domenica 29 Novembre, 2020 - 13:57:27

A ritornar nella mia Magna Grecia nei Ferragosti di quando si partiva con la Millecento rossa con il cambio allo sterzo di Pierfranco Bruni

1100 dSi preparava già qualche giorno prima. Ho sempre amato il mare. Il mare greco. Sibari è nella mia vita. La Magna Grecia. 15 agosto. La luna nel tramonto e l’alba nell’aurora. Ferragosto. Ma ci sono ricordi e sensazioni che occupano la scena.

Le distese pianure fanno concorrenza al deserto che annuncia la Terra Promessa. Anche quando il mare è di là delle piccole dune ci sono tavolieri che sembrano levigati dai discepoli di Giuseppe.

Metafora a parte.

Qui è un viaggiare senza incorrere all’improvviso nelle montagne russe o nel sali sali e scendi scendi delle silane alture. Qui. Ci sono sbalzi del terreno e nulla più.

Si respirano sapori salsedinati. I vicinati sono grovigli di voci. Peperoni e patate nell’area odorante di fritto. Infanzia che ritorna nel soffio di una volata di arcobaleni nei quali, in un giravolta o in un voltagira, i ricordi, come sempre, si danno appuntamento e richiamano echi, echi che la conchiglia custodisce.

La geografia dei luoghi si coniuga sempre con quella dell’anima e quella dell’anima, l’ho capito troppo tardi, con il trascorre il quotidiano passare delle ore, dei giorni.

 

Ogni estate culminava nell’attesa del Ferragosto. Festa campale. Antica che resiste al moderno. La celebrazione pagana del mondo agricolo.

Dice una Enciclopedia: “La festa del 15 agosto, intitolata all’Assunta, perpetua l’antica festività agricola pagana delle ferieae augusti o augustales, che celebrava la raccolta dei cereali e solennizzava il riposo che a essa seguiva”. Il solito sottopancia scolastico e televisivo.

Sacralità e paganità.

Con tutti i suoi riti. Si mescola il tempo della fede con il tempo del mito. Già nell’antico questo miscellare la ritualità della cultura contadina era fare dono alla Vergine. La Festa della Assunzione della Santa Vergine. Ma il greco e il romano si dichiaravano in una sintesi di storie e di civiltà. Ancora oggi continuano a parlarsi come se fosse ieri.

Ferragosto è una festa che celebra un rito. Inconsapevolmente oggi è soltanto una festa, un andare, un rincorrere, un tuffarsi. Il rito che è tradizione si manifesta nella consumazione dei pranzi.

Calabria che si cerca nel Mediterraneo. E il Mediterrao è Magna Grecia e la Magna Grecia vive il suo Mediterraneo greco ed arabo. Calabria che ha di fronte l’Oriente e l’Occidente. Puglia dal meridiano impazzito nella calura dei quaranta gradi. Roma delle serate pre ferragostane e settembrine.

Gioco a recuperare i ricordi. È  diventato ormai un gioco irresistibile e infinito. Ma è in questo gioco che ritrovo la mia ansia e la mia fantasia si fa arcobalenata tra le strisce delle luci e le ombre degli scuri.

Ferragosto.

Il sole è una lancia medioevale ben appuntita che cade sugli ombrelloni. I fasti antichi sono una ferie. Quelle ferie di agosto con un mare che era una tavola blu e non ci mancavano pinne, fucili ed occhiali per rappresentare la nostra vitalità e la nostra giovinezza in un tempo che è stato.

Con mio padre e mia madre e il Millecento rosso… Millecento D. Tra Tirreno e Ionio. Paola e Fuscaldo quando si andava a trovare zio Mariano e zia Maria. Ionio quando trascorrevamo le lunghe estati a Trebisacce. Alla spiaggia con le pietre appartiene il mio orizzonte. Mia madre giovane e mio padre sempre un combattente.

Ferragosto è sempre il ferro caldo di metà agosto che ci permette di lasciare paesi e città e occupare spiagge e montagne. E le città sono il respiro della solitudine mentre i paesi sono le isole perdute o abbandonate.

