venerdì 30 Ottobre, 2020 - 17:10:22

L’ icona bizantina di Pasano (Sava): un falso storico?

L’ icona di Pasano
Sulla scorta delle informazioni fornite sia da Primaldo Coco che da una serie di scrittori successivi, oggi si ritiene comunemente che l’ icona su lastra tufacea posta sull’altare della chiesa della Madonna di Pasano sia di epoca bizantina (sarebbe, difatti, stata asportata dalla antica chiesa e posta sull’altare di quella “nuova”, ricostruita nel 1712). Ma le cose stanno proprio così? Andiamo ad analizzare la storia di questa icona, per come ci è stata tramandata: troveremo innanzitutto notizie confuse e discordanti circa le sue origini, la datazione, la provenienza, il ritrovamento e il riposizionamento. Come poi vedremo, recenti evidenze sembrano dar conferma del fatto che il dipinto su lastra tufacea sia da far risalire ai primi del Settecento, e, precisamente, al periodo di edificazione della cosiddetta Cappella dello Schiavo, e che da lì provenga! Ma per quale motivo, se l’icona è settecentesca, si sarebbe dovuto imitare nel XVIII secolo uno stile bizantino? La risposta sta nella ripetizione (un classico) e nella riproposta di un elemento dal valore simbolico, di un motivo iconografico precedente (e andato perduto) divenuto appunto il simbolo di Pasano.

Certamente un culto mariano si era radicato in Pasano già a partire dall’epoca bizantina (non è questo che stiamo negando), ma l’icona datata come tale e attualmente conservata sull’altare maggiore della chiesa rurale sembra aver ben altra origine.

L’identificazione dell’icona come bizantina, oltre che da elementi stilistici del dipinto (tuttavia più volte ritoccato), viene proprio dal fatto che è stata individuata nel territorio di Pasano una tradizione insediativa di monaci basiliani. Il Coco riferisce intorno ai resti di “dimore basiliane” presenti in Pasano, nell’area della masseria, e di almeno due edifici di culto precedenti quello portato a termine nel 1712 e a tutt’oggi esistente e visitabile: il più antico si sarebbe trovato nei pressi di tali dimore, nell’area poi adibita a masseria, e uno successivo (oggi riportato alla luce) alle spalle della attuale chiesa.[1] Qualora l’icona fosse antichissima e fosse davvero di origini bizantine (ma vedremo che elementi fondamentali depongono a totale sfavore di tale teoria) avrebbe subìto dunque nel corso dei secoli almeno tre spostamenti.

Un manoscritto senza data e contenente una “Orazione Panegirica alla Vergine di Pasano”, attribuita a Luigi Spagnolo (Arciprete in Sava dal 1800 al 1828) contiene in allegato una “Storia antica” di Pasano in cui si legge che il 23 di marzo del 1712, “nel quale giorno essendo già stata edificata la presente Chiesa veramente bella, e grande, con la cura dello zelante, dotto, e veramente benedetto Arciprete D. Domenico Antonio Spagnolo con le limòsine de’ fedeli, e con l’impegno degli ex-Gesuiti allora Baroni di Sava, […] dalla vecchia Chiesa fu tagliato il muro, che aveva già dipinta l’immagine della B.ma Vergine Maria di Pasano, e trasportato, e incassato nell’ Altare Maggiore. Nel dì 31 poi dello stesso mese, ed anno, giorno di giovedi dentro l’ Ottava di Pasqua di Resurrezione, la mattina il Rev.mo Capitolo seguito da un gran numero di popolo processionalmente s’incamminò verso la Chiesa di Pasano, «ed io D. Domenico Antonio Spagnolo Arciprete – così egli stesso annota – e già benedetto con licenza di Monsig.re Vescovo di Oria che ebbe nome Francia, benedissi la Chiesa nuova, e finita la benedizione, celebrai Messa» …”.[2]

La notizia dello spostamento dell’ icona appartenente alla vecchia cappella sull’altare della nuova chiesa, è ripresa dal Coco nella sua opera “Cenni storici di Sava” (data alle stampe nel 1915):

Dopo i tanti singolari prodigi operati ad intercessione della Vergine SS. Di Pasano, i Savesi vollero, per singolare loro divozione, fabbricare una nuova chiesa più bella e più grande accanto alla vecchia. Fu questa portata a compimento nel 1712, nel quale anno al 23 marzo fu trasportata l’immagine dalla chiesa vecchia alla nuova e fu collocata in mezzo sull’altare maggiore: al 31 poi dello stesso mese, di giovedi fra l’ottava di Pasqua, fu benedetta.[3]

