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IL TARANTISMO NEGLI STUDI DI FRANCESCO CANCELLIERI

 

DA UNA LETTERA DEL 1817 AL DOTT. KOREFF, E CON UNA TESTIMONIANZA DI DOMENICO SANGENITO DA LUCERA

Introduzione

Francesco Girolamo Cancellieri, nato a Roma nel 1751, fu storico, bibliotecario e scrittore.

Nel 1817 diede alle stampe la sua “Lettera al Ch. Sig. Dottore Koreff sopra il Tarantismo, l’ aria di Roma e della sua campagna”.[1]

In questa esposizione del lavoro del Cancellieri, pubblichiamo la parte della lettera nella quale parla del tarantismo.

Il Cancellieri inizia la sua dissertazione spiegando cosa sono le tarantole, e poi passa a descrivere le caratteristiche, gli effetti e la sintomatologia del tarantismo, e la letteratura in merito.

Successivamente, riporta una testimonianza del medico-ecclesiastico Domenico Sangenito, nativo di Lucera, così come il Sangenito la aveva redatta indirizzandola ad Antonio Bulifon, uno studioso, scrittore ed editore francese stabilitosi in Napoli (e che lo stesso Bulifon aveva pubblicato in una sua raccolta di “Lettere memorabili, istoriche, politiche ed erudite”)[2]. La testimonianza del Sangenito è riportata quasi integralmente anche dal De Martino in Sud e Magia,[3] fatta esclusione per la parte iniziale nella quale il Sangenito descrive l’habitat delle tarantole, e una serie di loro caratteristiche.

Francesco Girolamo Cancellieri

In apertura di discorso, il Cancellieri distingue tra la tarantola–ragno, ed un piccolo rettile chiamato tarantola nel territorio romano: menziona, al proposito, la “lucertoletta o salamandra”. E in effetti, “Tarentola” è nome di genere dato ad alcuni rettili (alcune specie di piccoli sauri della famiglia Phyllodactylidae), mentre il popolare Aracnide identificato, generalmente, con il mitico ragno dei tarantati, la Lycosa tarantula, è assegnato al genere Lycosa (famiglia Lycosidae). Dico “generalmente”, in quanto, come noto, altri Aracnidi, anche di genere, famiglia e ordine diversi sono ritenuti “responsabili” del mitico morso, come il Latrodectus tredecimguttatus (volg. Malmignatta), lo Scorpione (Euscorpius italicus), così come lo sono rettili come il Biacco, il Cervone ecc.

Di fatto, oltre ad una singolare analogia tra il nome di specie della Lycosa tarantula e quello di genere di alcuni Sauri, esiste una antica classificazione di tipo “mito-zoologico” che è quella che deve aver generato l’assimilazione, nelle credenze intorno al tarantismo, tra animali fra loro così differenti ritenuti responsabili del “morso” e della crisi: Nicandro narra di una comune origine tra ragni, scorpioni e serpenti, in quanto nati dal sangue sparso sulla terra dai Titani vinti da Zeus (Serpente pariterque Phalangia noxia, et atrum Vipereumque genus, quae terrae plurima monstra Producunt, sunt Titanum de sanguine nata). [4]

Un passaggio del Cancellieri ci riporta poi ad una analogia tra il tarantismo pugliese e le credenze popolari dell’ argia sarda. Di questo animale mitico al centro di un rituale sardo parlò il De Martino, evidenziando:

L’ argia mitica dei sardi si articola in tre specie distinte, la nubile, la sposa e la vedova, e il trattamento degli avvelenati differisce secondo il tipo di argia che ha morso: in particolare l’argia vedova, associata simbolicamente al colore nero, richiede sempre il lamento funebre.[5]

Come dunque vi sono tre varietà di argie, differenti nei colori, e dette nubile, sposa e vedova, così la testimonianza del Cancellieri riporta tre varietà di tarantole di differenti colori e dette zitella, maritata, vedova:

Vi sono tre varietà de’ suoi colori, e diconsi perciò Alba, Stellata, Uvea, che il Volgo suol chiamare Zitella, Maritata, e Vedova. Il suo morso è venefico, benchè alcuni credano innocuo quello della Zitella, cattivo l’altro della Maritata, e pessimo quello della Vedova.[6]

 

Ritorna con il Cancellieri, come in molti altri autori, la convinzione che il nome tarantola derivi dal territorio di Taranto (“La Tarantola ha sortita la sua denominazione dal Territorio di Taranto, ove se ne trova in gran copia, come attesta il Sanguerdio nel suo Trattato”).[7]

Interessante la attenta descrizione degli effetti della musica nei tarantati e il loro “quadro clinico”, e, infine, la dettagliata fotografia, offerta per mano del lucerano Sangenito, di alcuni contesti rituali.

