giovedì 21 Gennaio, 2021 - 2:51:52

CONTRADA LA SAMIA TRA MARUGGIO E TORRICELLA: RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI

Gaetano Pichierri individua in una sua ricerca condotta sul finire degli anni ’70, in zona La Samia, a sud-est di Monacizzo, in un sito poco distante dalla omonima masseria, un santuario di epoca greca.[1] La zona interessata, scrive il Pichierri, ha l’estensione di circa mezzo ettaro. In un punto nel quale vi è un leggero rialzo, rinviene una favissa[2] nella quale ritrova numerose testine con o senza barba, che lui riconduce al Dioniso tarentino. Alcune testine, sono caratterizzate da una stephane (corona decorativa, ghirlanda indossata sul capo) ornata da due rosette ai lati e da una centrale alla sommità. [3]

Ritrova inoltre: una testina con basso polos[4], lucerne miniaturizzate, frammenti di tegole, frammenti di vasi e vasetti, di ceramica a croma e a vernice nera, di ceramica di Gnathia, di unguentari, dischi, contrappesi piramidali, frammenti vari di statuine fittili, vaghi di collane fittili, pinnacoli, un rocchetto.

Dai ritrovamenti di Gaetano Pichierri: oscilla, frammenti ceramici e di statuine, vaghi di collana e contrappesi da telaio

Il Pichierri rapporta i materiali rinvenuti in La Samia a quelli presenti in Agliano (contrada in agro di Sava), ipotizzando vari collegamenti tra i due siti: si tratterebbe in entrambi i casi di luoghi di culto, in entrambi i casi i materiali sarebbero stati riferibili al IV secolo a.C., e ancora, in entrambi si tratta di culti associati a divinità agresti. Le divinità individuate in Agliano sono Demetra e Kore, e il Dioniso individuato in La Samia, si sa, è associato a queste nei culti orfici. La presenza delle lucerne miniaturizzate (reperite anche in Agliano), che secondo alcune interpretazioni dovevano servire al defunto per farsi luce nelle tenebre dell’Ade, conferma al Pichierri l’ipotesi che trattasi di luoghi che hanno in comune la venerazione di divinità orfiche.

Reperti cultuali dello stesso tipo il Pichierri li rintraccia in Torre Ovo (località sulla quale la contrada Samia si affaccia), e per questo motivo lo studioso locale mette in relazione anche questo sito del litorale, con La Samia ed Agliano.[5]

Il Pichierri si sforza anche di trovare tracce etimologiche di quello che poteva essere l’antico nome della zona: si concentra, perciò, sul toponimo Calèra che riguarda una masseria (detta anche Galèra) nei paraggi di zona Samia, e ormai inglobata nei caseggiati di Monacizzo. Ipotizza quindi una derivazione di “Calèra” dal greco kalàuras, che sta a significare “bella aria” e che sarebbe stato scelto in antichità come nome della polis che sorgeva là a quei tempi (inglobante la stessa Monacizzo), in omaggio all’aria particolarmente salubre che si respirava sul colle dell’attuale paesello e nei suoi immediati dintorni.[6] In altro scritto ipotizza derivazione da altro termine simile, kalecòra che sta a significare “bel posto”. [7] A parere del Pichierri dunque, in antichità Kalàuras o Kalecòra doveva essere il nome di una cittadella che comprendeva il territorio della attuale Monacizzo fino ai confini con il feudo di Maruggio. Curiosamente, però, il Pichierri non prende in esame proprio il toponimo Samia come di probabile antica derivazione, ma vedremo più avanti, in questo scritto, che tale nome di contrada riporta alla mente sorprendenti similitudini con antichi nomi e toponimi. Proseguiamo intanto con la descrizione del sito e dei vari ritrovamenti.

Dai ritrovamenti di Gaetano Pichierri: un contrappeso da telaio, oscilla, testine fittili

La contrada si estende dal tratto lungo la strada Monacizzo-Librari sino al confine tra agro di Torricella e agro di Maruggio (la cosiddetta “zona dei trulli”, attraversata dalla strada provinciale 132), e degrada leggermente verso il litorale di Torre Ovo.

Vi si ritrovano frammenti di epoca neolitica (di questi parleremo più avanti), greca e romana. I reperti di epoca greca sembrano risalire al periodo dal IV al II sec. a. C.. Nel settembre 1946 è attestato dalla Soprintendenza Archeologica di Taranto il ritrovamento di oltre 10 tombe saccheggiate, dalle quali furono comunque recuperati alcuni oggetti rimanenti (unguentari fusiformi e coppe a vernice nera). Nel 1952 sempre dai dati della Soprintendenza è segnalato il ritrovamento di una tomba, contenente una coppetta a due anse e un unguentario a vernice nera del IV sec. a.C..[8]

Anche Paride Tarentini ritrova in zona Samia una serie di frammenti affioranti: a ridosso del muro occidentaledella masseria, su un’area estesa per circa un ettaro, resti di tegole, cocci acromi e a vernice nera. resti di pithoi[9], cocci decorati a figure rosse. Nell’area lungo la Librari-Monacizzo, ritrova resti di tegole,di anfore, di pithoi, resti ferrosi, cocci acromi e a vernice nera.

