domenica 17 Ottobre, 2021 - 8:22:01

Tra le stelle danzanti di Saffo il canto di Pirandello

Saffo ha sempre rappresentato un punto di riferimento tra la letteratura greca e le letterature di tutte le epoche, ma in modo particolare il Novecento italiano ha visto in Saffo un punto di riferimento sia in termini di nuovo modello lirico, penso alla poesia dell’ermetismo, sia in termini di espressività dei sentimenti, quindi un linguaggio diviso tra la liricità della parola sia per ciò che riguarda l’evidenza delle tematiche delle problematiche.

I versi di Saffo restano come testimonianza. In questa testimonianza c’è il vissuto, non soltanto di Saffo, ma c’è l’eco che viene recuperato da poeti che vanno da D’Annunzio a Pirandello, ad Alfonso Gatto a Cesare Pavese. Mi riferisco a quei poeti che si sono formati intorno ad una liricità in cui la sintesi della parola poteva rappresentare un dato concreto, un dato semantico significativo. Penso anche a Giovanni Pascoli.

Forse il poeta che maggiormente è riuscito a catturare questa intercettazione, tra il verso e il contenuto, è stato Pirandello e lo è stato in quel libro, in quei versi, in quella poesia dal titolo Mal giocondo, che è l’espressione di tutta la poetica pirandelliana. Saffo, in fondo, aveva come caratteristica fondamentale il “mal giocondo” e anche raccontando e parlando dell’amore non faceva altro che sottolineare l’importanza dell’amore nel tempo: “Se mi vuoi bene, scegli una sposa più giovane. Di vivere con te non avrò cuore. Io sono troppo vecchia”. Sono quattro versi di Saffo dal titolo L’età. Pirandello non si è posto questo problema soltanto nelle sue poesie del Mal giocondo, ma si è posto questo problema soprattutto nel rapporto con Marta Abba. Pirandello sembra recitare così Saffo:

“Tutto il mio essere ruota
frenetico
attorno ad una solitaria stella danzante
”.

Nei versi di Saffo il canto di Pirandello Pirandello, soprattutto negli anni che frequentò spesso Marta Abba, amava studiare, ristudiare, leggere, rileggere i classici greci e latini, e c’erano alcuni poeti che studiava spesso. Andava da Catullo a Lucrezio, ad Orazio, ad Ovidio, a Tibullo, a Virgilio nel mondo latino e poi si soffermava, in particolare, su tre poeti che erano stati una parte importante della sua ricerca iniziale dal punto di vista linguistico, della lettura, della cultura e della lingua greca: Saffo, Alceo e Anacleonte.

In Saffo cercò di recuperare il concetto di tempo e di amore breve, “amore brevis”, e l’amore breve per Pirandello lo si legge certamente come tempo breve in Mal giocondo, ma ritorna in modo assillante nelle lettere a Marta Abba. Le lettere hanno una caratteristica fondamentale che è quella della sintesi, sintesi che si trova nei versi di Saffo, ma anche nei versi di Alceo.

Alceo dice in un verso dal titolo L’unica pianta: “Non piantare che un albero: la vite”. Credo che questo verso sia un verso di straordinaria peculiarità nella vita di Pirandello. Questo piantare l’albero non è soltanto un metafora, è una geografia dell’essere che troviamo in Alceo, ma che troviamo in Pirandello, e piantare l’albero è il “non perdere le radici”, e quelle radici ci portano e ci trasportano alla metafora greca.

I punti di riferimento identitari di Pirandello diventano i poeti, diventa la poesia, diventa il saper catturare la parola, ovvero il saper catturare la sintesi. Se dovessimo fare una riflessione sui personaggi e il linguaggio dei personaggi della drammaturgia in Pirandello e il linguaggio, immediatamente ci potremmo rendere conto come quel colloquiare tra i personaggi e Pirandello è sempre un dialogare in sintesi, è sempre un dialogare in forma “ermetica”.

Questo significa che i lunghi colloqui, tra alcuni aspetti “dostoevskiani”, in Pirandello non prendono un corpus omogeneo. Il dialogare breve in Pirandello, anche nel teatro, deriva proprio dal suo pensare, dalla sua formazione profondamente ancorata alla poesia. In modo particolare questi tre poeti greci lo hanno, in un certo qual modo, formato. Ci sono altri due versi di Saffo, perché parlavo di distico, dal titolo Il bello e il buono nel quale si ascolta “ Chi è bello è bello da vedere, e basta. Ma chi è buono sarà subito bello”.

Soffermandoci su Saffo, ci si rende conto come questa poetessa che ha rappresentato il punto cruciale dell’eros, dell’amore abitato tra eros, passione e piacere, è anche una poetessa che ha segnato un tracciato ben visibile del concetto di bellezza, del concetto di mascheramento della realtà e, quindi, di recupero di un tentativo di verità.