Si cantava alcuni decenni fa una canzone dal titolo: “Notte di ferragosto” e la cantavamo per tutta un’estate per cantare l’estate. Le dolci e calde estati che ricordo come se fossero ora solo un sogno in quei luoghi della mia Calabria che ancora hanno odore di allegria nella malinconia che non sfugge agli attimi.

L’attimo fuggente di Robin di cui ho parlato in questi giorni per la sua morte terribile…

 

Che belle estati in quel mare dell’azzurro profondo dove si cucivano avventure, dove si abbordavano ragazze, dove si ballava e si ritmava: “panna, cioccolata e un po’ di fragola”.

Ci si sfidava a chi si abbronzava di più. I tuffi dal pontile. Le nuotate a più non posso.

Erano finiti i tempi dei castelli di sabbia sulla spiaggia. Si intonava anche un motivetto che per la mia generazione era superato, ma che restava come un simbolo dell’estate: “Sapore di sale, Sapore di mare…”.

Una canzone che ho ritrovato anni dopo, ma che resta legata ad  incontri e forse ad un amore che ho lasciato negli anni. “Sapore di sale/sapore di mare/che hai sulla pelle/che hai sulle labbra/quando esci dall’acqua/ e ti vieni a sdraiare vicino a me…”. Danzava nella pista del lido Rosy…

Il tempo della mia giovinezza in un mare che aveva i colori della Grecia, della Magna Grecia, di Pitagora e i suoni della lira e i versi di Ibico. Non sapevo allora che il fascino di questo mistero e di un paesaggio tutto solare avrebbe dato senso alla mia costante ricerca di una identità che è quella della civiltà dello Ionio nelle acque del Mediterraneo.

 

Mare, mare, mare.

Ombrelloni che fanno teatro e recitano l’estate. Asciugamani con i simboli dell’estate. Mi ricordo quei sandali che si infilavano tra due dita. Fastidiosi eppure facevano parte di uno stile.

Un tempo che oggi è nella memoria. Si aspettava la notte di ferragosto per tuffarsi in quelle onde dopo la mezzanotte. Non c’erano tinte. Il buio tagliato dalla luna che si mostrava a fette e le stelle erano tanti puntini che sembravano le lentiggini del cielo. Molte di quelle stelle erano cadute qualche giorno prima.

Nella notte di San Lorenzo e i desideri si erano già espressi….

San Lorenzo, il martire, bruciato sulle graticole continua a recitare ogni dieci agosto la sua santità. E lancia le stelle e contando le stelle, i desideri espressi, per ogni stella avvistata, si avverano.

A me non è mai accaduto. Eppure ne ho viste di stelle cadere la notte del dieci agosto. E anche oggi non vedo cadere le stelle…

I miei ferragosti di baldoria sono legati ad anni lontani. Poi sono diventati silenzi ricercati. E passano con il passare dell’estate, con il trascorrere delle afose giornate, con i tuffi nell’acqua chiara e azzurra.

Guarda come dondolo…”.

Erano altri i giorni di quel mio tempo. Ma nessuna cosa passa invano in questo nostro scorrere i petali della margherita.

Domani ci sarà il sole?

L’estate rimane legata alla metafora costante del mare. Quando si andava in montagna, tra le montagne della Sila o del Pollino, per me non era una festa.

Ferie d’agosto anche quando non c’era bisogno per me di andare in ferie era il sole, l’abbronzatura, i balli fino all’alba sulla rotonda dei lidi.

Chi dimentica più.

 

Una rotonda sul mare/il nostro disco che suona…”. O: “Come è caldo il vento amico…”.

Ancora: “Ho scritto t’amo sulla sabbia/e il vento a poco a poco se l’è portato via…”. “Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro…”.

Non so se facevano proprio così con un ritornello che echeggiava continuamente nella mente. E si cantava senza mai stancarsi in un’altra epoca: “Questo piccolo grande amore è solo un piccolo grande amore…”.

Ogni canzone era legata ad un momento particolare e si viveva nella malinconia di un’attesa che aveva un sapore di allegria.

Poi vennero altri giorni. Poi venne un altro tempo.

Le corse pazze lungo quelle strade curvate. I brividi dell’emozione. Si era giovani anche per quell’imprevedibile senso di incoscienza che si aggrappava ad una frenesia che era nella bellezza del vivere.