Altro particolare degno di nota, è nel fatto che il Cancellieri riporta alcuni casi di tarantismo maschile: in particolare, cita in una sua nota a margine un passo di Alessandro d’Alessandris, nel quale si parla di un giovane “infermo” che danza “al suono di un tamburino”, e successivamente, nella trascrizione della lettera del Sangenito, il racconto sui cinque “attarantolati” dei quali quattro son uomini, e una donna.

N.B. le note da 1 a 7 di questo scritto son le mie, da 8 in poi trattasi delle note originali del Cancellieri.

 

Lettera di Francesco Cancellieri al Ch. Sig. Dottore Koreff

Sopra il Tarantismo

[…] Riguardo alla prima richiesta, io debbo dirvi, che niuno tra gli antichi Scrittori, per quanto io sappia, ha mai fatta menzione del Tarantismo: Nicandro, Plinio, Dioscoride, Eliano, non ne fanno parola, benchè trattino di Ragni, e di Falangi. Niccola Perotti dottissimo Filologo Napoletano del Secolo XV[8] è il primo, a mia notizia, che abbia parlato di Tarantola, e di Tarantismo. Molti Scrittori, dopo di lui, si sono sforzati di accreditare questo errore popolare, che non è cessato ancora intieramente, ad onta degli sforzi contrari di molti Medici illuminati, e di vari esperti Naturalisti, che hanno fatto eco alle Lezioni Accademiche, e magistrali del dotto Serao, sopra questo Animale. La Lucertoletta, o specie di Salamandra, detta impropriamente Tarantola, è frequentissima in Roma, e negli Stati Romani. Ella è innocente, benchè assai temuta, specialmente dalle Femmine. E’ questa una specie di Stellione[9], voce usata dai Latini, per distinguere simili animali, e dalla quale è nata l’altra di Stellionato[10], con cui i Giureconsulti sogliono indicare alcuni delitti, accompagnati da frode, e da perfidia[11]. La vera Tarantola è quel grosso Ragno di Campagna, o Falangio, volgarmente chiamato Tarantella, per distinguerlo dalla Tarantola Salamandra, o Lucertola. Il suo nome Linneano è Aranea Tarantula. Trovasi ne’ Paesi meridionali, ed anche nella Campagna di Roma, massime nell’ Estate[12]; ed abbonda nella Puglia, Provincia del Regno di Napoli.

Vi sono tre varietà de’ suoi colori, e diconsi perciò Alba, Stellata, Uvea, che il Volgo suol chiamare Zitella, Maritata, e Vedova. Il suo morso è venefico, benchè alcuni credano innocuo quello della Zitella, cattivo l’altro della Maritata, e pessimo quello della Vedova. Questo veleno sembra consistere in una stilla di umor giallognolo, che l’Animale mordendo depone sulla parte morsicata; ma effetto di tal veleno non è certamente l’estro di ballare, o il furor di Danza; conosciuto sotto il nome di Tarantismo, e non curabile, che col suono, e colla danza. Il facetissimo Berni non potea meglio descrivere questa volgare opinione, che co’ seguenti versi L. 2. C. 17. St. 6 e 7.

Come in Puglia si fa contro al veleno

Di quelle bestie, che mordon coloro,

Che fanno poi pazzie da spiritati,

E chiamansi in volgar Tarantolati.

E bisogna trovar un, che suonando

Un pezzo, trovi un suon, che al morso piaceia,

Sul qual ballando, e nel ballar sudando

Colui da sè la vera peste caccia.

La musica però può realmente giovare ai morbosi effetti di questo veleno, eccitando l’ammalato, e liberandolo da quel languore, o da quella grave sonnolenza, ed oppression di cuore, che forma il principal carattere di questo avvelenamento, non mai però pericoloso, o mortale, ed incapace di riprodursi spontaneamente ogni anno nella medesima stagione, benchè curato con la musica, malgrado la contraria asserzione del Baglivi. I cordiali, gli eccitanti, gli Alessifarmaci bastano a guarirne, come assicurano i Medici, che hanno esperienza di questi morsi, e tra gli altri ne sono accertato dal valentissimo Sig. Professore Giuseppe de Matthaeis, da me espressamente consultato, che nell’Instituto Romano di Medicina Clinica ha pure trattato qualcuno dei nostri Campagnuoli, morsi dalla Tarantola.

