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Le origini degli Arbresh nella nostra storia

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‘Arberesh’ è un patrimonio culturale ed umano connaturato ed ospitato anche nel cuore del sud-Italia; depositari gli abitanti di numerosissimi centri. La compagine alloglotta in Italia è ricca di storia e di elementi antropologici; nella sua diversità si è intrecciata nel nostro tessuto umano e sociale affascinandoci per i costumi, le tradizioni, la lingua (…) Qualcuno riporta che gli albanesi siano i discendenti degli antichi Illiri (da Illyrios figlio di personaggi tipici della mitologia greca), che abitavano la penisola balcanica dai confini della Germania fino alla Tracia e fino alle coste dell’Adriatico. Altri sono convinti che siano i discendenti dei Pelasgi, gente autoctona di quei territori.

Certo è che quella popolazione, per la pressione dei popoli che cercavano d’invadere la penisola (Celti, Sciiti, Visigoti, Unni, Ostrogoti e Slavi) si rifugiarono sulle montagne dell’Albania, mantenendo pura la loro etnia. Il loro nome fu Albani. Non è sicuro il significato etimologico del nome Albania: per alcuni deriva da Alba, città romana e dal greco nia, cioè nuova; per i linguisti moderni, riporta il Bellinello, il termine deriva dalle radici indoeuropee alb e/o alp che significano altura o monte (tesi che sembra la più opportuna). Certo è che dopo l’XI sec. Essi furono chiamati Arber o Arbresh ed Arberia la loro regione. Il Principato di Arberia a Krujë fu il primo esempio di costituzione di un federalismo feudale capace di contrapporsi ad invasori ricorrenti.

“Ed oggi, col termine Arbëresh cosa s’intende? Così sono dette le popolazioni di lingua albanese che vivono nell’Italia meridionale. Stabiliti in Italia tra il XV e il XVI secolo, appena prima e dopo la morte del grande eroe albanese, Giorgio Kastriota Skanderbeg, sono riusciti a mantenere la loro identità tanto integra da poter essere ancora identificati come Albanesi. La loro nazione, sparsa in Italia è coralmente indicata con il termine Arbëria.

A differenza della maggior parte degli Albanesi che vivono altrove, in gran parte musulmani, gli Arbresh sono cattolici. Se prima della conquista da parte dell’impero ottomano tutti gli albanesi venivano chiamati Arbresh, dopo l’emigrazione che disperse parte della popolazione (300.000 unità si sono stanziate solo in Italia), gli Albanesi nativi dell’Italia hanno continuato ad usare il termine Arbëresh mentre ormai in Albania si sono dati il nome di Shqiptar”.(1)

I primi Albanesi arrivarono in Italia nel tardo Medioevo, ma fu l’avanzata dei Turchi nel XV secolo la vera causa dell’emigrazione di questo popolo verso l’Italia. Alla base di questo esodo vi erano gli accordi militari tra il Regno di Napoli e i Principi albanesi. Infatti, già nel XIV secolo molti giovani albanesi erano arruolati nell’esercito napoletano, e costituirono il primo insediamento fisso albanese su territorio italiano.

Si ebbero importanti ondate di profughi albanesi nell’arco di 65 anni, dal 1470 al 1534(2) e tutte e sette furono le migrazioni che portarono alla vera e propria diaspora. Così di seguito:

– 1448 voluta da Demetrio Reres(3): il quale insieme ai suoi mercenari avrebbe avuto il permesso di stanziarsi nel Catanzarese a conclusione della rivolta del ribelle catalano Antonio Centelles(4);

– 1461 stanziamento di soldati di Scanderbeg in Puglia: i profughi arrivarono in questo territorio con svariati mezzi. Con imbarcazioni sia napoletane sia veneziane accompagnati dai familiari e portando con loro quei pochi beni che possedevano e che erano necessari per la loro sopravvivenza.