La chiesa di Pasano ai tempi del Coco (immagine tratta dal testo “Cenni storici di Sava”)

A partire da queste fonti, e dunque dal secolo XIX per certo, inizia a circolare la notizia che l’attuale icona posta sull’ altare della chiesa di Pasano proviene dalla chiesa più antica a ridosso della quale fu costruita e ultimata nel 1712 la chiesa “nuova”. Così, sia da parte degli storici locali contemporanei che in qualsiasi documento divulgativo riguardante Pasano, anche sulle varie fonti web, il dipinto viene dato per “bizantino”.

Forniamo ora, a seguire, una lista delle datazioni proposte per il dipinto, e notizie sulle varie versioni riguardanti la sua provenienza, il ritrovamento e il riposizionamento.

Il sacerdote Leonardo Tarentini, nella sua opera “Cenni Storici di Manduria” edita nel 1904, parla dei monaci bizantini e delle persecuzioni iconoclaste in Salento, e scrive che “Leuca nascose la sua rinomata Madonna in un pozzo, la distrutta e non più edificata Pasano la sua miracolosa Vergine in una cisterna, Torricella l’effigie della SS. Trinità in una grotta…”.[4] Come si vede, qui si parla di un ipotetico dipinto che si presuppone esistente già nell’ VIII secolo: Leone Isaurico (nato nel 675 circa e morto nel 741) dà vita al movimento iconoclasta e ordina la distruzione delle icone religiose con un suo editto del 730.

Primaldo Coco nella sua opera edita nel 1915 riprende la tesi del Tarentini, citandolo testualmente, e scrivendo anch’egli che ai tempi delle persecuzioni ordinate da Leone Isaurico i Monaci di Pasano nascosero la Vergine in una cisterna.[5]

Nella stessa epoca del Coco, 10 anni prima di lui, si occupa del dipinto un anonimo giornalista (si firma con lo pseudonimo di “AST”) sul Corriere Meridionale del 28 settembre 1905: nel suo articolo, intitolato “Un Santuario in abbandono”, il giornalista afferma addirittura che l’autore dell’affresco sia San Luca Evangelista (nato intorno al 10 d.C. e morto intorno all’anno 93): secondo questa interpretazione, l’icona sarebbe perciò addirittura paleocristiana e il suo autore sarebbe proprio quel san Luca che, secondo leggende, fu il primo iconografo a dipingere sacre effigi. L’articolista del Corriere Meridionale riferisce inoltre che l’affresco fu ritrovato intorno al secolo XIV “in una grotta presso il Santuario” (probabilmente, si riferisce alla grotta Grava-Palombara).[6]

La prima pagina del Corriere Meridionale del 28 set. 1905: a destra, l’articolo “Un Santuario in abbandono” scritto da un giornalista con lo pseudonimo AST

Padre Luigi Abatangelo, nel 1948, su “la Voce del Popolo”, pur mettendo in dubbio che il blocco tufaceo sia stato asportato da una antica cripta (lui propende per una “cappella o tabernacoletto in muratura”), sostiene che “l’immagine della Vergine è senza dubbio di tema bizantino, facente parte di quel tipo comune detto di S. Luca” e che è certo che “il blocco è stato ritagliato e asportato da altrove”.[7]

Abbiamo dunque, sinora, almeno due differenti datazioni.

Una ulteriore complicazione viene da uno scritto successivo dello stesso Abatangelo, che a distanza di una settimana, dalle stesse pagine di quel giornale precisa che il dipinto di Pasano deve essere “un rifacimento dei secoli XVII-XVIII” celante però un più antico affresco sottostante.[8] La questione è in effetti ingarbugliata dal fatto che sino a pochi decenni or sono il dipinto visibile era un rifacimento (avvenuto non si sa quando di preciso) rispetto a quello che vediamo oggi, frutto di un ennesimo restauro. Tuttavia, l’Abatangelo intravede chiazze “rossastre e giallognole” che in effetti sono identificabili con ciò che rivela l’aspetto odierno, successivo al restauro.