Il Tarantismo nel senso volgare è una vera malinconia, o malattia mentale, consistente in un estro, o furor di danza, cui bisogna necessariamente soddisfare con musica corrispondente. Quindi il Sauvages annovera questo morso tra’ mentali, che egli chiama morositates, e lo crede endemico della Puglia, e di altri Paesi meridionali, specialmente nell’ estate. Quindi il Sig Saint-Gervais nelle sue Memoires Historiques ha provato, che nelle coste dell’Africa esiste questa stesssa malattia mentale, chiamata perciò dal medesimo Sauvages, Tarantismus Tingitanus, o di Tanger.

ll Baglivi, che colla sua autorità ha contribuito forse più di chiunque altro, ad accreditare l’ errore volgare del Tarantismo, distrugge colla sua istoria VIII. tutte le altre, narrando in essa, come un Medico nell’ Agosto del 1693, si fece mordere a Napoli da due Tarantole nel braccio denudato, alla presenza di sei testimonj, e di un Notajo, senza che soffrisse per ciò il Tarantismo, ma solo i soliti effetti, e non pericolosi di tal morso. Nè vale l’opporre, che non tutte le specie di Tarantole producono il Tarantismo, come neppure in tutti i luoghi, e in tutte le Stagioni.

Nondimeno per meglio soddisfarvi, e per farvi conoscere ciò, che da alcuni se n’è scritto finora, secondo gli antichi pregiudizi, voglio comunicarvi tutto ciò, che ne ha detto l’Autore del Nouveau voyage d’Italie. IV. edition. A la Haye chez Henrivan Bulderen 1702. T. III. p. 59., ove ancora si vede il Rame della Tarantola, traducendolo dal Francese in Italiano. La Tarantola ha sortita la sua denominazione dal Territorio di Taranto, ove se ne trova in gran copia, come attesta il Sanguerdio nel suo Trattato. Vi sono due sorta di Animali, che gli Italiani chiamano Tarantola. Una è una specie di Lucertola, che si trova specialmente verso Fondi, Gaeta, e Capua, ove si dice, che il loro morso sia micidiale. Ma questa non è quella, che le altre Nazioni chiamano Tarantola. Poichè la vera è simile a un Ragno, e vive ne’ Campi. Si dice, che se ne trova gran copia in Abruzzo, e nella Calabria, è se ne trova ugualmente in qualche parte della Toscana. Quando uno è punto da questa malaugurata bestia, si fanno cento diverse mosse in un momento. Si piange, si balla, si vomita, si trema, si ride, s’impallidisce, si grida, si sviene, si soffre gran dolore, e finalmente dopo qualche giorno si muore, se uno non è soccorso. Il sudore, e gli antidoti sollevano l’ammalato; ma il sovrano, ed unico rimedio è la Musica. Un saggio Gentiluomo, e degnissimo di fede mi ha assicurato in Roma, ch’egli era stato due volte testimonio di questa infermità, e della sua guarigione. Quantunque sembrino cose incredibili, pure sono fatti ben accertati, e che non possono negarsi. Alessandro di Alessandro assicura di aver veduta la stessa cosa, riportandone molti curiosi fatti. (Dier. Genial. L. 2. C 17. 1. Sam. 16. 23. A me sembra di vedere delle ragioni naturali, e assai probabili, per ispiegare l’effetto della musica. Ma senza entrare in una discussione troppo lunga, noi possiamo restarne convinti con altri esempi. E’ noto ad ognuno l’effetto immancabile dell’Arpa di Davidde, per far rientrar in sè stesso Saulle[13]. Mi sovviene di aver appreso dalle lezioni di Luigi Guyon, che una Dama di sua conoscenza, che visse centosei anni, giammai si servì d’altro rimedio, che della Musica. Essa manteneva un Suonatore, che solea chiamare il suo Medico. Alberto Kranisio ha scritto, che Enrico IV. Re di Danimarca, avendo voluto sperimentare, se un Musico, che si vantava di fare addormire la gente, di rattristarla, di divertirla, e di farla andare in furore, diceva la verità; egli ne rimase convinto, poichè, allorquando s’inſuriò, uccise a furia di pugni vari suoi Cortigiani. Teofrasto, ed Aulo Gellio hanno scritto, che la Musica solleva, ed alleggerisce i dolori della gotta. Io ho conosciuto particolarmente un Gentiluomo sottoposto alla podagra, che mitigava i suoi dolori, e spesso ancora se ne liberava intieramente, per mezzo di un grande strepito. Egli facea venire tutti i suoi servitori nella sua Camera, e li facea battere su la Tavola, e su le Panche. Questa sorte di fracasso, unito al sono di una Viola, era il suo sovrano rimedio;

