venerdì 04 Dicembre, 2020 - 21:43:56

Gli Italo Albanesi tra popolo e civiltà in un viaggio nella Magna Grecia delle etnie sommerse

I paesi che registrano usi, costumi, lingua, tradizione e storia arbereshe in Italia sono 50. In Puglia ce ne sono tre. Nella sola Calabria ci sono 33 comunità arbereshe. I beni culturali, (il patrimonio culturale in senso più generale) di questi paesi, rappresentano una chiave di lettura per un processo non solo di conoscenza ma soprattutto di valorizzazione e di fruizione sia sul piano scientifico che didattico – pedagogico.

La conoscenza del loro patrimonio è conoscenza dei territori nei loro elementi di raccordo tra passato e presente e tra presente e sviluppo culturale. Dalla tradizione ai processi informativi. Un percorso che interessa la loro identità e la loro antica e attuale presenza nei territori. Sono interessate Regioni come la Puglia, la Calabria, la Sicilia, La Basilicata, la Campania, il Molise, l’Abruzzo.

Ci sono beni culturali e testimonianze storiche che hanno un loro travaglio culturale marcato dovuto ad un intreccio non solo epocale che si portano dentro, ma soprattutto ad una consapevolezza che proviene da una interazione di civiltà. Soprattutto in alcune realtà meridionali questo sentire storico e civile è profondamente rimescolato da processi che sono etnici, antropologici, religiosi. Mi riferisco, dunque, ai beni culturali dei paesi (o delle comunità) arbereshe.

Non è che abbiano, questi beni (e guardo con interesse alle chiese, ai conventi, ai monasteri, alla realtà ambientale e paesaggistica dei paesi stessi), una loro strutturazione scollegata dalla storia monumentale e architettonica greco – bizantina tradizionale ma l’incontro tra la tradizione e la “modernità” greco – bizantina ha sviluppato una realtà storica che ha connotati orientali.

E i riferimenti che si leggono sui monumenti dei paesi albanofoni hanno non solo questo richiamo grecanico e di matrice bizantina ma la loro storia patrimoniale e culturale è strettamente legata ad una identità religiosa. E’ come se i beni culturali fossero l’espressione costante di un culto. In realtà costituiscono una testimonianza di una spiritualità non solo di un popolo ma anche di un tempo. Si pensi alla diffusione mariana che è collegata ad una struttura di chiesa madre ben evidenziata dalla facciata aperta e dagli spazi circostanti.

C’è, insomma, uno stretto legame, nei beni culturali dei paesi albanesi d’Italia, tra il patrimonio architettonico  (il patrimonio storico – culturale) e il culto. Questo vuol dire che i beni culturali rappresentano, in tali territori, una espressione della condizione liturgica che si manifesta nella simbologie delle strutture. C’è da precisare un fatto che è significativo per queste comunità e  si legge come un dato laico. Il centro storico è quasi sempre il centro abitato e il centro abitato è quasi sempre nel centro storico.

Una splendida visione del genere si registra a Civita. Ma penso anche a Farneta, ad alcuni ambienti di San Marzano di San Giuseppe, ad alcuni paesi della siciliana Piana. Penso al paesaggio – presepe di San Paolo in Basilicata o a Ururi. Cioè il bene culturale che si percepisce nella storia delle abitazioni diventa una manifestazione della vivibilità e quindi una manifestazione del quotidiano e mai un retaggio antropologico. Ed è un fatto positivo che incide su quattro aspetti. Uno sociologico. Uno storico. Uno artistico. Uno documentario.

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Ma la storia di queste comunità è vissuta come decodificazione di un processo artistico. Infatti le chiese o i conventi (si pensi a San Demetrio con il suo Sant’Adriano e il suo Centro Studi o a Spezzano Albanese o alle comunità di Piana degli Albanesi) sono i contenitori non solo di un “apparato” storico e architettonico dalle radici o matrici Orientali ma costituiscono soprattutto l’immagine di una proiezione d’arte.