Pasano: l’affresco come si presentava prima del recente restauro

Inoltre, per il Tarentini il dipinto viene ritrovato “in una cisterna” e secondo il cronista del Corriere Meridionale “in una grotta”. Una ulteriore versione sulla provenienza del dipinto, a complicare definitivamente le cose, la racconta Bianca Capone, che nel suo libro “Attraverso l’Italia misteriosa” edito a fine anni ’70, scrive: “Narra la leggenda che nell’antico feudo di Pasano, mentre un contadino stava arando un campo con due buoi, l’aratro, sollevando le zolle, mise in luce un quadro della Madonna che sbucò dalla terra come per incanto. Si trattava di un bellissimo quadro bizantino”. La Capone prosegue citando anche lei la questione della persecuzione iconoclasta voluta da Leone Isaurico, per concludere poi così: “tornando alla nostra leggenda, gli animali che tiravano l’aratro si fermarono e si inginocchiarono davanti alla sacra icona. Accorse gente e si gridò al miracolo”.[9] Da quali fonti la Capone abbia ricavato questa versione non lo scrive, ma si può supporre che le abbia raccolte dalla tradizione orale, essendo avvezza a ricercare leggende e fatti dalla voce del popolo.

Inoltre, tutte queste versioni sembrano discordare con quella secondo cui il dpinto “fu tagliato dalla vecchia chiesa”, a meno che non si debba pensare che, se così fu, nella vecchia chiesa fu posizionato dopo il ritrovamento.

Certamente, non si tratta di un’ opera risalente al VI o all’ VIII secolo, né tantomeno ai tempi di Luca Evangelista. Può essere dunque, ammesso che la storia della effigie della Vergine di Pasano nascosta in una cisterna o in una grotta abbia fondamenti, che vi siano state quanto meno una prima, e, nel tempo, diverse altre effigie della Madonna di Pasano, forse, in qualche modo, replicate sul modello originale.

Va apparentemente cauto lo storico savese Gaetano Pichierri, definendo lo stile del dipinto “di evidente ispirazione bizantina[10], anche se in un passaggio precedente sembra non aver dubbi del fatto che si tratti proprio di quel dipinto sfuggito all’ iconoclastia. Il Pichierri è convinto del fatto che vi sia stata una immagine sacra sottratta alla distruzione, e che sia stata temporaneamente nascosta : “… il Santuario, che oggi vediamo, è l’ennesimo rifacimento della originaria chiesa dell’accampamento. Che ci sia stata lo si deduce da tutto il contesto storico, dalla convinzione di alcuni studiosi e principalmente dal fatto che la bufera dell’iconoclastia passò anche da queste parti per cui anche qui ci fu un’immagine sacra da nascondere, come narra la tradizione del posto. Passata la tempesta, l’immagine fu tratta fuori così come avvenne per tante altre immagini sacre di altri paesi della Puglia”.[11] Il Pichierri si rifà alle informazioni del Tarentini e del Coco, indicando espressamente il periodo del regno di Leone Isaurico come coincidente con la preservazione in un nascondiglio della immagine sacra (“dal 717 al 741”, indica espressamente nel suo scritto).[12]

Sul web, in siti divulgativi, sono presenti descrizioni che datano il dipinto tra il IX e il X sec. ricavate, verosimilmente, da informazioni ottenute da altri studiosi e/o prelati locali. Questa stessa datazione è presente in un libello divulgativo curato da Antonio Cavallo.[13]

Nel libro di Giuseppe Rossetti “Due significativi monumenti in agro di Sava”, la datazione viene spostata ancora più avanti nel tempo: l’icona viene definita “di tarda scuola bizantina, probabilmente dei primi del sec. XIV”.[14]

Così, abbiamo sinora, almeno 4 differenti datazioni dell’icona che abbracciano addirittura un arco temporale di quasi 1300 anni!

Confusionarie e incoerenti tra loro sono anche le varie teorie circa la precedente collocazione del dipinto: chi lo fa derivare da una antica cripta, chi dalla precedente chiesetta sorta in Pasano in adiacenza a quella attuale. Dal complesso di informazioni ricavate sia dagli scritti del Coco che da quelli di autori antecedenti e successivi, non si capisce bene quale debba essere secondo gli stessi autori l’ubicazione originaria del dipinto, e se addirittura il dipinto non abbia subìto più “migrazioni” da un luogo più antico ad altri secondo la teoria abbozzata anche dal Pichierri dell’ “ennesimo rifacimento” del luogo di culto. Ho affrontato questa questione in un mio precedente articolo apparso sulle pagine web di “Fondazione Terra d’Otranto”, al quale rimando[15] (in quella occasione, non avevo ancora, però, le imbarazzanti informazioni che ho oggi rispetto ad una verosimilissima provenienza e origine del dipinto da una costruzione del XVIII secolo!).