Il vivere era bellezza e noi vivevamo la vita, ma ci si lasciava attraversare dall’innocenza del sogno. Amavamo. Quelle carezze nascoste. Quei baci furtivi. Quell’incontrarci tra i segreti dei luoghi in passeggiate che non avevano riposo.

Ferragosto non è soltanto il ricordo di un giorno. Ferragosto è  l’attesa di una stagione che si intreccia ai desideri, ai giochi delle estati, ai luoghi di un lungomare.

E tutto era una festa. Una festa nel cuore degli anni. Di quegli anni vissuti, perduti nel tempo e ritrovati nella memoria. Di quegli anni intrecciati ad un vento che oggi è nostalgia.

Spesso ascolto questo vento. Mi giunge inaspettato. Un vento che riporta onde di mare. Sussurri nella conchiglia. Sussurri che il tempo nasconde tra le sue pieghe ed esplodono senza che nessuno ne capisca nulla.

Il mistero della memoria è una voce che cammina silenziosamente in ognuno di noi.

Cammina. Cammina e poi questo mistero si apre a ventaglio.

Cosa ci sarà mai in questo ventaglio di immagini, di colori, di infiniti trastulli. Ed è qui che ci si perde e ci si ritrova. E le età sembrano scomparire. Si rimane senza età raccolti e travolti dal fascino stesso del viaggio.

La notte di San Lorenzo le stelle cadono per essere contate. E prepara il Ferragosto. Agosto a metà con la luna a fette e i cocomeri rossi sulla tela di una stagione dipinta con i rossi e i verdi che non si asciugano facilmente.

I rossi e i verdi si lasciano tagliare dalle diverse cromaticità dei gialli. Il rosso qui. Il verde al centro. Il giallo dappertutto. Fa i contorni.

Estate, estate, dolce estate…

Recita Cardarelli: “Distesa estate,/stagione dei densi climi/dei grandi mattini/dell’albe senza rumore -/ci si risveglia come in un acquario -/dei giorni identici, astrali,/stagione la meno dolente/d’oscuramenti e di crisi…”.

Il canto di una infinita estate che ritorna e ritrova quel suo tempo. Tempo di immagini. Tempo di paesaggi assolati. Non li ritroverò più con quella intensità. Non li vivrò più con  quella interiorità. Con quella armonia, con quelle musiche, con quel sogno.

Felice estate.

Ferragosto di viaggio. Era una tradizione.

Ferragosto non era una festa se non si andava fuori porta.

Oggi questo desiderio non mi tocca più. Anzi preferisco starmene chiuso a casa.

Come cambia la vita.

Come muta il nostro impatto con la vita.

Come si trasformano le giornate. Le nostre giornate che non restano sempre le stesse. È  un bene. Un male. Ma tutto non resta come si pensava che restasse.

La luna copre il sole.

Ritorno ai miei luoghi. Con i desideri assopiti. Con i viaggi che viaggiano dentro di me. Con i sogni che erano e che non sono più. Ogni tempo ha la sua età. E questa mia età è un nuovo gioco.

Vorrei prendere per mano i miei figli e passeggiare tra i viali del giardino… Ma gli anni sono trascorsi, mio padre è un volo con l’aquila con la rosa rossa… Quel giardino racchiude tanti ricordi… E mia madre racconta nostalgie di epoche antiche…

Ferragosto tra i Mediterranei degli Orienti e degli Occidenti e dalle albe che si tuffano nei crepuscoli. Gli odori e i sapori ancora una volta sono incenso.

Il mio paese è la tradizione che si fa identità. Si avverte quella malinconia che è profondità di scenari. È anche un graffio. Un graffio che solca la coscienza perché si ha sempre più consapevolezza che il distacco è una lontananza che separa.

Quale Ferragosto ricordare in quel mio paese dell’infanzia o in quel mio tempo della giovinezza?

Calabria e Puglia sono diventati un incontro fatale. Il ciclo delle stagioni in questo mare che è viaggio è un girotondo che si compie con gli occhi della memoria.