La Calabria è al centro di questo itinerario. Dalla provincia di Cosenza a quella di Crotone a quella di Catanzaro. Un itinerario che tocca il paesaggio e la cultura, i riti e le forme di tradizione. Un viaggio tra gli Arbereshe della Calabria è un viaggio che ci mette al centro di un rapporto tra Occidente ed Oriente. La chiesa dell’Assunta di Firmo è la tipica fotografia che mette insieme semplicità della struttura e culto delle civiltà albanofone. Mentre la cattedrale di Lungro è l’incontro tra il raffinato stile medio orientale e il desiderio di occidentalizzazione dell’arte. Una cultura di stampo prettamente bizantino. Il bizantino qui si svolge in un incrocio tra il romanico e il barocco.

Dalla semplicità della chiesa di Firmo alla esuberanza e sobrietà della cattedrale di Lungro. Dalla semplicità lineare di Macchia alle forme “barocche” di San Demetrio. Dal bizantinismo restaurato del campanile della chiesa di San Pietro e Paolo di Spezzano Albanese al decorativo piano di Barile. Agglomerati urbani che si dichiarano artisticamente attraverso una tradizione che ha come bene fondante il culto. I beni culturali, per la maggior parte, in questi paesi, sono beni di culto.  Mettiamo insieme queste due forme e il discorso che si faceva all’inizio ha una sua corposità storica e artistica. Si mantiene fede alla storia ma l’arte è qualcosa di più che si concilia con la fede. La storia invece con il culto. Le tre navate di questa cattedrale sono la dimostrazione di uno stile e di una forma che chiaramente caratterizzerà e si imporrà nella cultura di queste comunità. Le quali comunque rimangono fedeli, nella loro visione storico – artistica ad una identità illirica sia nello stile che nelle forme.

Per restare, ora, nell’antica Terra d’Otranto ci sono alcune sottolineature da cesellare. In Puglia, dunque, vi sono tre  comunità Arbereshe (italo – albanese). Una in provincia di Taranto, San Marzano di San Giuseppe, e le altre due in provincia di Foggia: Chieuti e Casalvecchio di Puglia. Cultura popolare e identità etnico – linguistica, qui, si intrecciano. Un processo di civiltà che ha come fondamento storico il valore della tradizione. Sono  territori che risultano interessati da una cultura “minoritaria” ma che hanno una grande valenza antropologica.

San Marzano di San Giuseppe è una di quelle comunità etnico – linguistiche, la cui lingua Arbereshe è un patrimonio da tutelare e sul quale si sta lavorando attraverso un progetto finalizzato. Anche il Ministero per i Beni e le Attività culturali è interessato a queste comunità italo – albanesi. San Marzano è un paese della Puglia (ce ne sono altri che fanno parte del progetto ma sono estesi su le sette Regioni d’Italia che presentano realtà Arbereshe), che, in base alla Legge 482/99, è entrato, con i suoi istituti scolastici, a far parte dei “Progetti finalizzati a scuole della minoranza linguistica Arbereshe”.

Si fa sempre più interessante riconsiderare le minoranze etnico – linguistiche. La tutela dell’identità nazionale e della lingua italiana è, chiaramente, un punto fermo. C’è una varietà di geografie territoriali che pone in evidenza il problema. Nel Sud: dal provenzale al grico, dallo slavo all’arbereshe. Ci sono connotati storici che vanno ricontestualizzati e ci sono elementi identitari sui quali occorre riflettere. Tra queste minoranze, quella Arbereshe ha una sua valenza più corposa. Nella Chora tarantina c’è una scacchiera che presenta tasselli importanti.

Va dato chiaramente anche uno sguardo a quei paesi della Puglia ionica che hanno perso la lingua e la tradizione Arbereshe. Hanno un’origine italo – albanese, infatti, alcuni paesi della provincia di Taranto, i quali si caratterizzavano per le forme di rito greco – ortodosso. Tra questi paesi si annoverano comunità come Carosino, Faggiano, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata, S. Crispieri, San Giorgio Jonico.  Sono paesi che hanno perso la loro identità albanofona e le testimonianze risalenti ad una cultura Arbereshe sono ben poche.