Quanta verità c’è in queste versioni, e quanta fantasia, quanta leggenda o addirittura deliberata manipolazione dei fatti storici? Arriviamo al dunque, premettendo che la storia di Pasano è costellata non solo di leggende ma anche di evidenti, dimostrati falsi storici (il più eclatante ed evidente, quello del “miracolo dello schiavo” di cui abbiamo ampiamente trattato in altro scritto).[16]

Il manoscritto ottocentesco attribuito allo Spagnolo e il Coco ci informano che nel 1712 fu portata a compimento la nuova chiesa di Pasano, costruita a ridosso di quella più vecchia. In questa occasione, riferiscono, come abbiamo già riportato, che “fu trasportata l’immagine dalla chiesa vecchia alla nuova e collocata in mezzo sull’altare maggiore”, fornendo anche una data precisa di questo avvenimento: il 23 del marzo di quell’anno. Sappiamo anche, dal Coco, che nel 1732 i Gesuiti si curano di compiere ulteriori lavori di “impreziosimento” della chiesa, con decorazioni e statue.[17] Altre fonti precisano che il dossale dell’altare maggiore, nel quale è posizionata l’icona della Madonna, fu realizzato proprio nel 1732.[18] Infine, nel 1753 la chiesa viene riedificata e fortificata con l’aggiunta di contrafforti laterali, essendo stata nel 1743 distrutta in parte da un terremoto. In quella stessa occasione di restauri, nel 1753, vengono apportate modifiche decorative anche al dossale dell’altare.[19] In altro periodo imprecisato del XVIII secolo, ulteriori elementi impreziosiscono la chiesa, e, tra questi, le grandi tele attribuite al pittore manduriano Matteo Bianchi. Verosimilmente, restauri e/o modifiche, anche parziali, si succedettero nei secoli e negli anni successivi, sino a giungere ad un ulteriore grosso restauro avvenuto nel 1900 durante il quale la chiesa fu anche ornata di nuove pitture.[20]

Chiesa di Pasano, altare con dossale in pietra leccese e icona della Madonna

 

Arriviamo, ora, al ruolo della Cappelletta dello Schiavo (situata in Corso Italia a Sava), in questa vicenda.

La piccolissima cappella dello Schiavo, viene fatta edificare a inizi 1700 da Giosuè Antonio Muccioli, devoto della Madonna di Pasano, nel luogo dove si credeva fosse avvenuto “il miracolo dello schiavo”. Data l’estrema sobrietà architettonica e le dimensioni della cappella, i lavori non devono essersi protratti per molto tempo: poiché nel manoscritto ottocentesco in una annotazione è citata data della benedizione della cappelletta (31 marzo 1716) e poiché sappiamo che dal 1718 il Muccioli versa “dieci ducati annui per la celebrazione delle messe” nella cappella da poco edificata[21], dobbiamo dedurre che la data di costruzione si aggira tra gli anni 1715-1716. Come vedremo, l’affresco situato sull’altare maggiore della chiesa settecentesca di Pasano è stato ritagliato da questa chiesetta, e non dalla “vecchia chiesa” di Pasano. Si potrebbe pensare ad un fraintendimento, ovvero che per “vecchia chiesa” nei documenti ottocenteschi si intendesse questa chiesetta e non la chiesa più antica situata a ridosso di quella costruita nel 1712 a Pasano, ma non ci siamo con le date di edificazione: questa chiesetta, stando alle ricostruzioni storiche, non è antecedente a quella di Pasano, ma successiva di pochi anni!

 

Sava, cappella dello Schiavo

Sta di fatto, che al di sopra dell’altare della Cappella dello Schiavo in Sava, c’è uno spazio affrescato monco di un particolare centrale (delle stesse dimensioni, “guarda caso” dell’icona tufacea posta sull’altare di Pasano), che per lungo tempo è stato ricoperto con un quadro, dopo avere, peraltro, imbiancato e occultato ciò che restava dell’affresco. Si badi bene: affresco del quale il Coco stesso non fa menzione e del quale probabilmente mai ha conosciuto l’esistenza, non essendo citato in nessun documento precedente, ed essendo per di più alla sua epoca interamente ricoperto di imbiancatura a calce. Nemmeno, prima di lui, ne fanno menzione il Calefati che nella sua visita pastorale a Sava del 1784 visita la cappella dello Schiavo e vi trova “una tela” (l’affresco è già stato asportato), né l’autore del manoscritto ottocentesco. Su questi temi torneremo più avanti. Descriviamo ora l’affresco e la sua riscoperta.