Siccome però sono più quelli inclinati a negare, che a credere gli effetti straordinari del morso della Tarantola, ed i rimedj, che ordinariamente s’ impiegano per guarirli; così stimo necessario di aggiugnere una nuova testimonianza, contenuta in una Lettera ben circostanziata del Sig. Dottor Domenico Sangenito, uomo dotto ed onesto, e del Paese delle Tarantole, cioè di Lucera, o Nocera de’ Saraceni, nella Provincia di Capitanata, nel Regno di Napoli. La sua Lettera è indirizzata al Sig. Antonio Bulifon, Francese di nascita, ma da lungo tempo stabilito in Napoli, da cui mi è stata comunicata.

“Molto tempo è, che mi chiedeste molte notizie tanto intorno alle Tarantole, come anche intorno agli effetti, che producono in quegli, che mordono, e perchè assai devo al vostro merito, ve ne darò quella contezza, che io ho dalla testimonianza degli occhi propri, e non da alcuni mendicata.

Nascono le Tarantole non solamente nelle Provincie di Bari, Lecce, ed Otranto, ma anche in quelle di Capitanata, vicino alla cui Metropoli Lucera son io nato, e cresciuto, clima caldo, asciutto, e quasi affatto d’ alberi privo. Ne’ giorni calorosi dell’Estate, o prossimi ad essa Stagione, si trovano nelle buche della terra; e volendole prendere, bisogna con una sottil bacchetta dolcemente fischiando toccarle, che subito per la bacchetta in su vedrete sbucarle. La loro figura è simile a quella dell’Aragno, con otto gambe divise in due ordini, cioè a quattro per ciascheduno, il cui corpo (che dipartito, e da un picciolo nodo si vede ligato nel mezzo) è della grandezza d’una mediocre ghianda, in punta a cui vien formata la bocca, buttando da quella il veleno, non altrimenti, che le vipere, mentre segnano il luogo dove mordono, e non coll’ aculeo, come altri vogliono. Di colore sono varie una dall’ altra, ed io ne ho vedute cinericie, e di un color lionato, così scuro, come sono le pulce, e con qualche macchia che sembra picciola stella. Ve n’ha altresì ne’ Monti, che colla nostra Puglia terminano; ma però, se avvien che mordano, non ſanno alcun male.

Coloro, che sono morsi, poche ore dipoi, con voce inarticolata si lamentano, e se gli circostanti dimandano loro, che cosa li affligge, molti risposta non danno, ma solamente con occhi torvi li riguardano; ed altri fanno cenno colla mano su ‘l core. Per la qual cosa gli abitanti di que’ paesi, come persone prattiche, subito vengono in cognizione del male, che li tormenta. Onde senza perder tempo, tantosto chiamano Sonatori con vari instrumenti. Poichè altri ballano al suon di chitarra, altri di cetera, ed altri al suon di violino. Sul principio del suono, pian piano cominciano a ballare, chiedono spade; e come che sieno inetti di scherma, se ne dimostrano con tutto ciò nel maneggiarle maestri. Chiedono altresì anche specchj; e mentre vi si mirano, gettano sospiri acutissimi, ed innumerabili. Vogliono bindelle, cateniglie, vesti preziose, e quando lor sono portate, le ricevono con allegrezza inesplicabile, e con molta riverenza ne ringraziano chi loro le reca.

Tutte le cose sopraddette dispongono con bell’ ordinanza intorno allo steccato, dove ballano; servendosi di tempo in tempo, or dell’una, or dell’ altra, secondo gl’impulsi, che loro ne dà il malore.

Danno principio al ballo un’ora dopo l’ apparir del Sole, terminando un’ora prima di mezzo giorno, senza prender mai riposo, fuorchè se l’Istrumento si scordasse. Allora respirano con impazienza, per insino a tanto, che si ripone in accordo, notandosi con maraviglia, come gente sì rozza ed incolta, come sono i cultori della terra, custodi di Armenti, e simili altri Uomini Camparecci, sieno così buoni conoscitori delle consonanze, e dissonanze degli Instrumenti musicali, e che tanto di queste s’ inquietino, quanto di quelle si appaghino.