Se si va ai versi di Alceo, si legge in una poesia dal titolo Il mito questi tre versi “Voglio fare all’amore con te. Hai così vaga l’anima”. Vaga l’anima, l’anima vagante… ma questa anima vagante, in Pirandello, non è forse quell’assenza vagante di Marta Abba? Quella Marta Abba che ha costituito la presenza – allontanamento in Pirandello. Da qui si nota come la formazione pirandelliana sia una formazione profondamente radicata all’interno della visione e della dimensione onirica del verso e della parola dolorante.

C’è una poesia di Anacreonte che dice, e c’è un richiamo al quale Pirandello fa riferimento, “Pietoso avvilimento, mi dicono di quella famosissima donna. L’hanno udita ripetere più volte, accusando il suo demone: che bella sorte, madre, se mi portassi al mare implacato gettandomi entro la furia di marosi torbidi”. Il titolo è Disperazione. Anche qui Pirandello si ritrova. Si ritrova come metafora della “mater”, si ritrova come metafora dell’amore inquieto, inquietante e si ritrova come metafora del mare che diventa implacabile, che diventa una furia dei marosi torbidi.

Rileggendo le lettere di Pirandello a Marta Abba, questi elementi appena citati, sono tutti elementi che emergono in modo evidente. La stessa atmosfera si potrebbe notare n alcuni passaggi di Ovidio. Pirandello conosceva molto bene Ovidio tanto che alcuni passaggi di Ovidio si rintracciano come echi tra le sue pagine. Però credo che tra il poeti latini il prescelto di Pirandello fosse Catullo.

Catullo recita : “Felice tu mia vita intendi che sarà il nostro amore che non avrà fine. Dei grandi, concedete che mi prometta il vero e parli con sincerità, dal cuore, così che manteniamo, finché si viva, eterno il sacro vincolo del sentimento”. Siamo nuovamente, con Catullo, alla visione in cui l’amore diventa un delicato tormento e l’amore di Pirandello resta, fino alla fine, Marta Abba. Catullo non c’è nel Mal giocondo, c’è nelle sue poesie, nella sua prima opera consistente, lo si ritrova nelle lettere a Marta Abba. Lo si trova in alcuni passaggi diventati cruciali per capire il loro rapporto, il loro legame. Pirandello sembra dire, metaforizzando il tutto, che il sole che tramonta può tornare.

Questo è un verso di Catullo, il sole che tramonta può tornare, certo, questo sole che tramonta ha bisogno di tornare e Pirandello se lo augura costantemente dicendo a Marta Abba tu sei la mia musa, e questo sole che va e viene, questo sole che quando risplende il piacere della scrittura diventa fondamentale, si fa cruciale, si fa il dato predominante di uno scrittore che ha fatto delle lettere a Marta Abba non soltanto un epistolario in sé, ma un vero e proprio Diario di uno scrittore.

Un romanzo prettamente autobiografico nel quale Pirandello non cerca di inventare un personaggio, non cerca di creare una storia, un’avventura o un destino, ma non fa altro che scriversi, ovvero, scrivere se stesso e, scrivendo se stesso, scrive del suo amore per questa donna che era diventata un’attrazione, un destino e che resta come un immaginario indelebile, soprattutto negli ultimi anni in cui Pirandello si dedicò completamente a pensare e a scrivere per lei.

Ma la letteratura non è forse una dedica costante alla propria anima, al proprio cuore, alla propria esistenza? Se Marta Abba non ci fosse stata negli ultimi vent’anni della sua vita, Pirandello che cosa avrebbe creato?. Ci sarebbe stato il Pirandello che abbiamo avuto fino agli ultimi anni della sua vita?

Qui si innescano i suoi ripensamenti sulla poesia greca e latina. Qui comincia il suo dialogo con la parola di Saffo. Saffo andrà in aiuto a Pirandello ma l’amore resta completamente affidato al mistero. Gli ultimi mesi di Pirandello sono marcato dal segno indelebile della parola elegiaca di Saffo.

Pierfranco Bruni

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Notizie su Pierfranco Bruni

E' nato in Calabria. Ha pubblicato libri di poesia (tra i quali "Via Carmelitani", "Viaggioisola", "Per non amarti più", "Fuoco di lune", "Canto di Requiem", "Ulisse è ripartito", "Ti amero' fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio"), racconti e romanzi (tra i quali vanno ricordati "L'ultima notte di un magistrato", "Paese del vento", "Claretta e Ben", "L'ultima primavera", "E dopo vennero i sogni", "Quando fioriscono i rovi", "Il mare e la conchiglia") La seconda fase ha tracciato importanti percorsi letterari come "La bicicletta di mio padre", "Asma' e Shadi", "Che il Dio del Sole sia con te", "La pietra d'Oriente ". Si è occupato del Novecento letterario italiano, europeo e mediterraneo. Dei suoi libri alcuni restano e continuano a raccontare. Altri sono diventati cronaca. Il mito è la chiave di lettura, secondo Pierfranco Bruni, che permette di sfogliare la margherita del tempo e della vita. Il suo saggio dal titolo “Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea” è una testimonianza emblematica del suo pensiero. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”. Ricopre incarichi istituzionali inerenti la promozione della cultura e della letteratura. Ha ricevuto diversi riconoscimenti come il Premio Alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per ben tre volte. Candidato al Nobel per la Letteratura.

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