mercoledì 03 Giugno, 2020 - 17:00:43

PER UNA RICOSTRUZIONE DELLA STORIA DELLA MASSERIA TIMA IN AGRO DI SAVA E LUOGHI CIRCOSTANTI

Apprendiamo dalla stampa del recentissimo abbattimento della storica masseria detta Tima in agro di Sava.[1] Al momento in cui scrivo pare sia rimasto ben poco dell’antico agglomerato che consisteva di ambienti separati tra loro ed edificati, trasformati o in parte riedificati in diverse epoche. Risultano abbattuti il trullo superstite (in origine ve ne erano due) inglobato nella masseria e tutti gli edifici, ad eccezione di una parte del muro di cinta.

Con questo scritto, ripercorriamo la storia di quella masseria e della zona circostante, sia come celebrazione di un luogo storico per il paese di Sava, sia nell’intento di offrire un contributo che possa permettere a chi di competenza di tutelare quel poco che è rimasto della antica masseria, e, cosa altrettanto importante, la zona circostante, ancora tutta da scoprire.

La stragrande parte degli elementi che mostriamo nel contributo fotografico annesso a questo scritto purtroppo, devo ribadire, risulta da pochi giorni demolita. Le foto risalgono ad una visita di alcuni anni fa nei luoghi.

Masseria Tima, ingresso

Storia della masseria e del toponimo

Non conosciamo l’esatta datazione della edificazione della masseria e del primo nucleo abitativo che sorge in quell’area, e occorre tener conto anche del fatto, come già abiamo accennato, che questo genere di costruzioni subisce nel tempo, nei secoli, ampliamenti, ristrutturazioni e parziali riedificazioni.

Sappiamo però per certo che la masseria esiste nel Seicento e lo ricaviamo da alcuni documenti.

La masseria si trova censita nel 1690 presso l’Archivio Parrocchiale di Sava, nel Capitolo dei beni appartenenti alla chiesa. Si legge testualmente:

In primis, possiede in questo feudo di sava una Massaria nominata Li Trulli di Dima, questa massaria si consiste, con casa, curti, due giardini con diversi arberi, un giardino, confina con detti curti, da tramontana, e l’altro poco distante, confina con strada nova di S. Marzano, e vi sono due Trulli”.[2]

Il documento prosegue con l’inventario dei possedimenti e dei beni, annessi alla masseria e non, e ad essa comunque circostanti.

Scorcio dell’interno

La masseria Tima, in origine Dima, prende il nome da un suo antico proprietario, Dima Mancini. Qui, dobbiamo rilevare un errore dello storico Gaetano Pichierri che fa risalire invece l’etimo di “Tima” alla pianta del Timo (greco Tùmos, latino Thymos) stabilendo perciò una origine del toponimo risalente al periodo magnogreco (egli afferma: “Il significato di questo toponimo forse è da mettere in relazione con la odorosa pianta del timo (tùmos) che qui cresce spontanea e abbondante[3]

In realtà Tima è una storpiatura dell’originario Dima, che, come abbiamo visto, corrisponde al nome anagrafico di uno dei proprietari della Masseria (non sappiamo se effettivamente il primo), Dima Mancini. Il nome di persona Dima, oggi inusuale, proviene, come comune usanza, dalla assegnazione di nomi di battesimo in omaggio a santi o personaggi biblici. In questo caso, si tratta di San Dima, il buon ladrone crocefisso insieme a Gesù e al cattivo ladrone.

Che il toponimo della masseria derivasse dal nome del suo proprietario si evince da un passo successivo contenuto nel Capitolo della platea ecclesiastica, nel quale si legge:

Sopra alla quale massaria porta d’obblico detto Rev.mo Capitolo, tre messe lette ogni settimana, cioè dui, per l’anima del quondam Dima Mancino, olim padrone di detta massaria e l’altra per l’anima di Isabella Bucculera[4]