Negli anni ’90 vengono eseguiti dei lavori di restauro della cappelletta dello schiavo: dalle pareti poste frontalmente e a ridosso dell’altare, emerge un affresco che ricopre tutto il muro e dal quale è stato asportato, con assoluta evidenza, il motivo centrale e principale.

Per lungo tempo, e certamente per oltre un secolo, la facciata frontale della cappelletta dello Schiavo, imbiancata, ha celato detto affresco, che è la inequivocabile continuazione non solo di un elemento centrale asportato, ma proprio ed esattamente di quell’icona tufacea successivamente posta sull’altare centrale di Pasano! Lo testimoniano lo stile, i motivi, le dimensioni della parte di affresco asportata nella cappelletta dello schiavo e quelle (coincidenti) della lastra posta sull’altare centrale di Pasano, e persino la replica, sull’altare di Pasano stesso, dei motivi sovrastanti la scena della Madonna col Bambino: precisamente, gli angioletti che contornano il motivo centrale (e in particolare la figura dell’angioletto che lo sovrasta) a Pasano, sono una replica del motivo che presso la cappella dello Schiavo contorna la parte asportata.

La stessa restauratrice che si occupa di quei lavori presso la cappelletta, a quanto risulta da fonti che ce ne han dato notizia, ipotizzò che l’icona situata in Pasano provenisse dalla stessa Cappella dello Schiavo e non “dalla antica chiesa di Pasano”. Ciò che avrebbe indotto la professionista a pensare questo, sono, come noi stessi abbiamo notato, i motivi rappresentati sullo sfondo dell’altare della Cappella dello Schiavo, effettivamente simili a quelli dell’icona e risultanti in perfetta continuità con la parte centrale mancante (e asportata) dell’affresco.

A seguire, mostro foto (gentilmente concessami dall’ Arch. Dattis) della facciata sovrastante l’altare della cappella dello Schiavo, scattata durante i lavori di restauro, e dalla quale emerge evidente sia l’affresco riportato alla luce che la sua parte mancante; dopodichè, mostro un mio rudimentale fotomontaggio di come doveva presentarsi l’affresco nella sua forma e interezza originaria, e ancora, successivamente, la foto del suo riposizionamento presso l’altare della Madonna di Pasano dove, come ho già evidenziato, sono peraltro replicati alcuni motivi di contorno dell’originale.

Sava, Cappella dello schiavo: affresco riportato alla luce negli anni ’90 con il motivo centrale assente in quanto asportato
Ricostruzione (fotomontaggio) di come si doveva presentare l’affresco della Madonna con Bambino nella sua collocazione originaria c/o la settecentesca Cappella dello Schiavo
Particolare dell’Altare della chiesa di Pasano con il dipinto della Vergine su lastra tufacea: in alto, immediatamente sopra la cornice, è replicato il motivo originario dell’affresco presente nella Cappella dello Schiavo (l’angioletto che sovrasta il dipinto)

Come abbiamo già evidenziato, intorno al 1715 l’oritano Giosuè Muccioli fa edificare la cappelletta dello schiavo “a 150 passi dell’abitato poco discosto dal luogo ove successe il miracolo”.[22] Lungo tutta la parete sulla quale è situato l’altare della chiesetta, era dipinto l’affresco che già nel 1784 non era più visibile, essendo stato sostituito da un quadro. Difatti, in occasione della sua visita pastorale di quell’anno in Sava, il Calefati visita la cappelletta e vi scorge una tela:

… nel luogo dove avvenne il miracolo, a mille passi dall’abitato di Sava, un sacro piccolo tempio è stato eretto. La tela sulla quale è dipinto l’ottenuto miracolo e l’altare per celebrarvi mostrano ciò che nella citata pagina ed al citato numero di questo registro è stato annotato. Questo sacro tempietto è posto sulla via che da Sava porta a Pasano; è chiamato chiesa della Madonna dello Schiavo ed in questo anno 1784, durante la nostra Santa Visita a Sava, l’abbiamo veduto; sia gloria a Dio, a lui rivolti i ringraziamenti dei fedeli di Sava”.[23]

In altro passo, il Calefati descrive l’immagine dipinta su tela che aveva visto nel tempietto di Sava:

