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26 Ottobre Giornata delle tradizioni popolari. La Tradizione come civiltà dei valori

“Un paese vuol dire non esser soli…”. Da Pavese ad Erodoto: “Poiché, se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta fra le varie tradizioni e li si invitasse a scegliersi le più belle, ciascuno, dopo opportuna riflessione, preferirebbe quelle del suo paese: tanto a ciascuno sembrano di gran lunga migliori le proprie costumanze”. Una tradizione e un paese. Mi ritorna spessa una frase di don Giussani proprio discutendo di tradizione/i: “La prima giustizia verso la dignità dell’educazione e quindi verso la dignità di una cultura è la libertà di valorizzare la propria tradizione”.Raccontare la memoria viaggiando nei ricordi. Un paesaggio di immagini che diventano custodi di un destino. Cosa è una tradizione? A primo acchito mi viene in soccorso una metafora. Una tradizione potrebbe essere il non dimenticare. Ciò significa mantenere fede al ricordare. Ma il ricordo si perde nel tempo. Il tempo fagocita. Incita, traduce, trasforma. Non tradisce. Il tempo non è mai immobile. Agostianamente non sapremo mai cosa è il tempo.

La tradizione, invece, è la trasformazione di un atto, un gesto, una azione in memoria, ovvero in ricordo che entra nella memori per abitarla. La tradizione è una memoria dentro il tempo. Immutabile, la tradizione si tra – manda, si rimanda tra generazioni di epoche e di civiltà e riporta sulla scena ciò che si è vissuto. Nulla a che fare con il rimpianto. È la convivente della nostalgia intesa come “nostos”.

Pio II il 28 febbraio del 1957 nel suo discorso ai docenti e agli allievi del Liceo Ennio Quirino Visconti di Roma ebbe a dire: “È stato giustamente notato che una delle caratteristiche dei romani, quasi un segreto della perenne grandezza della Città Eterna, è il rispetto alle tradizioni. Non che tale rispetto significhi il fossilizzarsi in forme superate dal tempo; bensì il mantener vivo ciò che i secoli hanno provato esser buono e fecondo. La tradizione, in tal modo, non ostacola menomamente il sano e felice progresso, ma è al tempo stesso un potente stimolo a perseverare nel sicuro cammino; un freno allo spirito avventuriero, incline ad abbracciare senza discernimento qualsiasi novità; è altresì, come suol dirsi, il segnale d’allarme contro gli scadimenti”.

Il 26 ottobre è la Giornata Nazionale delle Tradizioni popolari e del folclore.  Una importante proposta che dovrebbe farci riflettere sopratutto in un tempo sradicante e di sradicamtenti. Dovrebbe farci meditare anche sulle diverse sfaccettature che la Memoria nei popoli rappresenta.

Alla visione di Pio II si intreccia un concetto alto di Roberto Guarini, il quale sottolinea: “La vita pulsa anche nelle più lontane membra. La varietà della vita si manifesta in mille piccoli particolari. Poiché ogni portale, ogni cancello, ogni scala, ogni proverbio e ogni costume, ogni arte e ogni tradizione traggono la loro esistenza e la loro forma particolare dalla vita”.

Le tradizioni popolari sono modelli di cultura che la tradizione stessa nel viaggio tra tempo è ricordanze  ha trasformato in memoria. La memoria di una  civiltà che segnale una precisa identità. Le feste, i giochi, la piazza, il vicinato, le processioni, i cortei, i riti, il “cunto” intorno al braciere di inverno o insieme davanti al camino oppure d’estate davanti casa, come accade ancora, per raccontare e ascoltare.

Una Tradizione fatta di fatti, azioni, regole e i luoghi. Il luogo è parte integrante dei riti. Una Tradizione è un rito che si ripete.  Ripetere è tutto nella cultura popolare, la quale risponde direttamente al quotidiano dei popoli. Parte integrante della antropologia.

Antropos e Logos. Ma bisogna interagire con la modernità. Le tradizioni popolari restano, appunto, nell’immaginario che si ripetono sotto forma non solo di rito, la gestualità del rito, ma sotto la simbologia dei miti. Sono i miti che alla fine si dichiarano. Noi parliamo il linguaggio dei miti.

Un concetto di Claude Debussy delinea felicemente il valore delle tradizioni: “Sono esistiti, ed esistono tuttora, malgrado i disordini che la civiltà reca, piccoli deliziosi popoli che appresero la musica con la semplicità con cui si apprende a respirare. Il loro conservatorio è: il ritmo eterno del mare, il vento tra le foglie, e mille piccoli rumori percepiti con attenzione, senza mai ricorrere a trattati arbitrari. Le loro tradizioni vivono negli antichissimi canti associati alla danza, in cui ciascuno, durante i secoli, ha rievocato il suo rispettoso contributo”.

Le tradizioni popolari nei vari passaggi reali e metaforici resistono all’urto di una pressante contemporaneità attraverso ciò possiamo definire archetipi delle civiltà. Perché tradizioni? Perché popolari? La cultura si esprime nei diversi saperi. I saperi sono le conoscenze che solcano i secoli, le epoche, le età e diventano manifestazioni di una consapevolezza.