Un’ora dopo mezzo dì, entrano di bel nuovo in danza, continuando in essa sin al tramontar del Sole, come fanno per tre giorni col medesimo ordine senza stancarsi, come io ne ho molti veduti, nè mai più di tre giorni aver patito travaglio, se al male loro si fosse dato più tardo rimedio col suono, ciò, che altri ne dica di otto, e di dieci giorni, che col ballo abbiano avuto necessità di seguitarlo. Mentre che danzano, sono fuori de’ sensi, e non distinguono parente, nè amico, ma son loro tutti uguali. Ben è vero, che alle volte invitano qualche leggiadro, e grazioso Giovanetto al ballo.

Gli arredi, de quali si servono, sogliono per lo più essere di color vago, come incarnato, rosso, ceruleo, e simili. Quando vedono il nero, si adirano in modo, che colla spada corrono discacciando, chi n’è vestito. Ad un solo, ch’ io sappia tra molti, non dispiaceva il drappo nero; e questo tale non saltava con tanto vigore, come gli altri.

Ormai che io vi ho descritto in generale la Tarantola, e gli effetti della sua morsura, contentatevi, ch’ io mi diffonda alquanto in raccontarvi due casi particolari, ch’io fra gli altri ho veduti nella mia Patria, ed in altri luoghi vicini.

Gio. Giacomo Tesoro, ch’ io ho veduto più di sei volte ballare, un giorno si trovava in una foresta per suoi affari; e credo, che si avvertì, esser venuto il tempo di pagare il tributo alla sua morsicatrice Tarantola. Si inviò egli verso l’ abitato, ma fu poi trovato per la strada su la nuda terra disteso. Ciò saputo nella sua, e mia patria, vi accorsero molti , ed io con gli altri , e trovammo il misero contadino oppresso da difficile respirazione, ed osservammo inoltre, che la faccia, e le mani erano incominciate a divenir nere. E perchè il suo male era a tutti noto, si portò la Chitarra, la cui armonìa, subito, che da lui fu intesa, cominciò a mover prima li piedi, poco dipoi le gambe. Si reggeva appresso sul le ginocchia. Indi a poco intervallo s’alzò passeggiando. Finalmente fra lo spazio di un quarto d’ora saltava si, che si sollevava ben tre palmi da terra. Sospirava, ma con empito sì grande, che portava terrore a’ circostanti, e prima d’ un’ora se gli tolse il nero dalle mani, e dal viso, riacquistando il suo natìo colore.

Nel Castello della Mota di Montecorvino ebbi congiuntura di veder ballare cinque attarantolati in un medesimo tempo, e dentro un medesimo steccato. Erano quattro Bifolchi, ed una bellissima Forosetta. In questa unione osservai cose nuove, mentre ciascheduno avea preso nome straniero, e proprio degli antichi Re. Tra essi medesimi si trovavano congiunti di parentela, e trattavansi in modo, che si osservava reciprocanza d’affetto, e reiterati complimenti, che davano grande ammirazione agli spettatori. Fecero con felicità il solito corso della Danza nello spazio di tre giorni, de qua li l’ ultima sera, prima di licenziarsi, dimandarono in grazia uno Squadrone d’Armati. Fu lor dato di dieci Archibugieri, quali ripartiti in due lati, stavano pronti per far la salva. Dimandarono poi un bicchiero d’acqua, ed un poco di sale polverizzato. Tosto ſu lor portato l’uno, e l’altro. Il capo, o vogliam dire, l’ideale Re de’ Regi (il cui nome era Pietro Boccamazza) segnò nel vaso dell’ acqua col sale in modo di Croce, pigliarono della medesima acqua un poco per ciascheduno, fecero segno allo squadrone, che sparasse, e con profondissimo inchino dissero, ci rivedremo l’ anno venturo. Que’ miseri dopo tanta fatica, non si ricordavano cosa alcuna, ma solamente fra quella moltitudine di gente, da cui si vedevano circondati, chiedevano per pietà, d’esser condotti nelle loro case. Ed io qui mi resto soddisfatto di avervi servito, come ho potuto, se non come desideravate.”