“…nel luogo dove seguì il miracolo del ceppo rotto, fu edificato un tempietto con altare; su cui in tela è dipinta la Beata Vergine di Pasano sulle nubi con lo schiavo ignudo, che rivolto verso la sua liberatrice ha un ceppo rotto; ed in mezzo busto la figura di un galantuomo vestito alla spagnola, il quale credo rappresentare il padrone dello schiavo Signor Marcantonio Rago, benchè altri mi dicesse, figurarsi un tal Muccioli Dottore Oritano (come mi asserivano i convisitatari, Oritani, od i Savesi) Padrone dei vicini fondi”.[24]

Il Calefati dunque vede nella Cappella, in occasione della sua visita pastorale del 1784, questa tela che descrive. In realtà la tela ha già preso il posto del dipinto originario (affrescato), e non raffigura affatto Marcantonio Rago ma proprio il Muccioli fondatore della cappella che si è fatto “inserire” nel quadro commissionato e posto nella cappelletta in sostituzione del “pezzo” mancante. Ciò è chiarito, oltre che dal Coco, da un manoscritto databile dal 1801 in poi, ma nel quale è ricopiata una annotazione eseguita da tal Pasquale Cantoro Melle prima del 1790 (anno in cui il Melle muore) che recita, proprio a proposito del passo del Calefati (ricopiato anch’esso nel manoscritto e che forse è proprio il documento dal quale il Coco si serve):

Si dee avvertire circa quel che dice Monsig.re intorno al Galantuomo vestito alla spagnola, il quale si suppone da lui esser il Padrone dello Schiavo Sig. Marcantonio Rago, il quale si vede nel dipinto del quadro posto nel Tempietto della Vergine di Pasano, detto Dello Schiavo, che quel Galantuomo affatto si può dire il Sig. Marcantonio Rago Padrone dello Schiavo, ma è certo, che egli è il Dottore Giuseppe Antonio Muccioli, da cui fu fatto fare il nuovo quadro, il quale recentemente si vede in tal Cappella, mentre il quadro il quale vi era prima, fu trasportato in casa della Sig.ra Francesca Lomartire, fu moglie del Dottore Muccioli, né in quel antico quadro si vedeva altro, se non che la figura della Vergine e da una parte lo schiavo nudo col ceppo rotto, e dall’altra le donne, le quali ritornavano a Pasano, in presenza delle quali successe il Miracolo”.[25]

Annotazioni simili, ma non proprio identiche, le fa il Coco, laddove scrive:

“… il Dottore Giosuè Antonio Muccioli oritano, che avendo sposata la signora Francesca Lo Martire si domiciliò in Sava, fece edificare a 150 passi dall’abitato poco discosto da luogo ove successe il miracolo, la cappellina tuttora esistente dello Schiavo[26], e qui, in una nota di rimando prosegue: “il quadro che si conservava nella cappellina dello Schiavo sull’altare fu fatto dipingere dal Sig. Muccioli, nel quale si osservava il di lui ritratto, dopo fu sostituito con un altro”.[27]

Rispetto alla versione del Melle, il Coco omette di dire che già il quadro del Muccioli fu posto in sostituzione di un motivo antecedente, mentre per il resto la sua versione collima con quella del Melle.

L’oritano Giosuè Muccioli, oltre ad essere il fondatore della cappelletta, ha sposato la savese Francesca Lo Martire[28] (probabilmente discendente di Donato dello Martire padrino di battesimo nel 1605 dello schiavo di Pasano), è una delle persone che contribuiscono al primo processo conoscitivo del “miracolo”, nel 1718, recandosi personalmente in quella data dall’allora Vescovo Tommaso Maria Francia a consegnare i documenti:[29] ed è in quello stesso anno, che con un atto del 10 aprile lascia 10 ducati annui per la celebrazione, presso la cappellina, di “messe nelle sette principali festività della Madonna”.[30] E’ dunque personaggio influente e ben inserito in ambito religioso ed ha un ruolo di primo piano nella vicenda ricostruttiva del “miracolo” e nella riedificazione del culto della Madonna di Pasano. Resta da chiarire perchè mai dopo essersi speso per l’edificazione del tempietto nel 1715, a distanza di qualche decennio lasci sfregiare il tempietto, deprivato dell’affresco trasportato in Pasano. Secondo l’autore del manoscritto ottocentesco poi, abbiamo visto, il Muccioli fa fare questo “nuovo quadro” nel quale è inserito anche il suo mezzobusto, in sostituzione di altro quadro antecedente “ trasportato in casa della Sig.ra Francesca Lomartire, fu moglie del Dottore Muccioli”. Qui sta l’inghippo, o quantomeno l’inesattezza documentaria: prima del quadro ritraente il Muccioli non doveva esserci nessun altro quadro più “antico” se non l’affresco originario della cappella, che oggi e da lungo tempo vediamo esposto in Pasano.