– 1468 la grande immigrazione alla morte di Scanderbeg: in realtà questo flusso migratorio iniziò già intorno all’estate del 1467 anno in cui Scanderbeg ancora cercava di resistere al nemico turco. Con la sua morte, avvenuta repentinamente, il fenomeno raggiunse l’apice anche se non ebbe soluzione negli anni a venire;

– 1533 profughi di Corone : secondo Rodotà, Carlo V beneficiò i coronei di privilegi con esenzioni dai tributi e da qualsiasi pagamento fiscale e altri scrittori come G. Schirò senior citano e riportano alcuni privilegi;

– 1647 con i profughi della Maina (Peloponneso meridionale): queste ondate migratorie si susseguirono in maniera irregolare, basta osservare il lasso di tempo che è trascorso con quella precedente, ciò a testimonianza del fatto che gli albanesi cercavano di resistere al nemico turco, con, evidentemente, risultati deludenti;

– 1744 con la colonia a Villa Badessa (Pescara): voluta da Carlo III il re che costituì anche il reggimento speciale di volontari albanesi, il Real Macedone;

– 1774 Ferdinando IV di Borbone : molti di questi profughi provenivano dalle zone più variegate d’Albania e dell’Epiro. Profughi che avevano già affrontato un tale viaggio come soldati di Scanderbeg in aiuto del re Ferdinando e che quindi vi tornarono con le loro famiglie per cercare ospitalità.

Ci sono alcuni aspetti che vanno evidenziati (qui di seguito) e che condizioneranno la storia e il rapporto tra gli Albanesi e gli Italiani e la conseguente nascita degli Arbresh con una loro area geografica ben definita come l’Arberia.

 

  •   Un ruolo importante per l’unità degli Albanesi e per una successiva sistemazione nel territorio del Regno di Napoli spettò al principe di Kruja, Giorgio Kastriota, detto Scanderbeg, amico di Ferdinando I d’Aragona.
  •   Nel 1443 Murad II fu sconfitto dal condottiero ungherese Giovanni Hunjadi a Nissa (Nish) e ciò portò un certo sbandamento nell’intera armata turca. Scanderbeg, approfittando del disordine e per mettere in atto il suo piano, cioè fondare la Lega Albanese e sconfiggere il sultano, radunò un manipolo di fidi soldati, quasi tutti albanesi, e, assieme al nipote Hamza, si dileguò rapidamente dal campo.
  •   Il primo tentativo nel 1444 riuscì solo in parte. Nell’impresa venne seguito, oltre che da suo cognato Gjon Muzaka, da altri signori strettamente legati alla famiglia dei Kastriota, come i Dukagjini. Fondò la “Lega Albanese” e riunì un esercito di oltre diecimila uomini con i quali affrontò il nemico turco.
  •   Scanderbeg, nel frattempo, teneva ben saldi i rapporti con i regnanti d’oltre Adriatico. Nel 1457 venne in Galatina, nelle Puglie, in aiuto di Ferrante d’Aragona, per combattere gli Angioini. Anche i rapporti con i Papi furono stretti. Per la sua indomita lotta contro i turchi gli conferirono il titolo di “Athleta Christi”.
  •   Nel 1468, ad Alessio, lo colse la febbre e morì tra il pianto dei comandanti e dell’intero popolo. Scomparve da eroe e non da sovrano. La sua figura è simbolo di fulgido eroismo, in tutta la diaspora albanese. Così ebbe inizio la rovina del popolo e delle contrade Albanesi perché con lui moriva ogni speranza del popolo di potersi salvare dal sultano.

Dopo dieci anni cadde definitivamente l’eroica cittadella di Kruja in mano ottomana ed ebbe inizio l’esodo più consistente di albanesi, che si stanziarono in Italia nella provincia di Cosenza.

 Gli Albanesi in Italia fondarono o ripopolarono quasi un centinaio di comunità, la maggior parte delle quali concentrate in Calabria(5). Costituirono qui colonie di contadini e di soldati alle quali venne data piena autonomia amministrativa. Fu loro concesso di fondare o ripopolare nuovi villaggi, dopo aver stipulato favorevoli “capitoli” con i feudatari del luogo.

L’immigrazione dei profughi Albanesi favorì la politica di ripopolamento di Ferdinando I nei territori della Puglia e della Calabria, spopolatisi durante le lotte tra le Case D’Angiò e D’Aragona(6). Solo alla fine del ’500 e agli inizi del ’600 si assiste alla costituzione di vere e proprie comunità albanesi, col loro rito religioso, le loro feste, i loro costumi e la loro lingua. Popolo orgoglioso, dotato di uno spirito di libertà e d’indipendenza, che lo ha animato nel corso della sua storia, rimase profondamente attaccato alla propria identità e ai propri riti(7).

