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Al My Giffoni Film Festival “Vivere il mio tempo”, un “corto” su Taranto

Vivere il mio tempo, il ‘corto’ del diacono Argentino con i ragazzi dell’istituto Madonna della Camera.
Il diacono permanente, nonché docente di scuola media, Cosimo Argentino, e la collega Paola Pisanelli, hanno ultimato le riprese del ”corto” intitolato “Vivere il mio tempo” su malessere e speranze della nostra città, in gara al My Giffoni Film Festival, la rassegna cinematografica per ragazzi giunta alla 47esima edizione.

Nato come progetto della scuola media Skanderbeg di Faggiano (Istituto Comprensivo Madonna della Camera) e realizzato grazie agli sponsor Eredi Cantine Solferino di Sava e Macelleria Gioia di Torricella, e NI.LO. P.M. Costruzioni srl di Faggiano, il lavoro cinematografico vede come protagonisti gli studenti che ben s’impegnano per rappresentare la vicenda della città bimare. Con gli esterni girati a Baia Saturo, marina di Torricella, nelle campagne di Faggiano e fra i vicoli di Taranto Vecchia, la narrazione parte dalla nascita della città salutata con queste parole: “In un tempo remoto, un dio alla ricerca di una dimora arrivò sulle rive di un luogo d’incanto e di quella terra fece la sua patria”.

A seguire, la suggestiva declamazione in greco dei versi di Orazio tratti dalla “Ode a settimo”, opportunamente sottotitolata e accompagnata da avvolgenti melodie. Scorrono quindi immagini di vita quotidiana in quella terra meravigliosa, in cui “sacre erano le acque, in pace i suoi abitanti, la terra era feconda”. L’incanto un bel giorno è però spezzato dalla visita ai potenti del luogo di uomini senza scrupoli che progettano la nascita del colosso d’acciaio: “Ma l’uomo è ingordo e brama potere e ricchezza, così in un attimo il paradiso può distruggersi attraverso le mani dei suoi stessi discendenti”, continua la voce narrante. Servendosi di spezzoni di filmati d’epoca, si vedono vecchi e giovani che osservano sgomenti le ruspe che spazzano via ulivi millenari e antiche masserie, pascoli e vigneti per far posto ad acciaierie e altoforni. “L’acciaio sarà la nostra ricchezza”, afferma uno degli interpreti, anche se questo costerà assai caro.

La rassegnazione sembra prendere il sopravvento: per via dei fumi le finestre rimangono chiuse per non farsi intossicare mentre la morte falcia impietosa anche i più piccoli. Ma la speranza aleggia ancora: nei vicoli della città vecchia, “il suo candore ci sfiora e ci incita a non arrendersi”; fra le onde del mare che, con la sua bellezza, sembra chiedere insistentemente di fidarci di tutto ciò che di bello può donarci.“Ai sogni non puoi togliere il colore”, si declama nel finale, all’insegna di un gioioso flash mob sulla rotonda del lungomare che fa ben sperare.

 

Fonte: Nuovo Dialogo

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