Anche il quadro ritraente il Muccioli è scomparso poi dalla cappella, e quello tuttora visibile riporta la dicitura “a devozione di Antonia Camassa, 1915” ( ne inserisco foto in questo scritto).

Sava, cappella dello Schiavo: quadro dei primi del Novecento posto sull’altare nello spazio dove originariamente c’era la parte di affresco asportata. Il dipinto raffigura il cosiddetto “miracolo dello schiavo” e vi sono rappresentati, a sinistra lo schiavo con la pietra “che stacca la catena”, e a destra le due campagnole che secondo la leggenda ( o meglio secondo la revisione della leggenda) assistettero al “prodigio”.

Ma quando fu asportato l’affresco dalla cappelletta dello Schiavo, e riposizionato sul dossale dell’altare di Pasano? Con certezza possiamo sapere soltanto che l’affresco non proviene dalla “vecchia chiesa” di Pasano ma dalla cappella dello Schiavo, e, che non è stato ritagliato e posizionato a Pasano nel 1712, ma in una data imprecisata precedente al 1784.

Dal nostro punto di vista, le ipotesi da farsi sono tre:

a) L’ icona è stata asportata dalla cappelletta dello Schiavo e posizionata nella chiesa di Pasano proprio nel 1732, in occasione della realizzazione del dossale dell’altare in pietra leccese: questa opera, ricca di decorazioni scultoree e di immagini di putti, pare difatti essere stata realizzata proprio come sfondo e “cornice” dell’immagine su lastra tufacea, asportata da altro luogo. Resta singolare il fatto che se è così, l’affresco sia stato ritagliato e spostato dopo appena 16-17 anni dalla costruzione della cappella dello Schiavo.

b) L’ affresco è stato asportato dalla cappelletta e posizionato nella chiesa di Pasano nel 1753, in occasione dei restauri del dossale dell’altare resisi necessari per riparare i danni causati dal terremoto del 1743. Siamo in questo caso a 37-38 anni dalla edificazione della cappella dello Schiavo, e dunque ad una distanza temporale “ragionevole” per pensare ad un passaggio di questo genere.

c) L’asportazione avviene in altra data, prima comunque del 1784 dal momento che in quell’anno nella cappella dello Schiavo è già presente il quadro contenente il mezzobusto del Muccioli.

In ogni caso, la (falsa) notizia del prelevamento dell’icona dalla “vecchia chiesa di Pasano” e del suo posizionamento in quella nuova, appare per la prima volta nel manoscritto ottocentesco. Prima di allora, nessun documento parla di una icona “bizantina” situata nella chiesa di Pasano o comunque di una effigie asportata dalla antica chiesa e trasportata in quella nuova.

Ma perché si sarebbe dovuto operare questo spostamento (tramite taglio del muro, o anche tramite strappo, datosi che quest’ultima tecnica si affermava proprio nel Settecento)? Perchè tanto impegno e perchè lo spostamento dell’affresco da Sava a Pasano? La risposta può essere nel fatto che la modesta e piccolissima cappella dello Schiavo passava senza ombra di dubbio in secondo piano come importanza e nel cuore dei religiosi, rispetto alla più bella e imponente chiesa di Pasano: dal momento che, però, conservava un elemento di pregio, un suggestivo affresco della Madonna realizzato forse come replica di un originale andato perso o distrutto da tempo, si pensò di asportarlo per poterlo riposizionare in un luogo dove avrebbe avuto maggior risalto e dove, soprattutto, era assente un richiamo devozionale impattante riconducibile alla storica effigie della Madonna locale.

