Il pomeriggio del Giovedì Santo (quest’anno 2 aprile) cala su Taranto come un sipario dorato, e le strade antiche cominciano a respirare un’atmosfera sospesa tra luce e ombra. È il momento delle Poste del Pellegrinaggio, quando i Perdúne, confratelli del Carmine, escono silenziosi, scalzi, avvolti nei loro abiti bianchi. I cappucci nascondono i volti, il cappello nero si staglia contro il cielo che si tinge di rosso e arancio, e il rosario scorre lento tra le loro dita.
Ogni passo è scandito dal dondolio della “nazzecata”, un movimento che sembra dialogare con le pietre stesse delle vie, un gesto antico che racconta pentimento, preghiera e devozione. Il fruscio dei sandali sul selciato, il rumore dei rosari che scorrono, il lieve vento che porta con sé l’odore delle chiese e dell’incenso, creano una sinfonia discreta ma potente, che avvolge chi osserva con un senso di sacralità palpabile.
I Perdúne si fermano davanti ai sepolcri: alcuni illuminati da candele tremolanti, altri immersi in penombra. Lì, tra il silenzio e la luce tremolante, ogni tappa diventa un piccolo universo di riflessione sulla Passione di Cristo. La città stessa sembra sospendere il respiro, mentre le ombre dei pellegrini si allungano sui muri, trasformando vicoli e piazze in una scenografia sacra e poetica.
Non è solo un rito di penitenza: è un’esperienza che coinvolge tutti i sensi. Il contatto con il pavimento freddo sotto i piedi scalzi, l’odore delle candele e dell’incenso, il ritmo ipnotico della nazzecata, il silenzio interrotto solo dal mormorio del rosario: tutto concorre a far sentire la presenza del divino e la memoria di secoli di fede.
Guardare le Poste del Pellegrinaggio significa entrare in un tempo sospeso, dove la storia, la cultura e la spiritualità si intrecciano, dove ogni gesto, ogni passo e ogni oscillazione raccontano un racconto antico di pentimento e speranza, che continua a vivere nel cuore pulsante di Taranto.
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