martedì 21 Gennaio, 2020 - 20:28:20
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Ilva:otto dirigenti indagati per disastro ambientale. Agli arresti anche il patron Riva.

Sino a ieri sera erano tecnicamente in fase di notifica gli otto mandati di cattura per altrettanti vertici Ilva, tra dirigenti e capireparto. Stessa sorte per il decreto di sequestro preventivo delle cokerie e dei parchi minerari senza possibilità d’uso. Le misure restrittive da scontare ai domiciliari erano intestati a Emilio e Nicola Riva, padre e figlio già presidenti del Cda del gruppo; Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento; Marco Adelmi, capo area parchi; Angelo Cavallo, capo area agglomerato; Ivan Dimaggio, capo area cokerie; Salvatore De Felice, capo area altoforno; Salvatore D’Alò, capo area Grf. I reati contestati a vario titolo vanno dal disastro ambientale colposo e doloso all’avvelenamento di sostanze alimentari, dall’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro al danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico. Gli impianti dell’acciaieria per i quali si dispone il sequestro con il fermo delle funzioni, sono quelli dell’area parchi, area cokerie, area agglomerato, area altoforno, area acciaieria e area Grf. Praticamente tutta la produzione a caldo. Le due ordinanze firmate dal gip Patrizia Todisco del Tribunale di Taranto su richiesta della procura della Repubblica (procuratore capo Franco Sebastio, aggiunto Pietro Argentino e sostituto Mariano Buccoliero), contengono una mole impressionante di dati sull’inquinamento e sugli effetti sull’ambiente, sull’uomo e sugli animali che diventa difficile persino descriverne la sintesi.

Le responsabilità
Serve bene allo scopo il dettaglio del primo capo d’imputazione contestato a tutti gli otto indagati perché «in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in concorso tra loro, nelle rispettive qualità di cui sopra, realizzavano con continuità e non impedivano una quantità imponente di emissioni diffuse e fuggitive nocive in atmosfera in assenza di autorizzazione, emissioni derivanti dall’area parchi, dall’area cokeria, dall’area agglomerato, dall’area acciaieria, nonché dall’attività di smaltimento operata nell’area Grf e dalle diverse “torce” dell’area acciaieria a mezzo delle quali smaltivano
abusivamente una gran quantità di rifiuti gassosi. Tutte emissioni che si diffondevano sia all’interno del siderurgico, ma anche nell’ambiente urbano circostante con grave pericolo per la salute pubblica. Reati commessi dal 1995 ad oggi».

Il materiale probatorio
Forse mai come in questo caso sia la pubblica accusa che il magistrato giudicante hanno inserito così tanti riferimenti, anche datati, a conferma delle rispettive tesi accusatorie. Trovano così ampio rilievo, ad esempio, relazioni sull’inquinamento attribuito all’Ilva da parte di enti e istituti di ricerca al di sopra delle parti come l’Arpa e la Asl. E naturalmente informative dei carabinieri del Noe, dell’ispettorato del lavoro, e perizie di parte. Per avvalorare la decisione, quasi scontata, di fermare quelle fonti d’inquinamento, inoltre, i magistrati hanno dato ampio spazio e sottolineato le denunce presentate non solo dalle organizzazioni mediche e ambientaliste ma anche dalle stesse istituzioni politiche come l’ultima denuncia prodotta meno di un anno fa dal sindaco di Taranto, Ippazio Stefano. E naturalmente l’ultima perizia dei tre super esperti della procura che certifica la correlazione tra l’inquinamento prodotto dal siderurgico con l’elevata incidenza di morti, anche di minori, degli abitanti dei quartieri più vicini alla città industriale.

Le prove filmate e le misure antinquinamento insufficienti
L’inchiesta è ricca anche di riprese video, che documentano abnormi emissioni di fumi, prodotti sia dai carabinieri del Noe sia dalla spina nel fianco dei Riva, Fabio Matacchiera, noto ambientalista autore di numerose denunce video divenute oggetto di verifica da parte degli inquirenti. Secondo i magistrati, inoltre, le misure adottate dall’industria per abbattere le emissioni nocive non risolvono il problema. «Nonostante l’impianto di sinterizzazione dello stabilimento siderurgico di Taranto – si legge – la verifica delle concentrazioni d’inquinanti altamente tossici, quali appunto le diossine, i furani e i policlorobifenili diossina-simili, immessi nell’ambiente», l’Ilva «non ha, a tutt’oggi, dotato il punto di emissione E312 di un sistema di monitoraggio in continuo dei predetti, micidiali inquinanti».

Il sospetto della corruzione
Inquinante, infine, il racconto descritto nella parte finale dell’ordinanza che giustifica la misura restrittiva degli indagati in quanto possibili inquinatori di prove. La vicenda riferisce un incontro avvenuto in circostanze assai sospette tra un dirigente dell’Ilva e un professore incaricato dalla Procura di redigere una consulenza sull’inquinamento. Nella circostanza, ripresa dalla Guardia di Finanza, il ricercatore ritirò una busta bianca dal funzionario Ilva il quale quella mattina si era fatto consegnare dall’azienda la somma in contante di diecimila euro.
Nazareno Dinoi sul Corriere del Mezzogiorno

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