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Il Marrubio nella tradizione e nella medicina popolare

Tra le ipotesi etimologiche sul nome del paese Maruggio, una delle più accettate è quella che lo fa risalire proprio ad un’erba detta Marrubium. La cittadina sarebbe stata edificata in una zona ricca di questa erba medicinale, da qui il toponimo. In un suo articolo apparso su “La Voce di Maruggio”, J. Marasco avanza l’ipotesi che anche la chiesa della Madonna del Verde, chiamata prima ancora Madonna del Tempio, abbia una relazione con la pianta del Marrubium: qui, l’erba poteva essere stata utilizzata, dai Templari, a scopo medico.[1]

Marrubium vulgare

Si tratta di una pianta della famiglia delle Labiatae che vive spontanea in incolti, pascoli, presso ruderi. In Italia, è distribuita un po’ ovunque. Nella nostra tradizione è un’erba abbastanza familiare tanto che hai i suoi nomi dialettali (simili tra loro nei vari paesi del Salento: es. marrùggiu, marùggiu, marrùgghiu).

In medicina popolare era utilizzato come espettorante, balsamico, tossifugo, come digestivo, come sedativo, e contro l’itterizia. Si utilizzava per curare l’asma, le tachicardie, le infiammazioni del fegato, la tubercolosi, le malattie della pelle.[2]

Un altro utilizzo del Marrubio in medicina popolare era come regolatore del flusso mestruale e per alleviare i dolori post-parto.

Per curare la bronchite si utilizzava un olio caldo nel quale venivano immerse le parti aeree di Marrubio e Piantaggine, che si frizionava sul torace; mentre gli arti colpiti da paralisi erano frizionati con decotto della pianta, e le febbri periodiche con un cataplasma applicato sotto i piedi.[3]

Un unguento fatto con le sue foglie era utilizzato per alleviare il prurito e detergere le ferite.

Contro le perdite di udito temporanee, si usavano impacchi sull’orecchio con una pezzuola imbevuta in un decotto di Marrubio.

Nella zona di Melendugno si curava l’ipertensione con le foglie secche.[4]

Il Marrubio veniva utilizzato anche per la cura della malaria: si preparava allo scopo un impasto di fiori di marrubio e artemisia in parti uguali, pestati e impastati con aceto.[5]

Con il decotto dei fiori si curava l’inappetenza.[6]

Nardone, Ditonno e Lamusta, nella loro ricerca etnobotanica sulle piante del territorio pugliese, riportano dell’uso del Marrubio nelle pratiche esorcistiche.[7]

In ambito magico, oltre che come erba esorcistica, è utilizzata per riti contro malocchio e fatture.[8]

Il botanico pugliese Martino Marinosci, nella sua opera di fine Ottocento “La Flora Salentina”, così lo descrive:

Marrubium vulgare, marrubio bianco di Baccino, mal robbio, marrobbio, maruggi volgarmente. Le foglie sono quasi rotonde, ovate, dentate, rugose, venose: i denti del calice sono setacei, uncinati. E’ pianta perenne de’ nostri ruderi.Questo è il marrubio bianco, o prasio delle Officine, prasion de’ greci. E’ amaro, acre, arrossisce più, e scioglie il sangue: è incisivo, aperiente; val contro l’asma, la tosse, la tisi, deostruisce il fegato; val contro l’itterizia, l’idropisia, amenorrea, clorosi. Spesso è valso contro la salivazione”. [9]

Il Marinosci cita poi un Marrubium apulum che poco si discosta dal Marrubium vulgare nell’aspetto, e infine la Ballota nigra detta anche marrubiastro, marrubio nero, marrubio selvaggio, marrubio fetido, e infine “una varietà bianca di Ballota con gli stessi usi del Marrubio”. [10]

Ballota nigra

Le virtù medicinali del Marrubio sono descritte da Dioscoride nel suo De Materia Medica (e dal medico senese Pier Andrea Mattioli che nel 1544 traduce il Dioscoride).[11] Qui si parla del decotto di Marrubio utile al fegato, e alla cura delle idropisie; degli utilizzi della pianta come digestivo, come vermifugo, espettorante, tossifugo; come rimedio per facilitare le mestruazioni; come rimedio contro i veleni e i morsi di animali velenosi.

Stralcio dal testo del Mattioli

Gianfranco Mele

  1. Jenne Marasco Maruggio: il culto ormai radicato della Madonna del verde o del Marrubium, in La Voce di Maruggio, sito web, novembre 2018
  2. Frank J. Lipp, Le Erbe, EDT SRL, 1996, pag. 55
  3. Domenico Nardone, Nunzia Maria Di Tonno, Santina Lamusta Fave e Favelle. Le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro Studi Salentini, Lecce, Pag. 315
  4. ibidem
  5. Antonio Costantini, Marosa Marcucci, Le erbe le pietre gli animali nei rimedi popolari del Salento, Congedo Editore, 2006, pag. 96
  6. ibidem
  7. Domenico Nardone et al., op. cit., Pag. 315
  8. Fernando Rinaldi, Barbara Frey, Il Libro della Magia Bianca, Hermes Edizioni, 1999, pag. 81
  9. Martino Marinosci, Flora Salentina Volume Secondo, Lecce, Tipografia Editrice Salentina, 1870, pp. 24-25
  10. Marinosci, cit., pag. 25
  11. Pier Andrea Mattioli Di Pedacio Dioscoride Anazarbeo Libri cinque Della historia, et materia medicinale tradotti in lingua volgare italiana da M. Pietro Andrea Matthiolo Sanese Medico, 1544

 

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Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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