Aggiunge poi l’estensore del viaggio, che tutti gli Autori antichi, e moderni, specialmente Plinio L. 1 1. c. 24; et L 27 c. 4 collocano questa sorta di Tarantole nel genere de’ Ragni. La specie è chiamata Phalanx, Phalangius, e Phalangium da Plinio, e da Dioscoride. Il primo si mostra mal informato, dicendo L. 29. c. 4. Phalangium est Italiae ignotum, che non v’ha sorta alcuna di Tarantole in Italia, e dove aggiugne, che questo insetto vivit maxime circa furnos, et molas, vive nelle case, presso de’ Forni. Nel resto egli ne fà una pittura assai giusta. Egli è certo, che la Tarantola morde, e che non punge, come qualcuno ha scritto. Quelli , che descrive Oleario (Voyage de Perse T. 1. I. 5, D e ch’ egli ha veduto in Persia, attorno di Kaschan, sono poco appresso della stessa figura, che le Napoletane. Ma se questo Autore è ben informato, esse fanno cadere il loro veleno, come una goccia di acqua, senza mordere, e senza pungere.

Fin qui l’Anonimo Viaggiatore Francese, le di cui opinioni sono discordi da quelle di tutti i savj scrittori moderni di Medicina, di veleni, e d’ istoria naturale, che sono appoggiate ai lumi del giorno , ed alla vera esperienza. Anche in Germania si credeva una volta frequente questo male, che chiamavasi dal volgo superstizioso il Ballo di S. Vito, Chorea S. Viti, e curavasi a suon di Tamburo, e delle Trombe militari. Quelli, che n’erano attaccati, saltavano per alcuni giorni senza fermarsi, e quando cadevano stanchi dalla fatica, si balzavano in alto con le coperte, per impedire, che ſossero sorpresi, e vinti dal sonno, che lo credevano micidiale; nè cessava il loro furore, finchè la causa del male non restasse consunta dalla fatica, e purgata dal più copioso sudore.

Gli Autori da potersi consultare su questo argomento, sono i seguenti.

Nic. Perottus Episc. Sypontinus in Cornucop. Lat. Linguae

Vincenzio Bruni Tre Dialoghi, nel primo de’ quali si tratta delle Tarantole. Napoli per Tarquinio Longo 1601. 4.

Ferdinandi Epiphanii Observationes, et Casus medici . Napoli 1621.

Edoardi Medeirae Dissertatio de Tarantula. Ext in P. I. novae Philos. et Medicinae de qualitatibus occultis. Vlyssipone 1658 8.

Joh. Thomas de noxia Animalium. Jenae per Georginm Sengenevvaldum 1653. 4.

Georgius Kirchmajerus de Aranea, in primis vero de Tarantulis. Witteb. 1670 4.

Joh. Mullerus de Tarantula, et vi musica in ejus curatione. Hasniae 1679. 4,

Nicola Caputo de Tarantulae Anatome, et morsu opusculum historico-mechanicum, in quo nonnullae demonstrantur Insecti particulae ab aliis non adlhc iuventae Lycii 174 o 8.

Franc, Serao della Tarantola, o sia Falangio di Puglia, Lezioni due. Napoli 1742 4.

Marten Kahler Ammarkningar vid-dans-sinkan, eller den sa Kallade Tarantismus. Vetemskaps Academ. Handl. A. 1758. S. 29.

Ammerkungen uber die Tanzhrankheit, die man Tarantismus ncnnt. Schvvedische Akadem. Abhandl. I. 1758. G. 30.

Dom. Cirillo Some account of the manna tree and of the Tarantula. Philos. Transact. Y. 1770. p. 233 236

Tournon sur la Tarantule Villers et Capelle Journal de la Soc. de Santè et d’Hist.natur. de Bordeaux I. 197.

Gosmann Collini Sur le Tarantisme. Comment. Acad. Theodoro-Palatinae T V. Phys. p. 364.

Lettera di Andrea Pogonati sopra il Tarantismo, o sia morso della Tarantola, che si guarisce nella Puglia con la musica, con le annotazioni, una Tavola dei Ragni della Puglia, e due Topografiche della Città di Brindisi, al fine della memoria del Porto di Brindisi sotto il Regno di Ferdinando. Napoli pel Morelli . 1781. 4.

Breschings Nachrich von der Tarantel etc. Berlin 1787. Trattato della Tarantola, ovvero Falangio di Puglia – (senza luogo ed anno)

Degli accidenti, che si osservano ne’ Tarantolati, e della cura primaria del Tarantismo Codice 847. Biblioth. S. Mich. a Murano pag. 1100.

