domenica 25 Ottobre, 2020 - 7:01:49

1865-1866: Il colera in Manduria nelle cronache dell’epoca (prima parte)

1865-1866: IL COLERA IN MANDURIA NELLE CRONACHE DELL’EPOCA (prima parte)

Nel 1865 appare per la prima volta il colera a Manduria, che si caratterizza proprio come epicentro della diffusione nella nostra zona. In quel caso, fu individuato come “paziente zero” un tal Giuseppe Piccione che secondo alcune fonti aveva contratto il morbo mentre lavorava al porto di Brindisi, secondo altre, poi ritenute più attendibili, ad Ancona, da dove era passato mentre da militare faceva ritorno da Bologna.

L’emergenza colera si protrae dalla fine di luglio agli inizi di ottobre del 1865.

La seconda diffusione parte nel 1886 da Latiano e Francavilla Fontana, nel giugno di quell’anno raggiunge Uggiano Montefusco e si riaffaccia su Manduria.

E’ subito polemica in merito alla gestione politica e sanitaria dell’epidemia, alcuni giornali attaccano l’amministrazione comunale manduriana tacciandola non solo di incapacità ma anche di opportunismo in quanto i componenti della giunta municipale intera si sarebbero rifugiati in campagna con le loro famiglie, disinteressandosi della situazione in città e pensando esclusivamente a salvaguardare la propria salute.

Analizzeremo qui cronache ed editoriali di alcuni giornali dell’epoca, mentre per una sintesi storica e ulteriori dettagli rimando all’articolo di Pio Capogrosso (facilmente rintracciabile sul web) che riporto qui in bibliografia.

Il Cittadino Leccese del 19 agosto 1865 apre con un editoriale piuttosto polemico, accusando la politica di tacere ed esortando gli amministratori della Provincia a ricorrere ai necessari mezzi di prevenzione della diffusione del contagio.

Qui di sotto, riporto un ritaglio del lungo articolo (le prime 16 righe).

L’articolo prosegue con la pubblicazione di una nota del 1837, anno in cui già si propagava tragicamente il colera nella provincia di Bari, ma non raggiunse la Terra d’Otranto grazie, sostiene l’editoriale, all’intervento del Duca di Monteiasi, all’epoca Intendente della Provincia di Lecce, che impose un “rigoroso e completo isolamento a tutto il territorio del Leccese”. Il Duca aveva sospeso commerci con la provincia di Bari e respinto sulla frontiera i cittadini provenienti dal barese. Contro questi provvedimenti si era espresso l’Intendente di Bari, il quale “mosse lagnanze al Real Governo”: il Duca rispose così fornendo al Governo tutte le spiegazioni dei suoi drastici provvedimenti. L’editoriale del Cittadino Leccese ripropone così le note del Duca rivolte al Ministro dell’Interno di Re Ferdinando, perchè siano di esempio, sostiene, agli attuali amministratori della Provincia di Lecce che dovrebbero seguire le orme di quel predecessore, ed esortando quindi a mettere in funzione un efficace sistema d’isolamento che emuli i provvedimenti adottati 30 anni prima dal Duca.

Nella lettera al Ministro, il Duca difende il suo operato e giustifica la sua scelta di isolare le persone provenienti dalla zona infetta, non ammettendole “sul territorio sano”.

Il Duca conclude la sua lettera ribadendo alcuni principi secondo lui necessari a prevenire la diffusione del colera, ovvero l’isolamento dei singoli casi verificatisi nei paesi colpiti, l’isolamento dei “paesi infetti dai sani”, l’obbligo di viaggiare sempre accompagnati da un certificato sanitario, la necessità che medici ed autorità comunali dei singoli paesi segnalino casi dei quali sono venuti a conoscenza.

Dopo la lettera del Duca di Monteiasi, il Cittadino Leccese pubblica una lettera di un Professore in Medicina, un carteggio tra il prof. Tommasi e il prof. Turchi, nel quale il Tommasi espone al collega i suoi punti di vista sulla questione: la riporto qui appresso, suddivisa in 3 ritagli.

