giovedì 22 Agosto, 2019 - 16:14:12
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Vladimir e Vovka Ashkenazy: quattro mani, due pianoforti, un solo unico grande amore per la musica!

Quattro mani, due pianoforti, un solo unico grande amore per la musica, infinito, come la bellezza dell’arte dei suoni, assoluta ed eterna rispetto alle dimensioni di spazio e tempo, che infonde ai cuori e alle orecchie di chi la accoglie. La magnitudine della profondità, che il suono assume quando due pianoforti danno contemporaneamente voce alle anime, alle storie, alle immagini, agli intelletti e ai sentimenti dei grandi del passato, sono stati evocati nel presente con incredibile forza, finezza, maestria e trasparenza.

Una bolla d’arte pura, sospesa e fluttuante si è sublimata allo storico Teatro Orfeo di Taranto, dove martedì scorso, l’associazione “Amici della Musica Arcangelo Speranza” ha avuto il privilegio di ospitare, in occasione del suo 75° anniversario, il prestigioso duo pianistico formato dal leggendario pianista Vladimir Ashkenazy e da suo figlio Vovka, all’ultima tappa del loro tour italiano.

Il pianista russo è considerato uno dei maestri assoluti degli ottantotto tasti, con una carriera sfolgorante sin dalla giovane età che ha raccolto nel tempo stima di leggende, tra i quali l’italiano Arturo Benedetti Michelangeli. L’immensità e la vigorosità della sua arte interpretativa sono sempre state segnate da quell’innata capacità di «valutare mentalmente le distanze e le posizioni per realizzare istantaneamente una sonorità immaginata», come racconta il musicologo e critico Pietro Rattalino, parlando della “mano assoluta” di Ashkenazy.

Il programma, che il duo ha regalato al pubblico, è stato uno spaccato delle principali sensibilità musicali che si sono susseguite a cavallo dei due secoli, spaziando dalla leggerezza e la liricità di Schubert e Brahms per giungere all’estrema sperimentazione di “orologeria musicale” di Ravel e alla sconvolgente maestosità di Rachmaninov, eseguiti unendo armoniosamente rispetto per la prassi tradizionale e freschezza espressiva: innegabile la grandissima complicità tra i due esecutori, derivata da una profonda conoscenza affettiva, oltre che artistica.

Quanto la musica e la professione “artigianale” dell’esecuzione possono essere influenzate positivamente, completate, dall’amore di un padre verso il figlio e di un figlio verso il padre? Senso di orgoglio e gratitudine vanno ad unirsi per formare qualcosa di difficilmente definibile da semplici parole, ma estremamente naturale, quasi inaspettatamente scontato, da sentire sulla pelle e negli affetti, perché meravigliosamente parte della vita, del passato e del presente, dell’esperienza chi ascolta.

Devastante risulta allora la consapevolezza di quanto intimamente la musica pervada il nostro senso di tempo, di vita, di storia, di ricordo, di sentimenti. Tutto parte dalla musica e tutto ad essa viene ricondotto, tutto questo essa può rappresentare in un vorticare di emozioni e sensazioni: ogni musica è una piccola vita, una piccola storia con momenti lievi e grevi, gioia e dolori, amore e odio, completa e bellissima, come ogni vita vissuta con forza e passione.

La musica è vita o la vita è musica? Pochi sono coloro che probabilmente hanno trovato la risposta a questo interrogativo meraviglioso, magari proprio i grandi maestri dalla cui profondissima conoscenza dell’Arte abbiamo ancora la fortuna di poter attingere, custodi e testimoni di un passato in grado di illuminare ancora il futuro.

Marco Masiello

 

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