Un legame particolare con la Chiesa nasce con il Pontefice Clemente XI(8), di origine albanese, che si aprì verso la tradizione ecclesiastica bizantina e ciò si concretizzò con la fondazione del Collegio “Corsini” sito in San Benedetto Ullano(9), trasferitosi nel 1794 a San Demetrio Corone nel centro basiliano di S. Adriano, a cui facevano capo le comunità bizantino-albanesi della Calabria(10).

Furono questi gli atti importanti, destinati a segnare fortemente la crescita dell’identità culturale degli Italo-albanesi, essendo divenuta, questa struttura, il massimo centro di formazione teologica e culturale, non solo per il clero, ma per tutta l’intellighentia arberesh sino al XIX secolo.

Soprattutto nel collegio di S. Adriano, “fucina del diavolo” come fu definita dai Borboni, si formò una fitta schiera di intellettuali e patrioti attenti alle istanze libertarie e democratiche della società italiana: intellettuali e chierici progressisti che furono protagonisti di prima linea nel movimento risorgimentale italiano. È in questo Collegio che, con la propaganda delle nuove idee romantiche, sorse e crebbe, tra gli Italo-albanesi, una matura coscienza nazionale(11).

 (1) Cosco, F., Scanderbeg il sole di Krujë, Edizioni Digitali, Salerno, s.d.

(2) Cfr. Marco, C., La questione arbreshe, Marco Editore, Lungro di Cosenza, 2006.

(3) Demetrio Reres uomo d’armi albanese del XV secolo. Al comando di Alfonso V d’Aragona pose fine alle diatribe sorte in Calabria ottenendo dal re, nel 1448, investiture e incarichi nella stessa Regione. Alcuni esponenti al suo seguito e i suoi figli, Giorgio e Basilio, favorirono, successivamente, l’insediamento di diversi nuclei di albanesi in Calabria e in Sicilia.

(4) Alfonso V d’Aragona dopo la conquista del Regno di Napoli nel 1442 dovette sostenere una battaglia per cercare di reprimere una rivolta scoppiata nel 1442 in Calabria con al comando il pretendente al trono di Napoli Renato d’Angiò e dal ribelle Antonio Centelles a cui re Alfonso aveva concesso in feudo il

marchesato di Crotone, cfr. Mazziotti, I., Immigrazioni albanesi in Calabria nel XV secolo e la colonia di San Demetrio Corone (1471-1815), Il Coscile, Castrovillari, 2004.

(5) Cfr. Zangari, D., Le colonie italo Albanesi di Calabria, Editore Casello, Napoli, 1941.

(6) Cfr. Masci, A., Discorso sugli Albanesi del Regno di Napoli, Marco Editore, Lungro di Cosenza, 1990.

(7) Cfr. Marco, C., Gli Arbreshe e la storia Civiltà, lingua e costumi Introduzione di Giuseppe Galasso, Marco Editore, Lungo di Cosenza, 1996.

(8) Gionan Francesco Albani, nato ad Urbino il 1646 e morto a Roma il 1721. Fu papa dal 1700 al 1721. Cardinale nel 1690. Divenne pontefice in un momento

particolare sia a causa dei contrasti tra Francia e Impero culminati nella guerra di Successione spagnola, sia a causa della controversia giansenista e anche per la questione dei cosiddetti riti cinesi contro i quali il pontefice emanò una bolla nel 1715.

(9) “La fondazione del Collegio italo-albanese Corsini segna, per gli albanesi di Calabria, un avvenimento di grande rilievo perché non solo finalmente veniva fondato un seminario, nel quale avrebbe potuto educarsi la gioventù italo-albanese, ma veniva anche, contemporaneamente, creato il vescovo greco e posto alla presidenza del collegio. / Il 5 ottobre del 1732, il pontefice Clemente XII della famiglia Corsini, dietro sollecitazione del sacerdote Felice Samuele Rodotà di S.Benedetto Ullano, emana la prima bolla di fondazione del Collegio, detto Corsini dal cognome del papa, e crea vescovo lo stesso Rodotà, al quale affida la direzione dell’ente. / Veramente le bolle di Clemente XII sono sei. Nella prima (Inter multiplices) v’è indicato lo scopo della fondazione, che è l’educazione e l’istruzione nella letteratura greca, nelle arti liberali e nelle scienze, specialmente teologiche e nel rito greco, della gioventù albanese.