 

Il 25 agosto del 1865 Il Cittadino Leccese riporta in prima pagina la notizia di nuovi casi di colera in Manduria, fornendo alcune cifre: dal 24 luglio al 23 agosto i casi “sommano 26, de’ quali 14 hanno soccombuto, ed uno si è lasciato tuttavia in istato grave”. Con una nota a piè di pagina poi viene specificato che alla data del 24 anche quel paziente grave è morto. In sostanza, si riportano le dichiarazioni contenute in un bollettino sanitario firmate da Raffaele D’Arpe, Emilio Perillo e Domenico Corallo, componenti di una commissione istituita dal Consiglio Sanitario Provinciale per monitorare la diffusione del morbo.

Il 2 settembre dalle pagine di quello stesso giornale viene dato un aggiornamento del numero dei morti: 16 il 31 Agosto, 13 l’1 Settembre e altri 13 il 2 settembre.

La paura dilaga, e chi può fugge via da Manduria o nelle proprie residenze di campagna: qui, il giornale attacca l’amministrazione di essersi dileguata pensando a sé, insieme ai ricchi proprietari e alla Congregazione della Carità, per cui in paese son rimasti solo i poveri. Due terzi della popolazione son fuggiti, dichiara il giornale, e un terzo è rimasto abbandonato, “senza aiuti di sorta e in preda alla più desolante disperazione”.

Il 9 settembre 1865 sempre su Il cittadino leccese viene pubblicato un altro bollettino sanitario firmato da D’Arpe, Perillo e Corallo. Era già la terza volta che questa commissione si recava in Manduria, prestando il suo apporto all’opera di Professori medici giunti da Firenze (Pellegrino Levi e Dante Borgi), da Napoli (Giarnieri, Ungaro), che coadiuvavano il Professore tarantino Ricciardi e il leccese Ambrogio Rizzo. Erano rientrati anche, a dar man forte all’equipe sanitaria, i medici locali Caputi e Ponno che si erano “assentati per qualche giorno in seguito di sciagure domestiche”.

Nel Convento degli ex Carmelitani era stato installato un ospedale per i malati di colera, nel quale alla visita della commissione erano ricoverati 11 pazienti, dei quali 3 in gravissime condizioni.

Percorrendo il paese di Manduria alla ricerca di tutti gli altri contagiati, i componenti della commissione provinciale contavano a quella data 50 persone “attaccate” dal colera nei giorni precedenti: di questi 50, per 8 persone la prognosi era che “non poteano dichiararsi fuori ogni pericolo, comechè in lodevole reazione e senza gravi determinazioni secondarie”, mentre i restanti 42 erano stati dichiarati “in lodevole stato di risoluzione morbosa da non lasciare ulteriore timore”.

La commissione aveva poi individuato 3 soggetti in situazione di algidismo ovvero in una condizione tipica dei contagiati da colera e alcune altre malattie infettive, che consiste in abbassamento della temperatura superficiale (ipotemia), e in sintomatologia da collasso circolatorio periferico. “Pochi altri”, riferisce la commissione, sono stati trovati inoltre “in istato d’incipiente colerino”.

Dopo la visita ai pazienti, i 3 commissari si recano al palazzo municipale, e partecipano, assieme ai Professori, ad una adunanza presieduta dal Sotto Prefetto con l’assistenza del Sindaco Tarantini Maggi e di due Assessori. Si conviene che il colera-morbus costituisce ancora una preoccupazione per la comunità, nonostante gli attacchi gravi siano diminuiti nel numero, ma

non così i lievi ed i colerini che vedevansi ancor molto diffusi, e ne’ quali campeggiava facilmente qualche altra complicanza morbosa sia di elmintiasi, sia reumatico-gastrica, e molto più spesso ancora di febbre endemica palustre”.

