C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui, sui social network, alcune persone riescono a trasformare la felicità degli altri in un motivo di scherno, di insulto, persino di odio.
Una fotografia dovrebbe essere, per sua natura, un frammento di vita. Un sorriso, un abbraccio, una giornata al mare, un viaggio, un momento condiviso con le persone che amiamo. Eppure, nell’universo dei social, anche un’immagine innocente può diventare il pretesto per scatenare la cattiveria.
La vicenda raccontata da Davide Faraone Deputato di Italia Viva, a proposito della figlia Sara, è emblematica. Faraone ha raccontato di aver pubblicato alcune fotografie al mare insieme alla figlia, una ragazza autistica. Quelle immagini, invece di suscitare semplicemente il piacere di vedere un padre e una figlia felici, hanno provocato commenti e insulti. La storia è stata poi ripresa e condivisa in rete proprio per sottolineare l’assurdità di quelle reazioni. Ed è qui che nasce una domanda che riguarda tutti noi: perché abbiamo bisogno di giudicare la felicità degli altri?
Forse perché sui social ci siamo abituati a pensare che tutto debba essere commentabile. Una fotografia, una vacanza, un figlio, un corpo, una malattia, una scelta personale. Dietro lo schermo sembra venir meno quella prudenza che, nella vita reale, impedirebbe a una persona di avvicinarsi a uno sconosciuto e dirgli cose che possono ferirlo profondamente. Lo schermo crea una distanza. E quella distanza, troppo spesso, diventa una sorta di alibi morale.
Si scrive una cattiveria e poi si chiude l’applicazione. Si dimentica che dall’altra parte non c’è un profilo, non c’è un’immagine, non c’è un nickname: c’è una persona.
La vicenda di Sara rende tutto ancora più doloroso perché mette davanti agli occhi una delle forme più brutali di ignoranza: l’idea che esista un solo modo per essere felici, un solo modo per vivere, un solo modo per apparire al mondo. È proprio questo il significato più forte della riflessione attribuita a Faraone: lo “scherzo” non è che una ragazza autistica possa sorridere, divertirsi, andare al mare, viaggiare, abbracciare suo padre ed essere felice. Lo scherzo, se così vogliamo chiamarlo, è pensare che la felicità debba avere una forma prestabilita.
Sara non deve dimostrare nulla a nessuno. Non deve essere felice secondo i parametri di chi osserva. Non deve giustificare un sorriso. Non deve chiedere il permesso per vivere una giornata serena. E soprattutto non dovrebbe diventare il bersaglio di chi, attraverso una tastiera, sente di avere il diritto di giudicare la sua esistenza.
Ma la questione va oltre l’autismo e la disabilità. La cattiveria sui social colpisce tutti: il ragazzo che non corrisponde ai canoni estetici, la donna che invecchia, la persona che ingrassa o dimagrisce, chi si separa, chi perde il lavoro, chi manifesta una fragilità, chi semplicemente vive una vita diversa da quella che qualcun altro considera accettabile.
È come se avessimo costruito una gigantesca piazza virtuale nella quale tutti si sentono autorizzati a fare i giudici.
Eppure nessuno conosce davvero la vita dell’altro. Non conosciamo le sue paure, le sue battaglie, le notti trascorse senza dormire, le difficoltà che ha superato per arrivare a quel sorriso che vediamo in una fotografia. Vediamo un’immagine di pochi secondi e pretendiamo di conoscere una storia intera.
È questa, forse, una delle grandi malattie del nostro tempo: confondere la possibilità di parlare con il diritto di ferire. La libertà di espressione non significa che ogni pensiero debba necessariamente essere trasformato in un insulto. E soprattutto non significa che una persona debba accettare qualsiasi forma di aggressione soltanto perché ha scelto di condividere un momento della propria vita.
C’è una responsabilità anche in ciò che scriviamo. Ogni commento può diventare una carezza oppure una ferita. Ogni parola può costruire oppure distruggere. E quando si parla di persone fragili, di bambini, di ragazzi con disabilità o di famiglie che affrontano ogni giorno difficoltà che spesso non vediamo, questa responsabilità diventa ancora più grande.
Forse dovremmo recuperare una parola che sui social sembra essere diventata antiquata: rispetto.
Rispetto significa anche saper passare oltre.
Non ti piace una fotografia? Puoi non commentarla.
Non condividi una scelta? Puoi non approvarla.
Non comprendi una situazione? Puoi informarti prima di giudicare.
E soprattutto, se una persona è felice, perché sentire il bisogno di rovinarle quella felicità?
La storia di Sara dovrebbe farci riflettere proprio su questo. Non soltanto sugli insulti ricevuti, ma sul mondo che quegli insulti raccontano. Un mondo nel quale troppo spesso la diversità viene percepita come qualcosa da deridere anziché come una parte naturale dell’umanità.
La vera forza, invece, sarebbe imparare a guardare una persona senza cercare immediatamente ciò che la rende diversa da noi.
Guardarla e basta.
E magari scoprire che, dietro una condizione, una disabilità, un aspetto fisico o una storia personale, c’è semplicemente qualcuno che desidera ciò che desideriamo tutti: essere amato, vivere, sorridere, sentirsi libero.
La felicità non ha un modello unico.
Non esiste una felicità “normale” e una felicità “sbagliata”. Esistono persone diverse che cercano, ciascuna a modo proprio, un po’ di serenità.
E forse la misura della nostra civiltà non dovrebbe essere quanto siamo bravi a parlare, commentare e giudicare, ma quanto siamo capaci di non ferire quando non ce n’è alcun bisogno.
Perché dietro ogni profilo c’è una persona.
E dietro ogni persona c’è una storia che non conosciamo.
Prima di premere “pubblica”, basterebbe ricordarlo.
È cattiva la gente che non ha provato il dolore. […] Perché quando si prova il dolore, non si può più voler male a nessuno.
Carlo Cassola, La ragazza di Bube, 1960
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