martedì 24 Novembre, 2020 - 16:42:20

Grande afflusso di pubblico all’inaugurazione della mostra ” IL RACCONTO DEI POPOLI ETNICI” a Campomarino di Maruggio

Maruggio – Grande successo di pubblico all’inaugurazione dell‘ Evento Nazionale Viaggio tra le “minoranze etniche in Italia” che si è tenuto venerdì scorso 29 luglio nella bella cornice del Grand Hotel dei Cavalieri a Campomarino di Maruggio. Evento che ha visto la partecipazione del Sottosegretario di Stato al Ministero dell’Interno on. Alfredo Mantovano il quale ha inaugurato la mostra “IL RACCONTO DEI POPOLI ETNICI”, alla presenza del Prefetto e del Questore e dell’Arma dei Carabinieri. La Mostra è organizzata con il contributo scientifico del Ministero per i Beni e le Attività Culturali in collaborazione con il Sindacato Libero Scrittori e il Grand Hotel dei Cavalieri che sarà aperta fino al 7 agosto. Ha introdotto i lavori Tonino Filomena Presidente regionale del Sindacato Libero Scrittori Italiani di seguito è intervenuto lo scrittore Pierfranco Bruni responsabile del Progetto Etnie del Ministero per i Beni e le Attività Culturali che ha focalizzato la “filosofia” politico culturale del Progetto stesso.Il Sottosegretario Alfredo Mantovano ha evidenziato la necessità di comprendere le minoranze storiche per capire i fenomeni migratori del nostro tempo. Mentre a spiegare il percorso e i dettagli giuridici ed antropologici della mostra è stata Micol Bruni, Cultore della materia UNIBA.

PIERFRANCO BRUNI: “Una lettura che ci offre la possibilità di interpretare gli elementi storici di quelle etnie che abitano i luoghi e la geografia d’Italia. Un tessuto geografico abbastanza articolato che va dalla Sicilia a Bolzano ma altresì ci offre la possibilità di comprendere il ruolo di un Mediterraneo che deve essere considerato come elemento di sfida per le inclusioni di culture soprattutto in questo particolare momento. La Mostra è un attraversare i territori vivendo la parola come linguaggio per una contaminazione della reciprocità. Contaminazione e meticciato due concetti chiave in una società delle multiculture”.

Riceviamo e volentieri pubblichiamo alcuni brani dell’intervento di Tonino Filomena.

«Perché questa mostra. Perchè qui.

Questa iniziativa non è nata oggi. Affonda le sue origini nel 2004. Solo tre anni prima, nel 2001, l’Ufficio centrale per i problemi delle zone di confine e delle minoranze etniche del Ministero dell’Interno, qui oggi rappresentato dall’amico sottosegretario Alfredo Mantovano, presentava alla Nazione il suo primo rapporto dal titolo “Cultura e immagini dei gruppi linguistici di antico insediamento presenti in Italia”. Allorquando nel 2004, per volontà dell’allora Ministro per i Beni e le Attività Culturali, veniva istituito il Comitato nazionale per la tutela e la valorizzazione della lingua e dei patrimoni culturali delle minoranze etnico-linguistiche in Italia. Il presidente e il segretario nazionale di quel Comitato, Pierfranco Bruni e Tonino Filomena, avevano capito fin dal primo istante che la cultura etnico – linguistica andava guardata nella sua globalità, nella sua interezza.

Ciò ci ha permesso nel corso di questi 7 anni non solo di fotografare la “geografia” culturale delle minoranze sommerse presenti nelle varie Regioni d’Italia, ma ci ha permesso anche di realizzare una mappatura di quei beni culturali presenti nella comunità italiana, la cui lingua e la cui tradizione storica conservano ancora un fascino particolare a cui è difficile sottrarsi. Ecco perché il nostro cammino dopo 7 anni è ancora tutto da percorrere. I 30 pannelli che stanno dietro di voi raccontano quelle lingue, quelle storie.