Gianfranco Mele

  1. Gianfranco Mele, Sava (Taranto). L’antica chiesa di Pasano, Fondazione Terra d’Otranto (sito web), settembre 2016
  2. Manoscritto “Orazione Panegirica in lode della Prodigiosissima Vergine Maria sotto il Titolo di Pasano, Primaria e Speciale Protettrice della Terra di Sava”, s.d.. Il documento contiene in calce al frontespizio la scritta aggiunta “”Recitata da mio zio arciprete don Luigi Spagnolo di anni 18 essendo accolito nel seminario di Oria“, e in allegato 3 fogli contenenti la storia di Pasano e dei “miracoli” attribuiti alla Madonna, con citazioni e trascrizioni di passi di Domenico Antonio Spagnolo (Arciprete in Sava dal 1686 al 1722) e Alessandro Maria Calefati (Vescovo della Diocesi di Oria dal 1781 al 1793, anno della sua morte). Il manoscritto è conservato ad Oria nella Biblioteca De Leo ed è là censito con “data stimata: 1801-1900”.
  3. Primaldo Coco, Cenni Storici di Sava, Stab. Tipografico Giurdignano, Lecce, 1915, pag. 282
  4. Leonardo Tarentini, Cenni Storici di Manduria, Taranto, 1904, cap. XVI, pag. 97
  5. Primaldo Coco, op. cit., pp. 20-21
  6. Ast (pseudonimo), Un Santuario in abbandono, Corriere Meridionale n. 35, Anno XVI, 28 settembre 1905, pag. 1
  7. Luigi Abatangelo, La Vergine di Pasano a Sava, La Voce del Popolo n. 28, Anno 65, 3 luglio 1948, pag. 4
  8. Luigi Abatangelo, Monumenti e paesaggi di terra jonica: la Chiesetta dello Schiavo, La Voce del Popolo n. 29, Anno 65, 10 luglio 1948, pag. 3. In questo articolo l’Abatangelo parla sia del Santuario di Pasano che della Cappella dello Schiavo.
  9. Bianca Capone, Attraverso l’Italia misteriosa, Longanesi & c., 1978, pag. 68
  10. Gaetano Pichierri, Le Origini del culto di Maria SS. Di Pasano,in: Rivista Diocesana, n. 2, maggio-agosto 1985, Italgrafica Oria, pag. 128
  11. Gaetano Pichierri, op. cit., pag. 127
  12. Gaetano Pichierri, op. cit., pag. 127
  13. Antonio Cavallo, Santuario di Santa Maria di Pasano, C.S.P. Centro Studi Pubblicitari, Tipografia Centrale, Manduria, senza data, pag. 4
  14. , Giuseppe Rossetti, Due significativi monumenti in agro di Sava, Filo Ed., Manduria, 2006, pag. 20
  15. Gianfranco Mele, Sava (Taranto) l’antica chiesa di Pasano, op. cit.
  16. Gianfranco Mele, La vera e triste storia dello schiavo di Pasano: nessun “miracolo”, ma un accadimento di ordinaria amministrazione edulcorato dalla diplomazia ecclesiastica, La Voce di Maruggio (sito web), agosto 2019
  17. Primaldo Coco, op. cit., pag. 284
  18. Antonio Cavallo, op. cit., pag. 2
  19. Antonio Cavallo, op. cit., pag. 8
  20. Primaldo Coco, op. cit., pag. 285
  21. Primaldo Coco, op. cit., pag. 277
  22. Primaldo Coco, op. cit., pag. 277
  23. Alessandro Maria Calefati, annotazione aggiunta in calce al frontespizio del Primo Registro dei Battezzati in Sava (anni 1572-1615), Archivio Capitolare di Sava. L’originale è scritto in latino, e quella qui riportata è la traduzione pubblicata, insieme al testo latino stesso, da Mario Annoscia in “Il Santuario della Madonna di Pasano”, Del Grifo ed., 1996, pp. 16-17; la traduzione della annotazione del Calefati è riportata anche dal Coco nel suo “Cenni storici di Sava” a pag. 276, ma qui il Coco, erroneamente, riporta la data “1684” anziché 1784 (Calefati nasce nel 1726 ed è Vescovo dal 1781 al 1793)
  24. Alessandro Maria Calefati, cit. da Primaldo Coco, Cenni Storici di Sava, pag. 274
  25. Manoscritto “Orazione Panegirica in lode della Prodigiosissima Vergine Maria sotto il Titolo di Pasano”, cit.
  26. Primaldo Coco, op. cit., pag. 277
  27. Primaldo Coco, op. cit., nota (1) a pag. 277
  28. Primaldo Coco, op. cit., pag. 277
  29. Primaldo Coco, op. Cit., nota 2 a pag. 275
  30. Primaldo Coco, op. cit., pag. 277

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Notizie su Gianfranco Mele

Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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