Isabella Buccoliero era la moglie di Dima Mancini, e difatti nel Documento n. 21 dell’Archivio Capitolare di Sava si specifica che Dima Mancini ed Isabella Buccoliero erano i vecchi proprietari ed abitatori di detta masseria.[5]

l’antico muro di cinta della masseria

Concludo le annotazioni attorno al personaggio di Dima Mancini con un curioso aneddoto: doveva egli essere un bambino o un ragazzino ai tempi del cosiddetto “miracolo dello schiavo di Pasano” (1605) e pertanto fu in qualche modo testimone non cerrtamente dell’inesistente miracolo, ma in ogni caso della conversione e del battesimo dello schiavo turco, che furono reali.[6] Lo si evince dagli atti del processo conoscitivo del cosiddetto “miracolo dello schiavo” istituito dalla diocesi di Oria. Difatti, nel 1718 si tiene tale processo conoscitivo, durante il quale depongono alcuni anziani savesi dell’epoca che a loro volta avevano sentito narrare la storia da vecchi del paese, di generazioni a loro precedenti. Questi personaggi così arruolati, lontani oltre un secolo dalla generazione testimone del reale accadimento, “dicono di narrare quanto aveano sentito raccontare da altri vecchi del paese e specialmente dal sig. Dima Mancini, Donato Pernorio e Giovanni Antonio Lo Martire”.[7] Sappiamo dunque dai documenti in precedenza citati che Dima è morto prima del 1690 (non mi è stato possibile risalire in quale anno, né risalire alla sua data di nascita). Dal 1690 al 1718 (data del processo) passano 28 anni, e dal 1605 (data del battesimo dello schiavo di Pasano) al 1690 passano 85 anni.

Nel 1862 la masseria Tima è condotta dal massaro Luigi Antonucci, il quale assieme ad altri dieci massari firma una supplica al Prefetto di terra d’Otranto contro l’Editto di chiusura delle masserie. La masseria è in piena attività a quell’epoca con un gregge tra i 300 e i 400 ovini.[8]

Nel 1877 la Masseria Tima risulta essere di proprietà di tal Giovanni Sala da Manduria, anche se un testimone, Salvatore Demonte, in una deposizione dell’agosto di quell’anno asserisce che è inserita in terreni più anticamente di proprietà demaniale:

… posso giurare che si è saputo sempre esser proprietà Demaniale lo appezzamento ora denominato Tima confinante da Tramontana terreni di Pasquale Spagnolo, da Levante e Scirocco Masseria Tima, e da Ponente terreni di Nicola Arciprete Melle, e della estensione di tomoli 8 a 2, i quali però io ricordo sempre coltivati ad oliveto. Non pertanto è notorio che tale oliveto sia stato fatto su terre Demaniali di tale natura che per la contrada dove è site la quale spontaneamente ed in copia produce degli olivastri à fastto si che innestati con gemme di olivi son venuti gli oliveti belli e fatti. Tale appezzamento è incorporato a quello della Masseria Tima ora di proprietà del Sig. Giovanni Sala di Manduria”. [9]

veduta dall’interno

Archeologia dei luoghi

Poco sappiamo intorno all’esistenza della masseria nel periodo precedente il 1690, tuttavia diversi elementi fanno pensare ad una datazione precedente del fabbricato o di parte di esso. Nel 1690 Dima Mancini era già deceduto da tempo, ed aveva donato con lascito la sua vecchia proprietà. Vi si ritrovavano all’interno due antichi trulli, uno dei quali è rimasto superstite fino alla recente demolizione, che potrebbero collocarsi di secoli antecedenti al 1600.

Trullo all’interno della masseria

 

Altro elemento importante, la masseria doveva essere sorta sui resti di un piccolo agglomerato ben più antico, occupato in diverse fasi storiche. Probabilmente, come per altri centri e contrade viciniori, si passa da una presenza messapica a quella romana e successivamente medievale. Nonostante l’indagine archeologica sia striminzita su quello specifico territorio, vi sono diverse testimonianze.

Lo storico locale Gaetano Pichierri inserisce Tima e terreni circostanti all’interno del confine magnogreco, nel periodo di massima espansione della Chora tarantina, lo considera dunque territorio messapico poi espugnato dai magnogreci. A mio parere, e sulla scia delle ipotesi del Teofilato, potrebbe invece trattarsi di una zona rimasta sempre in ambito messapico.[10]

Abbiamo già accennato ad una erronea interpretazione del toponimo da parte del Pichierri: tuttavia, tale ipotesi era meramente rafforzativa di ben altre evidenze. E’ possibile invece che la vicina contrada Minoto abbia effettivamente conservato un toponimo di origini greche, come il Pichierri sostiene in altri passaggi del suo scritto. Ma passiamo ora a descrivere le evidenze di cui si parla.