Attualmente le popolazioni cosiddette “minoritarie” ammonterebbero a circa il 5% dell’intera popolazione. Sono diverse le popolazioni e le etnie di tradizione e lingua non italiana presenti nel nostro territorio e sono distribuite in diverse Regioni come riportate sui pannelli: in Sardegna (Catalani); in Sicilia (Albanesi); in Calabria (Albanesi, Neogreci, Provenzali, Zingari Rom); in Puglia (Albanesi e Neogreci); in Campania (Albanesi); nel Molise (Albanesi e Croati); in Abruzzo (Albanesi, Zingari Rom); nel Friuli – Venezia Giulia (Ladini, Sloveni, Tedeschi); nel Veneto (Ladini, Cimbri); nel Trentino e Alto Adige (Tedeschi, Ladini); in Lombardia (Zingari Sinti); nel Piemonte (Occitani, Franco – provenzali, Walser, Zingari Sinti); in Valle d’Aosta (Francesi, Franco – provenzali).

Ogni realtà minoritaria ha una sua storia. Una storia “particolare”: patrimoniale e culturale. Non è questione soltanto di lingua ma di patrimonio culturale e storico, che andrebbe riconsiderato in un quadro generale inerente la cultura dei “nuovi saperi”.

Il progetto partì con lo studio e l’analisi delle comunità italo – albanesi; in seguito capimmo che si rendeva necessario allargare i nostri orizzonti. L’obiettivo è stato appunto quello di realizzare una griglia sui beni culturali presenti in tutti i contesti minoritari.

Eravamo e siamo convinti che il territorio va letto attraverso i processi e i beni culturali in esso presenti. Perché i beni culturali sono e restano patrimonio della storia. Il problema di queste culture sta nel non continuare a rinchiuderle in modelli stereotipati.

Bisognerebbe creare, invece, presupposti di base per continuare a far vivere i beni culturali. Renderli vitali, fruibili… Perché i beni culturali sono le nostre radici. E se si vogliono salvare queste “radici” occorre un progetto che sia garante delle culture del territorio, altrimenti folklore, tarantella, leggenda (che sono pure modelli rassicuranti e significativi) resteranno soltanto identità della nostalgia.

La salvaguardia della lingua, è per esempio, un fenomeno molto più complesso da non delegare a singoli ambienti culturali o pedagogici. La questione delle minoranze etnico – linguistiche è sempre più un fattore culturale e come tale si inserisce in una dimensione di organizzazione, di promozione, di progettualità. Fa parte del patrimonio comunitario di una Nazione. Ogni territorio si esprime attraverso una sua cadenza, un suo modello linguistico, un suo codice.

Ogni territorio ha la sua parlata. La letteratura è fatta, appunto, di “parlata”. La parlata è il linguaggio più vicino alla tradizione. Ovvero ai valori della tradizione. Il linguaggio porta dentro di sé immagini e sensazioni. Plasma quei processi storici che solo la lingua riesce a sintetizzare. Il dialetto ancora di più assume una funzione sistematicamente antropologica perché ha il compito di traghettare sentimenti e appartenenza. Le comunità etnico – linguistiche, ancora di più, traghettano nella lingua la cultura delle radici, il senso di una identità e i significati di una appartenenza anche in termini religiosi.

Siamo stati abitati da popoli eterogenei che hanno lasciato impronte chiaramente decisive nei luoghi ma anche nella tradizione delle comunità. La tutela delle culture di minoranza etnico – linguistiche è un fatto di civiltà. Non è possibile l’integrazione e tanto meno la convivenza se non si riesce a capire il senso dell’identità altra, dell’appartenenza altra, della tradizione altra.

Perché gli “altri” ci sono, ci sono sempre stati. Non sono delle assenze. Con gli altri, con i diversi da noi occorre necessariamente, e io dico cristianamente, convivere. In fondo è quello che desiderava San Paolo. Tra l’identità e il dialogo San Paolo ha posto il cammino tra gli uomini… che significa Incontrarsi…

Ecco perché siamo giunti qui. Siamo giunti con le nostre diversità religiose e politiche, sociali ed economiche, culturali ed etiche. Siamo giunti per incontrare il diverso da noi. Siamo giunti per incontrarci. Perché incontrasi significa stare bene. Stare bene con gli altri e con noi stessi. E… Dio solo sa quanto ciascuno di noi ne ha bisogno».

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