Pierre André Latreille mem. pour l’Hist. des Insectes, commu sous le nom de Fauchetes; Phalangium Linn. Soc. Philomatique a. 7. p 11

Domenico de Angelis nel T. 2 Vit. Litterat Salentin. p. 229 illustrate ancora di Ch Sig. Baldassarre Papadia nelle vite di alcuni Uomini illustri Salentini. Napoli 1806, 8, riferisce, che Epifanio Ferdinando lasciò un libro ms. de morsu Tarantulae

Giorgio Baglivi trattò lo stesso argomento nel Libro intitolato, centum Historiae, seu Observationes, ea casus Medici, con una Dissertazione particolare de anatome, morsu,et effectibus Tarantaularum.

Ludovicus Valletta de Phalangio Apulo. Neapoli 8.

Athanasius Kircherus de Tarantula apud Jo. Paulum Tarsia in Lib. I. Historiae Cupersanensis.

Ulysses Aldrovandus de Tarantula in Historia Scorpionum, et Draconum L I C. 43.

Hieronimus Marcianus in descriptione Salentinae Provinciae Lib 2.

Jo. Bapt. Paachellus, in Parte II del Regno di Napoli in prospettiva.

Ant. de Ferrariis Galatei de Situ Japigiae Liber cum notis Jo Bernardini Tafuri, in T. VII . Opusc. Calogerà p. 55.

Richardus Mead de veneno Tarantulae, in Mechanica – expositione venenorun. Lugd. Batav. apud Gisber tum Langerak 1757. 4.

Laurentius Beyerlink Magnum Theatrum Vitae humanae. Lngd. Jo Ant. Hugnetan 1665. T. V. p 810.

Franc Boissier de Sauvages Nosologia methodica, sistens morborum classes, genera, et species Juxta Sydenhami mentem, et Botanicorum ordinem. Amst. FF. de Tournes 1763 T V. 8.

Jos. Jac Plench Tossicologia Vienn. et Venet. e quasi tutti i moderni Scrittori di Nosologia, di Tossicologia, e di Zoologìa.