Intanto, Tima si trova su una linea insediativa posta quasi a sbarramento del confine messapico (secondo il Pichierri magnogreco), che comprende il territorio prossimo alla masseria, e passando per zona Monache va verso Agliano, Pasano, Malagastro, per poi giungere fino alla zona costiera con gli antichi insediamenti sorti tra Torricella e Monacizzo e, a seguire, verso il mare con il porto di Torre Ovo e la zona Madonnina dell’Altomare.[11] A partire da Agliano e per tutti gli altri siti citati, son stati ritrovati reperti risalenti almeno al IV sec. a.C., ma già in contrada San Giovanni, una località molto vicina a Tima, si ritrovano resti di ceramiche del periodo frammiste a reperti di origine neolitica, e sempre il Pichierri accenna a ritrovamenti anche nella contrada di Minoto e altre immediatamente confinanti con Tima.

Tima sorge anche in prossimità o all’interno del confine immediato del cosiddetto Paretone o Limes Bizantino, che da Agliano proseguiva verso la contrada denominata La Zingara e verso la località “le Monache”. Dopo aver superato la attuale provinciale S. Marzano-Sava, a ridosso della quale si trova Tima, il Paretone proseguiva poi verso il casale di San Marzano.

In un’opera di Giovangualberto Carducci son stati ricostruiti i confini bassomedievali del territorio della città di Taranto. Tale confine, probabilmente (qui le ipotesi sono controverse) è delimitato sullo stesso confine antecedente che divide il territorio longobardo da quello bizantino, oppure è specifico della separazione tra il territorio tarantino e quello Oritano. Sta di fatto che l’antico confine del territorio della città di Taranto inizia dalla foce del fiume Borraco per poi risalire verso Maruggio e dirigersi, attraverso monte Maciulo, verso monte Malagastro, in territorio savese. Da Malagastro si dirigeva verso il casale di Pasano, attraversando località Camarda, e da Pasano verso Agliano. Da Agliano, risaliva sulla “ripa della Serra” attraversando poi la contrada “la Zingara” e poi proseguiva verso San Marzano dopo aver superato la attuale provinciale Sava S. Marzano (esattamente in prossimità di Tima).[12]

Un susseguirsi di confinamenti sfruttando nel tempo più o meno le stesse delimitazioni potrebbe aver stabilito in epoca messapica il confine tra Messapia stessa e Magna Grecia, successivamente quello tra bizantini e longobardi e così via. Certamente, nel bassomedioevo la zona della masseria Tima è situata su quei confini ed è attraversata dal Paretone.

Il Pichierri ipotizza l’esistenza di una “fattoria greca” presso Tima; a parte l’errore intorno alla derivazione del toponimo (che in antichità doveva essere altro), per il resto testimonia la presenza effettiva di cocciame antico e di tombe. Il Pichierri fornisce queste notizie in più passaggi, affermando innanzitutto che presso Tima e altre masserie viciniori si sono ritrovati “gruppi di tombe con ceramica magnogreca associata a ceramica indigena[13], nonché ceramiche di tipo Gnathia. In un passo successivo, che riporterò integralmente, il Pichierri parla della masseria e della contrada intera riferendo altri particolari interessanti: parla di vari ritrovamenti nei paraggi, di pozzetti di forma biconica scavati nel tufo, della presenza sparsa di tombe nei paraggi e di una piccola necropoli concentrata in uno specifico punto. Ecco a seguire quanto scrive Gaetano Pichierri:

La zona è fornita di documentazione archeologica. Difatti, del cocciame antico si nota in diversi fondi; quello dei sig. Calò Gaetano, Caraccio Davide ed altri. Diversi contadini in questi posti hanno rinvenuto dei pozzetti scavati nel tufo di forma biconica, che opportunamente hanno intonacato, adibendoli a cisterne per l’acqua piovana. Tali fondi si trovano a tre o quattrocento metri di distanza dalla Masseria. Nei poderi attigui sono state scoperte diverse tombe.

