotato di gru per farli emergere e trasportarli a terra.

Le travature di legno, messe allo scoperto, venivano avvolte in fogli di plastica, tratte in superficie col verricello dell’Archangelos, quindi trasportate al Castello di Taranto. Ma il tempo inclemente di fine estate e una violenta burrasca, che mise a repentaglio l’imbarcazione, impedirono il completamento dei lavori per quell’anno. Gli americani tornarono a Torre Sgarrata all’inizio di agosto dell’anno successivo. Furono tirati su altri 15 blocchi di marmo e migliaia di sottili lastre, sempre con l’aiuto della potente gru della Marina Militare Italiana. Dai disegni del fasciame recuperato fu fatta una ricostruzione ipotetica della nave, lunga 90 piedi fuori tutto e larga 25; le analisi del carbonio 14, eseguite sul fasciame nei laboratori del Museo dell’Università della Pennsylvania, rivelarono che la nave era stata costruita non più tardi del I secolo d.C.

Il resoconto dell’avventura si conclude con un’ipotetica ricostruzione dell’ultimo viaggio della nave lapidaria. A stagione estiva inoltrata la nave, dopo aver caricato i sarcofagi e gli altri marmi in un porto delle coste turche, forse Mileto, fece vela verso l’Italia; dopo aver circumnavigato il Peloponneso, virò a nord lungo le coste greche, poi verso ovest doppiando il capo di Santa Maria di Leuca, e di lì puntò su Messina. Ma si alzò un terrificante scirocco e la nave, non governando bene controvento, entrò nel golfo di Taranto in cui restò intrappolata. Giunta in vista della costa pugliese, il comandante dette fondo alle ancore, ma col rinforzare della burrasca le ancore incominciarono a dragare, poi i cavi si ruppero; la nave, non più frenata, giunse inesorabilmente sotto costa “dove l’onda lunga si arriccia rompendosi”. La nave naufragò a 450 metri dalla riva di Torre Sgarrata. Forse l’equipaggio si salvò.» Forse.

Maria Grazia Destratis
Dottoressa in Scienze Ambientali
Direttrice Osservatorio sui Beni Culturali Provincia di Taranto

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