Soltanto quando la tradizione assume la “virtù” della consapevolezza si trasforma in conoscenza. Le tradizioni popolari sono la conoscenza di un tempo nel quale i popoli hanno vissuto le loro età. Detto in questi termini si può pensare subito che una tradizione deve spesso confrontarsi, o fare i conti, con una metafisica delle civiltà. Resistono perché le tradizioni abbandonano la cronaca e diventano memoria. Il “popolare” come concetto è il dato che una “una volta” erano appartenenza dei popoli ed erano diffusi nel ceto cosiddetto popolare.

Oggi è la memoria che ha senso. Ecco perché la tradizione è una memoria che resta nella ciclicità del tempo. Il folclore è una manifestazione di essa. Il canto, per restare ad un esempio, è manifestazione della tradizione perché essa si estende grazie agli atti, ai gesti, alla danza, alle feste, alla quotidianità:  dalla vita come testimonianza alla morte nei suoi moduli rituali, dal nascere al funerale, dalla culla alla celebrazione funebre.

Folclore è ricordare manifestando  la vita dei campi. È l’uccisione del maiale nella cultura contadina. È la processione per ogni tipologia di ricorrenza. Il folclore è sempre più una manifestazione che raccoglie i segni della memoria popolare dei popoli.

Comunque Tradizioni popolari e Folclore sono l’inserto fondamentale delle Antropologie e dei fenomeni antropologici che caratterizzano la conoscenza e lo scavo nelle identità dei popoli che diventano segno autentico delle civiltà.

Entra sempre in gioco il valore delle radici. Senza la ri – conoscenza delle radici non si ha tradizioni. Riconoscere e dare senso alle radici è abitarsi nella memoria che diventa ed è identità. Abitare la nostalgia non è essere nostalgici di un qualcosa che non può esistere più. È darsi appartenenza. Quella vera appartenenza che è Tradizione. I popoli nelle civiltà vivono di Memoria, ma per vivere di memoria hanno bisogno di riappropriarsi della nostal – gia. Dovremmo avere nostalgia della nostalgia del “nostos”.

Un paradosso? No. Si tratta di esplorarsi in quello specchio che l’esistere delle eredità. Una immaterialità che diventa infinito, ma anche indefinibile. La tradizione è un bene culturale che pone a confronto il ricordare la memoria con le azioni, i fatti e gli oggetti. In tal senso è l’immateriale che recupera il materiale per renderlo reale e immaginario nel viaggio delle esistenze. In fondo “un paese vuol dire non essere soli”. Come sosteneva Cesare Pavese. Ecco perché la tradizione è la memoria che mai ci rende soli.

Da questo punto interpretativo Leopardi aveva ben sottolineato: “Gli italiani non hanno costumi; essi hanno solo usanze”. Le usanze sono parte integrante delle tradizioni, che implicano una verità. Quella verità che vive nella ricerca antropologica e che Evola aveva ben delineato come memoria nel tempo: “Si lascino pure gli uomini del tempo nostro parlare, con maggiore o minore sufficienza e improntitudine, di anacronismo e di antistoria”. Sempre Evola: “Li si lascino alle loro “verità” e ad un’unica cosa si badi: a tenersi in piedi in un mondo di rovine…Rendere ben visibili i valori della verità, della realtà e della Tradizione a chi, oggi, non vuole il “questo” e cerca confusamente “l’altro” significa dare sostegni a che non in tutti la grande tentazione prevalga, là dove la materia sembra essere ormai più forte dello spirito”.

Il mondo in rovina è un mondo senza tradizioni. È quel mondo che ha perso persino l’idea e il valore che le civiltà resistono soltanto se le tradizioni resistono nel moderno e nella contemporaneità.

Pierfranco Bruni – Archeologia – Demoetnoantropologia Mibact

 

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Notizie su Pierfranco Bruni

Pierfranco Bruni
E' nato in Calabria. Ha pubblicato libri di poesia (tra i quali "Via Carmelitani", "Viaggioisola", "Per non amarti più", "Fuoco di lune", "Canto di Requiem", "Ulisse è ripartito", "Ti amero' fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio"), racconti e romanzi (tra i quali vanno ricordati "L'ultima notte di un magistrato", "Paese del vento", "Claretta e Ben", "L'ultima primavera", "E dopo vennero i sogni", "Quando fioriscono i rovi", "Il mare e la conchiglia") La seconda fase ha tracciato importanti percorsi letterari come "La bicicletta di mio padre", "Asma' e Shadi", "Che il Dio del Sole sia con te", "La pietra d'Oriente ". Si è occupato del Novecento letterario italiano, europeo e mediterraneo. Dei suoi libri alcuni restano e continuano a raccontare. Altri sono diventati cronaca. Il mito è la chiave di lettura, secondo Pierfranco Bruni, che permette di sfogliare la margherita del tempo e della vita. Il suo saggio dal titolo “Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea” è una testimonianza emblematica del suo pensiero. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”. Ricopre incarichi istituzionali inerenti la promozione della cultura e della letteratura. Ha ricevuto diversi riconoscimenti come il Premio Alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per ben tre volte. Candidato al Nobel per la Letteratura.

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