(…) Con la seconda bolla (Dum ea quae a nobis) del 1734, si elogia Felice Samuele Rodotà, sacerdote greco della diocesi di Bisognano, addetto alla Biblioteca Vaticana ed a quella della Congregazione di Propaganda Fide, nominato Rettore dal Pontefice ed incaricato della organizzazione del collegio. (…) Con questa bolla il Collegio prende il nome Corsini dalla famiglia del Pontefice. (…) Con la terza bolla (Ex Iniuncto) del 19 aprile 1733, si approvano le ‘Regole’ del Collegio. Per esservi ammessi, si richiede l’età non inferiore ai 12 e non superiore ai 16 anni.

(…) Con la quarta bolla (Suprema Disposizione) del 1735, Clemente XII affida la Presidenza del Collegio ad un vescovo greco, di nomina pontificia.  (…) Nella quinta bolla del 1737, si fa menzione della somma di dodicimila ducati, elargiti dal Pontefice dal suo privato patrimonio per l’erezione del collegio (…) Con la sesta Bolla (Praeclara Romanorum) del 1739, si concede ai Rettori del Collegio Corsini la facoltà di dare laurea in filosofia e Teologia a tutti gli alunni del collegio, che abbiano fatto un corso di sei anni di studi filosofici e teologici e , nell’ultimo biennio, ascoltato anche lezioni di Sacra Scrittura, per almeno un’ora al giorno” in Cassiano, D.,

(…) Con la seconda bolla (Dum ea quae a nobis) del 1734, si elogia Felice Samuele Rodotà, sacerdote greco della diocesi di Bisognano, addetto alla Biblioteca Vaticana ed a quella della Congregazione di Propaganda Fide, nominato Rettore dal Pontefice ed incaricato della organizzazione del collegio.

(…) Con questa bolla il Collegio prende il nome Corsini dalla famiglia del Pontefice. (…) Con la terza bolla (Ex Iniuncto) del 19 aprile 1733, si approvano le ‘Regole’ del Collegio. Per esservi ammessi, si richiede l’età non inferiore ai 12 e non superiore ai 16 anni.

(…) Con la quarta bolla (Suprema Disposizione) del 1735, Clemente XII affida la Presidenza del Collegio ad un vescovo greco, di nomina pontificia.

(…) Nella quinta bolla del 1737, si fa menzione della somma di dodicimila ducati, elargiti dal Pontefice dal suo privato patrimonio per l’erezione del collegio.  

(…) Con la sesta Bolla (Praeclara Romanorum) del 1739, si concede ai Rettori del Collegio Corsini la facoltà di dare laurea in filosofia e Teologia a tutti gli alunni del collegio, che abbiano fatto un corso di sei anni di studi filosofici e teologici e , nell’ultimo biennio, ascoltato anche lezioni di Sacra Scrittura, per almeno un’ora al giorno” in Cassiano, D., S. Adriano La Badia e il Collegio italo-albanese, vol. I (955 – 1806) Marco Editore, Lungro di Cosenza, 1997, pagg. 129-135.

(10) Cfr. Rodotà, P.P., Rito greco in Italia, vol. III, Edizioni Brenner, Cosenza, 1986.

(11) Cfr. Cassiano, D., op.cit.

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Notizie su Micol Bruni

Micol Bruni
Nata in Calabria, si è laureata in Giurisprudenza con una tesi dal titolo Gli Arbereshe tra storia e diritto. Studiosa degli aspetti storici delle comunità italo-albanesi, ha condotto ricerche riferite alla letteratura meridionale ed ai viaggiatori stranieri in Italia. Ha curato volumi dedicati ai Beni Culturali ed ha partecipato a studi monografici dedicati a Giuseppe Battista, Carlo Levi, Cesare Pavese, Sandro Penna. Ha pubblicato un volume dal titolo "Poesia e poeti nella metafora" (2007). Insieme al padre Pierfranco ha curato la stesura del testo pubblicato dalla Nemapress ed intitolato "Elio Vittorini - La sfida dello scrittore" (Collana Saggi, 2009). È Presidente dell'Istituto di Ricerca per l'Arte e la Letteratura (I.R.A.L.) ed ha curato, in qualità di presidente e coordinatrice scientifica, la pubblicazione di testi riguardanti la letteratura del Novecento con riferimento a Gabriele D'Annunzio. Ha partecipato a trasmissioni della RAI su temi inerenti la valorizzazione delle culture antropologiche.

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