Solo San Marzano di San Giuseppe ha mantenuto una tradizione Arbereshe che è, comunque, oramai, anch’essa ben diversa da un percorso culturale e religioso greco – ortodosso. La sua eredità italo – albanese ha una consistenza storica, che non va dispersa e va difesa perché è parte integrante di un processo culturale ed esistenziale.

San Marzano non può essere studiato soltanto dal punto di vista demo – antropologico. La realtà che presenta si inserisce in un quadro sistematico di recupero del bene culturale come espressione di un patrimonio da tutelare e da valorizzare. Ha sempre costituito un punto di riferimento e di aggregazione tra la Lucania, la Puglia, la Calabria e la Campania. In Campania c’è un solo paese Arbereshe. Si tratta di Greci, in provincia di Avellino. E’ stato sino al 1860 provincia di Foggia.

Ancora oggi, San Marzano è il paese con il più alto numero di abitanti rispetto a tutti gli altri che coprono l’Arberia. La Calabria, invece, presente il più grosso numero di paesi Arbereshe. Ve ne sono ben 33. La Puglia, geograficamente, costituisce un territorio cerniera. Ieri (quando gli albanesi vennero in Italia, intorno al XV secolo) come oggi rappresenta un’area di frontiera. Queste comunità (San Marzano è un esempio) non sono solo una testimonianza storica ma tracciano un percorso identitario, attraverso il quale approfondire le radici e le ragioni di una diaspora. Il mondo albanese ci appartiene dentro questa immensa anima mediterranea.

Non sono solo identità, i beni culturali, di una memoria che racconta la storia di una civiltà che è ormai solo memoria. Sono il tracciato di un futuro che si legge sulla dimensione di un rapporto fondamentale, appunto, tra cultura, economia e sviluppo. Solo così questi paesi arbereshe potranno continuare a raccontare storia e a difendere un patrimonio strutturale, antropologico, di idee. La storia dei paesi arbereshe è nella nostra capacità di saperla tutelare e valorizzare attraverso i simboli che sono costituiti dalle strutture. Le strutture sono i veri testamenti di una comunità. Sono i testamenti reali che  segnano il futuro.

La Puglia come la Calabria, in particolare, o la Basilicata o la Sicilia o il Molise le altre due Regioni difendono il patrimonio delle minoranze non dimenticando i valori dell’Unità e delle identità di una tradizione che racconta le sue diverse storie. Gli arbereshe sono storia, tradizione cultura. Il loro patrimonio si innesca in una visione ampia sul piano identitario. Resta, comunque, fondamentale il rapporto tra i paesi che tuttora praticano la lingua arbereshe e quei paesi che hanno perduto usi, tradizioni e costumi oltre che la stessa lingua. Un rapporto che sottolinea segni particolari in quel patrimonio che non è solo culturale in sé ma è anche umano. In una tale dimensione la storia della letteratura (proprio in quel rapporto tra mondo albanese e mondo Arbereshe) potrà offrirci delle chiavi di lettura certamente significative. Sul piano istituzionale, comunque, la ricerca andrà, tra l’altro, ad approfondire anche le altre comunità minoritarie presenti in Italia proprio per tentare di stabilire delle comparazioni non solo storiche ma anche letterarie.

L’Italia è una Nazione che ha distribuito in tutto il suo territorio una carta linguistica abbastanza eterogenea. Dal catalano presente in Sardegna al greco in Puglia e in Calabria, dall’albanese vivo in sette Regioni allo sloveno sulle Prealpi Giulie, nel Carso e nelle vicinanze di Gorizia e Triste, dal serbo – croato in Istria e Molise al franco – provenzale sulle Alpi piemontesi, in Calabria, in Valle d’Aosta, in Puglia. Dodici sono le comunità etnico – linguistiche, oggi riconosciute in Italia, fissate dalle vigenti normative. Una mappa dei linguaggi che si porta dietro fattori di ordine storico.