Reperti rinvenuti nei pressi di masseria Samia: peso fittile da telaio, frammenti di vasi a vernice nera ed a figure rosse ((foto Paride Tarentini dal testo “Maruggio. Presenze antiche sul territorio”, Filo Editore, 2000)

Terminiamo qui la descrizione del materiale proveniente da epoca greca rinvenuto in zona Samia, e prima di passare a rendicontare sui reperti di altre epoche, ritorniamo all’etimologia. Il toponimo ci riporta per stretta assonanza a Σάμος ancor oggi conosciuta come Samo o Samos, isola greca dell’Egeo, che diede i natali a Pitagora (ma anche a Epicuro, Melisso, Aristarco ed altri). Strabone ci tramanda che Samo significa “altitudine vicino alla costa”, e anche qui troviamo una singolare analogia con il sito nostrano, intendendo con ciò innanzitutto la zona della contrada più orientata verso Monacizzo (che del resto è l’ “epicentro” dei ritrovamenti dell’epoca cosiddetta greca). Dal toponimo, prende il nome anche la Sibilla Samia, laddove Samia è da intendersi, in questo caso, come originaria di Samos. Oltre a doversi rapportare alla mitica figura, dunque, il nome Samia più genericamente è associato al termine e alla località Σάμος. Non di rado, i colonizzatori replicavano o omaggiavano in queste zone, per una serie di associazioni, toponimi delle loro terre originarie.

In zona Samia sono documentati anche ritrovamenti di epoca neolitica e di epoca romana (non ho voluto procedere in ordine cronologico in questa esposizione, perchè ho preferito partire dai materiali dei quali abbiamo a disposizione più documentazione, anche di tipo fotografico).

Il primo ad individuare presenze neolitiche nei paraggi è il Prof. Biagio Fedele, che in un suo lavoro pubblicato nel 1972 descrive due piccoli insediamenti risalenti a tale epoca, uno sul limite SE della contrada, nell’area ove attualmente sorge il complesso alberghiero Eden, e l’altro a ridosso della masseria. Nel primo insediamento ritrova intonaci di capanna, resti ceramici con decorazioni a unghiate e cardiali,[10] ceramiche dipinte con motivi a forma di fiamma e decorazioni rosso ocra. Nel secondo, vari frammenti a decorazione impressa (unghiate, semicerchi, ecc.) ed incisa. In entrambi i siti, resti di attrezzi in selce e in pietra levigata.[11]

Fedele fornisce anche documentazione fotografica, che purtroppo, però, risulta davvero poco nitida nell’edizione a stampa dell’Archivio Storico Pugliese, quindi ometto di inserirla in questo scritto. Fotografa però dei frammenti di epoca neolitica anche il Tarentini (nell’area sovrastante l’insenatura di Torre Ovo), come da foto appresso .

Frammenti ceramici di epoca neolitica in località Samia (foto Paride Tarentini dal testo “Torricella. Itinerari storico-archeologici a sud-est di Taranto”)

Infine, l’area de La Samia ha restituito, dalla ricerca in superficie, diversi resti di epoca romana, così descritti dal Tarentini: cocci in pasta grigia del II-I sec. a.C., frammenti in terra sigillata di epoca imperiale (I-III e V-VI sec. d.C.); tegole frantumate, scorie ferrose, resti di anfore, resti di vasellame acromo.[12]

Gianfranco Mele

  1. Sulla scia del Pichierri, che identifica il territorio di Monacizzo come magno-greco, situato al confine con la Messapia (ed espugnato ai Messapi nel periodo di massima espansione della Chora Tarantina), diversi altri studiosi e archeologi tarantini lo definiscono tale, insieme a varie località tra Torricella, Sava e Maruggio caratterizzate dalle stesse presenze in quell’epoca (Agliano, monte Maciulo, monte Magalastro, Madonna dell’Altomare ecc.). Tuttavia non appare davvero chiara e netta la facies magnogreca di queste località: già lo studioso francavillese Cesare Teofilato definiva Agliano cittadella tipicamente messapica, mentre lo Stazio, più cautamente, asserica che “la mancata esplorazione non consente di precisare a quale dei due ambienti (questi siti) appartenessero”. Giovan Battista Mancarella invece asserisce anch’egli che trattavasi di un territorio posto sul confine, tuttavia sempre rimasto messapico benchè “ad influenza tarantina”. Ho riassunto dettagliatamente queste posizioni in un mio precedente articolo apparso su La Voce di Maruggio: Gianfranco Mele, Monte Maciulo in agro di Maruggio e località viciniori. Tracciati storico-archeologici, La Voce di Maruggio, sito web, luglio 2020.
  2. deposito votivo
  3. Gaetano Pichierri, Taranto, santuari del IV sec. a.C., in: “Giovanni Uggeri (a cura di), Notiziario Topografico Pugliese, Contributi per la Carta Archeologica ed il Censimento dei Beni Culturali”, I, 1978, pp. 155-157
  4. copricapo
  5. Gaetano Pichierri, op. cit.
  6. Gaetano Pichierri, Virgilio e la costa jonica ad est di Taranto, in: Vincenza Musardo Talò (a cura di) “Omaggio a Sava”, Edizioni Del Grifo, 1994 (opera postuma), pp. 113-114. Lo scritto appare per la prima volta in “Cenacolo”, XI-XII, 1981-82.
  7. Gaetano Pichierri, I confini orientali della Taranto greco-romana, in: Vincenza Musardo Talò (a cura di), op. cit., pag. 243 e 249.
  8. Cfr. Paride Tarentini, Maruggio. Presenze antiche sul territorio, Filo Editore, 2000, pag. 46
  9. giare
  10. decorazioni ceramiche ottenute mediante l’impressione della conchiglia di un mollusco
  11. Biagio Fedele, Insediamenti neolitici a Sud-Est di Taranto, Archivio Storico Pugliese, anno XXV, Fasc. I-II, gennaio-giugno 1972, pp. 155-56
  12. Paride Tarentini, Torricella. Itinerari storico-archeologici a sud-est di Taranto, Museo Civico di Lizzano, Grafica Quattrocolori, 2018, pag. 109

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Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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