Si convenì quindi al termine di quella discussione, che nessun medico doveva abbandonare il campo, e che anzi il servizio di cure e vigilanza fosse meglio organizzato attraverso l’assegnazione di una contrada “a ciascun professore sanitario, per esercitarvi il suo ministero”. Così, i dottori Levi e Borgi furono assegnati all’Ospedale, mentre Rizzo, Caputi, Ponno e Giarnieri furono assegnati ciascuno a uno dei 4 rioni in cui era stato diviso il paese.

Ogni mattina ciascun medico doveva redigere un dettagliato rapporto nominativo dei casi osservati e trattati nel corso delle precorse 24 ore, con la indicazione inoltre dei morti nei rispettivi quartieri e nell’ospedale: il rapporto doveva essere spedito prima di mezzogiorno all’ Ufficio Sanitario che a sua volta lo avrebbe trasmesso via telegrafo alla Prefettura.

In quella adunanza, si discusse inoltre delle misure precauzionali, anche coattive, per contenere la diffusione del contagio:

Coordinato in tal guisa questo servizio, abbiamo inteso il bisogno tuttavia d’inculcare che in ogni casa ove manifestasi il morbo si fosse energicamente accorsi co’ mezzi disinfettanti a norma delle avvertenze inviate dal Consiglio Superiore di Sanità, obbligando le famiglie possidenti alla spesa necessaria, o supplendovi il Municipio, in difetto. Essendoci poi pervenuto a conoscenza che molte case, ove sono avvenute morti per colèra, siano rimaste chiuse per rapido allontanamento ed abbandono degl’individui superstiti, così, per espurgarsi siffatte abitazioni prima che le famiglie vi ritornassero, abbiamo disposto di farsi invito a quegl’individui a mandar prontamente persone per l’apertura di que’ locali onde essere disinfettati, ed in mancanza si fossero adoperati i modi di legge per essere aperti con la forza nell’unico scopo di praticarvi lo espurgo”.

Particolare attenzione si dedicò alla questione della tumulazione dei cadaveri dei colerosi:

Parimenti abbiamo data facoltà al Sindaco di far seppellire da ora innanzi i cadaveri de’ colerosi nel novello camposanto per inumazione già apprestato, e colle precauzioni a norma de’ Regolamenti Sanitari, e da noi, nelle precedenti visite fatte col signor Prefetto, caldamente raccomandati – A quei tumuli poi dell’antico cimitero, nei quali sinora sono stati seppelliti i cadaveri de’ colerosi, contro quanto si era disposto fin dal primo apparire del morbo, si fosse portata oggi almeno tutta l’attenzione possibile nello scopo di chiuderli ermeticamente, condizionarli con strati di calce viva, e non riaprirsi se non dopo lo elasso di lunghi anni, se pure non debba completamente smettersi quel camposanto a tombe”.

La relazione si conclude con una serie di note che riportiamo di sotto, nel ritaglio giornalistico di cui pubblichiamo foto.

I rapporti sul Colera a Manduria vengono pubblicati anche sulla rivista medico-divulgativa L’Imparziale, a firma di quel Prof. Pellegrino che operò in Manduria.

Sempre sul giornale Il Cittadino leccese, invece, viene pubblicata una lettera del savese Giuseppe Mancini che tratta della solidarietà offerta da parte della vicina comunità savese alla città di Manduria (la inseriamo integralmente nella foto sottostante).

Gianfranco Mele

 

BIBLIOGRAFIA

Il Cittadino Leccese, giornale politico-letterario, 19 agosto 1865, anno V n°21

Il Cittadino Leccese, giornale politico-letterario, 25 agosto 1865, anno V n°22

Il Cittadino Leccese, giornale politico-letterario, 9 settembre 1865, anno V n°24

Pio Capogrosso, I casi di colera del 1885 e del 1886 a Manduria in: Nuovo Monitore Napoletano, sito web, agosto 2018

InternetCulturale, cataloghi ed edizioni digitali delle biblioteche italiane, sito web

Levi Pellegrino, Del cholera morbus in Manduria, L’Imparziale, 1865, V

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Notizie su Gianfranco Mele

Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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