Ha scritto Francesco Sabatini: “Nei confini dell’Italia politica di oggi si parla una grande varietà di lingue. Questa situazione non deve sorprenderci, perché molti strati (forse tutti) comprendono una popolazione in sostanza plurilingue: infatti, lo stato politico da sempre è una realtà che si sovrappone a una più varia e mobile realtà di culture. La varietà linguistica italiana è però di un tipo particolare” (in Una lingua per tutti L’Italiano, vol. I Lingua e storia, a cura di Raffaele Simone, Eri 1980, pag. 25).

D’altronde la tradizione linguistica dei popoli è fatta di fenomeni storici, antropologici, artistici i quali, chiaramente, richiamano modelli esistenziali che derivano da processi culturali radicati nella coscienza delle civiltà. Da questo punto di vista, indubbiamente, la lingua è un patrimonio che non è da attribuirsi ai singoli o al singolo ma ad una civiltà che dà il senso comunitario ad un popolo.

Gli arberesh si sono retti finora perché il senso comunitaria è stato ed è abbastanza profondo. D’altronde la loro azione è stata sempre rivolta a fattori culturali, i quali hanno rappresentato riferimenti valorizzanti. Il problema è recuperare le identità attraverso una maggiore conoscenza che tocca aspetti eterogenei che vanno da forme antropologiche alla lingua, dai beni culturali ai costumi. Infatti uno dei rapporti fondamentali lo si gioca tra lingua, linguaggi e dialetti.

La parola, appunto, non è soltanto una trasmissioni di processi espressivi o di forme di comunicazioni. Racchiude dimensioni simboliche che trasmettono non solo valori ma codici storici. La parola è un portato storico che assume valenze etiche ed esistenziali. Condensa modelli di civiltà che restano nella consapevolezza identitaria di un popolo. Questo si verifica maggiormente in quelle culture minoritarie che presentano etnie diverse rispetto alla realtà storica nella quale si trovano a vivere. Il caso delle comunità arbereshe è emblematico. Gli arbereshe sono una realtà sia per il patrimonio linguistico che conservano da cinquecento anni sia per le testimonianze storiche che sono un documento e non solo una chiave di lettura fondamentale che rimarca i segni di una appartenenza. In Italia rappresentano non una diversità ma dimostrano la presenza di un bilinguismo originario ben radicato e anche strutturato nelle varie aree del Paese. Formano un ponte sostanziale con le culture sommerse del mondo balcano e la funzione del rito è la testimonianza della trasmissione di una tradizione religiosa profondamente radicata nella coscienza.

Oggi il rito greco – ortodosso è professato in 26 dei 50 paesi. Si tratta di un dato che chiama in causa non solo fattori di ordine religioso ma, dietro il fatto religioso, c’è soprattutto una profonda acquisizione dei valori culturali di origine. La stessa forma delle strutture religiose rimanda a dimensioni etiche ed estetiche di formazione orientale. C’è una cultura italo – albanese di riporto ma c’è anche una tradizione prettamente arbereshe. Sono oltre 100.000 gli arbereshe oggi presenti in Italia. Pur nella loro eterogeneità hanno un comune sentire il luogo.

Questi arbereshe, dunque, hanno assorbito una doppia formazione oltre ad esprimersi in un bilinguismo che ha costituito il portato di due modelli culturali. Proprio da questo punto di vista la funzione dei beni culturali resta fondamentale in quanto diventa l’espressione di una testimonianza di civiltà da tramandare, da trasmettere. Tra i paesi arbereshe c’è un vocabolario che pur restando alla base omogeneo si diversifica, a volte, rispetto alle aree territoriali. Questi paesi, in realtà, pur mantenendo una loro coerenza linguistica hanno assorbito modelli presenti su un territorio con influenze, non solo linguistiche, eterogenee. Insomma c’è stato un assorbimento di modelli culturali popolari e istituzionali.