Siamo rimasti in volo come due palloni che sono tenuti insieme da un spillo. Canta una canzone di Mina e Celentano. Che bella immagine. E nonostante tutto siamo andati avanti. È  questo il messaggio malinconico e gioioso.

In volo come due palloni retti insieme da uno spillo.

Ne è passato di tempo. Perché continuare con queste malinconie che non so proprio dove possano condurre. Due palloni in volo tenuti da uno spillo. Ecco. Una fotografia da incorniciare. Ma non è mia.

Ho due finestre aperte che ritraggono il mio Ferragosto.

Le lunghe corse per giungere ai laghi della Sila. E lì fermarsi sotto il fresco e a contatto con l’acqua tutta piana. E poi il mare. Il solito mare di Ulisse.

Una volta, di notte, nel silenzio delle calme onde, ho cercato di captare il fruscio delle sirene. Io mi sentivo un Ulisse ma senza cera nelle orecchie. Ho aspettato. Ho implorato le sirene. Nella notte. Ma niente. Solo lo splasc leggero leggero delle onde che lambivano appena la sabbia.

Le sirene c’erano state in quel mare, ma ora non c’erano più. Altre volte di notte. Ma nulla. Anche nel contatto antelucano mi sono tuffato in quel mare di Ulisse.

Con le correnti fresche.

La fantasia ha certamente più memoria della realtà. Ha più sfumature. Non conosce il tocco degli orologi. Le sirene non conoscono il tempo. Sono nel mito e sfidano la storia. Continuano. Senza di noi a sfidare la storia. Continuano nella nostra logica inconsapevolezza ad affiorare nel mare della memoria.

Ho rinunciato a cercarle, ma non mi sono rassegnato. Sono diventato più pensoso. Mi sono detto che saranno loro, le sirene, a farsi sentire o lasceranno un segno quando sarà il momento, quando lo riterranno opportuno.

Ulisse non le ha cercate. È stato raggiunto dalle sirene perché sapeva che quel vento era troppo forte e poteva bloccargli la strada del ritorno. Conosceva il mistero di quelle voci, quelle voci che spezzano il cuore della nostalgia.

Cosa farò?

Mi tolgo davanti questi fogli che lasciano respirare ricordi e riportano emozioni. Una scommessa?

Ebbene sì.

Lascio da parte le malinconie perché ho paura di invecchiare nella loro amorevole accoglienza.

Ferragosto. Quest’anno ritorno nelle acque di Ulisse. E di notte. Con lunghe bracciate. Nuoterò. Senza cercare le sirene. Senza chiedere di poter incontrare le sirene.

E una linea di luna guiderà il mio pensare.

Farò così.

Nella notte di Ferragosto. Senza più parlare di miti. Senza più scendere tra le parole che sembrano cantilenare le nenie della tradizione e dei riti.

Cambierò registro.

Nella notte di Ferragosto questo mio Mediterraneo dai naviganti infiniti, sarà un’onda lunga che custodisce silenzi e nasconde voci sino all’alba.

Aspetterò l’alba raccogliendo conchiglie perché conosco il suono delle conchiglie e perché ogni eco ha il gioco dei labirinti, e mi farà ritornare ad un tempo che non c’è più, ad un paese che vive dentro di me, a mio padre Virgilio, a mia madre Maria e ai miei figli Micol, Virgilio… ai fratelli di mio padre, agli occhi delle eredità della famiglia di mia madre e sarà un’altra estate che è già andata via…

Ma smetterò mai di pensare alla Fiat  Millecento D rossa fiammeggiante che ha il senso e l’orizzonte tra l’infanzia e la mia giovinezza? Ed era bello ritrovarsi…

I cinque fratelli, compreso mio padre, ora, raccolgono il sorriso di noi tutti che li abbiamo amati e restano con noi…

Forse mio padre guida ancora la sua Millecento D rossa e con i fratelli, considerato che era l’unico pilota della famiglia, viaggia tra spiagge e pinete, dal Tirreno allo Ionio, dal Pollino alla Sila e si fermeranno per una breve sosta certamente al Santuario di San Francesco di Paola a Paola, sul Tirreno… E si regaleranno anche il loro Ferragosto…

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