  1. Francesco Cancellieri, Lettera al Ch. Sig. Dottore Koreff Professore di Medicina nell’Università di Berlino, sopra il Tarantismo, l’ aria di Roma e della sua campagna, Roma, 1817
  2. Antonio Bulifon, Lettere memorabili, istoriche, politiche ed erudite scritte, e raccolte da Antonio Bulifon e dedicate all’ Ill. e Rev. Mons. Angelo Veraldi Vescovo di Martorano, Raccolta Seconda, Napoli, Bulifon, 1693, pp. 141-153
  3. Ernesto De Martino, Sud e magia, Feltrinelli Editore, 1959, ried. febbraio 2000, pp. 187-188
  4. Nicandro, Theriaca
  5. Ernesto De Martino, La terra del rimorso, Il saggiatore, Milano, 1961, ried. 2000, pag. 196
  6. Francesco Cancellieri, op. cit., pag. 4
  7. Francesco Cancellieri, op. cit., pag. 6
  8. Apost. Zeno Diss. Vossiane T. 1.256. Phil Bonamici de Cl Pontil. Epist. Scriptor. 133. 179. Niceron. Mem IX. 374 Tiraboschi VI. P, II. 356.
  9. Item a Stella Stelleo vocitatus est. Stelliones enim circulis quibusdam depicti sunt, ac veluti lucentibus guttis, in modum Stellarum, unde Stelliones a nostris vocitantur, pleni lentigine, stridoris acerbi, Romani vulgo nunc Tarantulas vocant. Est et alius Stellio, ex Araneorum genere, qui simili modo Ascalabotes a Graecis dicitur, et Calotes, et Galeates, lentiginosus, habitans in terrae caverniculis, per aestum dehiscentibus Hic majorum nostrorum temporibus in Italia visus non fuit : nunc frequens in Apulia visitur. Aliquando etiam in Tarquinensi, et Corniculano Agro, et vulgo similiter Tarantula vocatur. Morsus ejus perrararo occidit hominem; semistupidum tamen facit, et varie aſſicit. Tarantulam vulgo appellant. Quidam cantu audito, aut sono ita excitantur, ut pleni laetitia, et semper ridentes saltent; nec nisi defatigati, ac semineces desistant . . . . Multa sunt Araneorum genera; omnes graeco vocabulo, sed apud Latinos usitato Phalangia dicuntur. Perottus in Cornucop. Lat. in I. Martial. Epigr .
  10. Ulpian. Digest. Lib. 47 tit. 2o. qui inscribitur Stellionatus Leg. 3 et Lib. I 3 tir. ult Leg. 36. , et Lib. 17. tit. I Leg.29 ad fin et Lib. 4: tit. 7. Leg. 9. Henri Boceri, Conciliatio L. 2. D Stellionatus, et L 13. S. ult. D. de his , qui notantur infamia Tubingae 1629 8. Georg. Struvii Disp. de Stellionatu Jenae 1667. Jo: Ottonis Taboris Racemat. Crimin. Ferd. Chr, Harppiechti Diss de Crimine Stellionatus. Tubin 17c8. 4 et in ejusd. Diss T II. n. 68. Corn. van Ech. Diss. de Crimine Stellionatus Vltrajecti 1723. Aug. Leyser de Stellonatu. Viteb. 1733. 4. et in eſus Medit. ad Pand Spec. P.L.VII. Mich Albert. Diss. de Crimine Stellionatus medici. Hal. 174-. 4. Jo.Theoph. Segeri Diss. de Crimine Stellionatus Lips. 1770.
  11. Aegid. Forcellinus in Lexico IV. 208. Translate dicitur de homine malo, doloso, fraudulento invido, quia hoc animal exsuit quotamnis cutem, exsutamque devorat, invidens homini comitialis morbi remedium. Plin. l. 30. c. 10. circa med. Operae pretium est scire, quomodo praeri piatur, quum exsuntur menbrana hyberua, alias devoranti eanì, quoniam nullum animal fraudolentius invidere homini tradunt. Inde Stellionem – nomen ajunt in maledictum translatum. Apul. l. 5. Metam. sub fin qui us modis Stellionem istum cohibeam? ubi Venus irata filium Cupidinem Stellionem vocat.
  12. il nostro Sig. Ricciuoli, istruitissimo, e indefesso raccoglitore d’oggetti, appartenenti all’ Istoria naturale dello Stato Romano, e specialmente di minerali, presentò in una sera dello scorso Mese, ad una rispettabile Società di Professori, e di Letterati, due Tarantole Falangj, da lui trovate nelle nostre Campagne, l’una viva, e l’altra morta, e preparata in due distinti Vasi di vetro.
  13. Il P. Gio. Stefano Menochio nella P.I. C. 80. delle Stuore, ove dimostra, come con il suono della Cetra di David sentisse conforto Saul, e cessasse la malattia, che gli dava lo spirito maligno, con alcuni esempi dell’ efficacia della Musica in commuovere,o quetare le passioni p. 263 dopo l’esempio di Enrico Re di Danimarca, tratto dal L. 12, di quelle Storie, finisce con la seguente traduzione del passo di Alessandro d’Alessandris 2 C. 17. Gen. Dier. Facendo noi viaggio per la Puglia, paese caldissimo, d’ estate ne giorni canicolari, sentivansi da tutte le parti risuonare tamburi, ed istromenti musicali da fiato, e dimandando noi, qual fosse la causa di questo, ci fu risposto, che con quei suoni si curavano quelli, che erano stati morsicati dalla Tarantola. Per desiderio dunque di vedere, come succedesse la cura di questo male, entrammo in una Terra, dove vedemmo un Giovane, che da repentino furore agitato, e con la mente alienata da’ sensi ballava, movendo mani, e piedi, non con mala grazia, al suono di un tamburino, e pareva, che sentisse gran conforto da detto suono, che però s’accostava per meglio sentirlo, al suonatore, ed all’Instromento. Poi faceva varj moti con le mani, e con i piedi, e poi saltava. In questo mentre il suonatore cessava per un poco di suonare; e mentre durava questa pausa, l’infermo si fermava, patendo quasi un deliquio d’animo. Quando poi si tornava a toccare il Tamburo, ripigliava il ballo, come prima, facendo li medesimi atti, e gesti, che poco avanti avea fatto. Così scrive Alessandro, ed io ho sentito dire da’ periti, che con quel moto si cura quella infermità per forza del sudore, che ballando, esce dai corpi morsi da quel ragno; e che non ogni suono è sempre proporzionato a far muovere il desiderio di agitarsi, in quei meschini; e che tanto bisogna andar variando, finchè trovato quello, che ha la debita proporzione viene all’ infermo il talento di muoversi a quel modo, e conseguisce la sanità.

 

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Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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