Non c’è più una cultura popolare organica a quella che è stata la dimensione etica della tradizione contadina. Un intreccio che viene da molto lontano ma che soprattutto in tempi recenti si è sviluppato nei diversi campi della formazione. I popoli, si sa, non dimenticano e la tradizione non è solo una trasmissione di concetti. E’ soprattutto un sentire. Se non ci fosse stato questo sentire, questo profondo sentire, l’identità arbereshe sarebbe rimasta soltanto un modello di ascolto nostalgico e sentimentale.

Nonostante i cinquecento anni trascorsi dalla loro venuta in Italia gli arbereshe sono ancora un patrimonio di culture il cui contributo non è soltanto quello depositato nella storia ma da quella storia può leggersi una motivazione molto più alta che si riferisce, appunto, ad una forte presenza di radicamenti etici. Anche nella temperie risorgimentale e pre e post unitaria gli arbereshe sono stati tra i fautori dell’unificazione pur vivendo la loro duplice esistenza culturale, storica e umana. Non sono stati solo dei testimoni ma dei protagonisti negli eventi storici che hanno preparato e costruito l’Unità d’Italia.

Il bilinguismo rafforza, in effetti, il senso di appartenenza. Gli arbereshe sono quelli che hanno lasciato una Patria, anzi hanno perduto una Patria, e proprio per questo sono ben consapevole della sofferenza della diaspora. Nella loro storia ci sono elementi che definiscono le origini stesse della cultura del Mediterraneo. Un Mediterraneo che ha realizzato sempre incontri tra civiltà. Un incontro, che la letteratura ha ben sottolineato, tra popoli di mare e di terra.

La loro presenza, (degli arbereshe) appunto, ci riporta a delle immagini orientali che hanno trovato un’armonia in un Paese profondamente radicato in una identità Mediterranea. Ma gli stessi arbereshe documentano una sintesi storica ed umana che centralizza il viaggio comunitario di un popolo. La difesa della lingua significa, chiaramente, difendere un patrimonio di eredità ma salvaguardarla in un processo multimediale e ancora multietinico significa, tra l’altro, creare dei tracciati miranti alla tutela di una cultura che non è più solo orale, come lo è stato per secoli, ma cartacea, strutturale, urbanistica. Insieme in un ordine etico ed estetico. Ecco perché la lingua ormai non è solo un codice alfabetico ma contiene percorsi identitari che sono, appunto, le espressioni di appartenenza di un popolo. Gli Italo Albanesi furono un Popolo o una Civiltà? La cultura di un popolo racconta una Civiltà.

Gli Italo Albanesi furono un Popolo o una Civiltà? Una eredità Adriatica o Mediterraneo? I miei studi e le attività del Mibact rispondano a questi interrogativi!

Pierfranco Bruni

(Archeologo Direttore Responsabile Demoetnoantropologia Soprintendenza di Brindisi Lecce e Taranto)

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Notizie su Pierfranco Bruni

Pierfranco Bruni
E' nato in Calabria. Ha pubblicato libri di poesia (tra i quali "Via Carmelitani", "Viaggioisola", "Per non amarti più", "Fuoco di lune", "Canto di Requiem", "Ulisse è ripartito", "Ti amero' fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio"), racconti e romanzi (tra i quali vanno ricordati "L'ultima notte di un magistrato", "Paese del vento", "Claretta e Ben", "L'ultima primavera", "E dopo vennero i sogni", "Quando fioriscono i rovi", "Il mare e la conchiglia") La seconda fase ha tracciato importanti percorsi letterari come "La bicicletta di mio padre", "Asma' e Shadi", "Che il Dio del Sole sia con te", "La pietra d'Oriente ". Si è occupato del Novecento letterario italiano, europeo e mediterraneo. Dei suoi libri alcuni restano e continuano a raccontare. Altri sono diventati cronaca. Il mito è la chiave di lettura, secondo Pierfranco Bruni, che permette di sfogliare la margherita del tempo e della vita. Il suo saggio dal titolo “Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea” è una testimonianza emblematica del suo pensiero. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”. Ricopre incarichi istituzionali inerenti la promozione della cultura e della letteratura. Ha ricevuto diversi riconoscimenti come il Premio Alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per ben tre volte. Candidato al Nobel per la Letteratura.

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