Notizie di un gruppo di tombe le abbiamo ricevute invece da parte di altri proprietari di fondi, i quali hanno concordato con lo stabilire il fondo, una volta di proprietà di Ciro Fiusco, come la sede di una piccola necropoli; altre tombe sono sparse un po’ all’intorno; tutte fornite di corredo. Un ritrovamento di oggetti aurei in una di queste, ci viene confermato e descritto: ma i monili, a contatto con l’aria si sono dissolti.[14]

Ingresso e muro di cinta della masseria
Particolare interno di una parte del muro di cinta. Le mura appaiono nei loro diversi tratti realizzate in epoche e con tecniche diverse.
Esterno masseria

 

Altro particolare ingresso e mura
interno caseggiati
interno, camino
caseggiato

Conclusioni

Pur essendo andato distrutto ciò che restava dell’antica masseria ci auguriamo un ripristino e una ricostruzione del recuperabile. Possono essere d’aiuto questa e altre documentazioni fotografiche circolanti, e una piantina realizzata da Gruppo Culturale Savese pubblicata a pag. 91 del testo “Guida all’abitato e al territorio di un comune del mezzogiorno d’Italia”.[15]

Inoltre, come documentato in questo scritto, e sulla scorta delle indicazioni fornite dall’infaticabile studioso Pichierri, purtroppo da decenni ormai scomparso, sarebbe opportuno avviare ulteriori e più puntuali ricerche su quella contrada e su altre del territorio circostante.

Gianfranco Mele

 

  1. https://www.pugliapress.org/2020/05/07/sava-demolita-lantica-masseria-tima-lecologista-carrieri-ha-presentato-un-esposto-soprintendenza/
  2. Archivio Parrocchiale di Sava, Platea del R.mo Capitolo, Anno Domini 1690, pubblicata in: Primaldo Coco, Cenni Storici di Sava, Stabil. Tipografico Giurdignano, 1915, Ristampa a cura di GCS, Marzo Editore, 1984, pag. 428
  3. Gaetano Pichierri, I confini orientali della Taranto greco-romana, in: Omaggio a Sava (pubblicazione postuma), a cura di V. Musardo talò, Del Grifo Edizioni, Lecce, 1994, pag. 243
  4. Archivio Parrocchiale di Sava, Platea del R.mo Capitolo, cit. in Primaldo Coco, op. cit., pag. 429
  5. Archivio Capitolare di Sava, Libro delle conclusioni capitolari – Inventario di tutte le scritture del Rev.mo Capitolo fatto nell’anno 1717, cit. in Primaldo Coco, op. cit., pag. 437
  6. Gianfranco Mele, La vera e triste storia dello schiavo di Pasano: nessun “miracolo”, ma un accadimento di ordinaria amministrazione edulcorato dalla diplomazia ecclesiastica, in: La Voce di Maruggio, sito web, agosto 2019 https://www.lavocedimaruggio.it/wp/la-vera-e-triste-storia-dello-schiavo-di-pasano-nessun-miracolo-ma-un-accadimento-di-ordinaria-amministrazione-edulcorato-dalla-diplomazia-ecclesiastica.html
  7. Primaldo Coco, op. cit., nota (2) a pag. 275
  8. Gianfranco Mele, Le masserie come basi strategiche della guerriglia antiunitaria in Terra d’Otranto, Fondazione Terra d’Otranto, sito web, dicembre 2016 https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/29/91757/
  9. Archivio Comunale di Sava, Busta dei Demani classe I Categ.V, Deposizioni di vecchi e probi cittadini savesi circa l’esistenza di beni demaniali raccolte dall’Avv. Forleo Nicola, agosto 1877, cit. in Primaldo Coco, op. cit., pp. 465-466
  10. Gianfranco Mele, Allianum cittadella messapica, avamposto di Sava e Manduria. Il territorio di Sava nella ricerca e nelle ipotesi di Cesare Teofilato, Fondazione Terra d’Otranto, sito web, settembre 2016 https://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/30/allianum-cittadella-messapica-avamposto-sava-manduria/
  11. Gaetano Pichierri, I confini orientali della Taranto greco-romana, op. cit., pp. 231-256
  12. Giovangualberto Carducci, I confini del territorio di Taranto tra basso medioevo ed età moderna, Mandese Editore, 1993, pp. 51-80
  13. Gaetano Pichierri, I confini orientali… op. cit., pag. 242
  14. Gaetano Pichierri, I confini orientali.. op. cit., pag. 245
  15. G.C.S.,Sava. Guida all’abitato e al territorio di un Comune del Mezzogiorno d’Italia, Del Grifo Edizioni, 1994, pp. 90-91

 

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Notizie su Gianfranco Mele

Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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