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L’Euforbia (nomi dialettali Buttamani, Titimaju, ecc.): curiosità popolari

 

N.B.: gli utilizzi della pianta descritti in questo articolo hanno unicamente valenza documentaria antropologico-folkloristica: non sono in alcun modo da considerarsi praticabili o sperimentabili.

Euphorbia Helioscopia, illustrazione botanica
«Cumpà, vuoi avere un xxxxx grosso-grosso? Ungitelo tutto col “latte” di questa pianta!» Tipico scherzo (un po’ sadico oltre che pericoloso), diffuso anticamente in tutta la penisola con l’ Euphorbia elioscopia (volg. “erba calenzuola”) e altri tipi di Euforbie (Euphorbia characias, ecc.). Da qui, anche il nome diffuso in Aradeo, “unchia piche” = “gonfia-membro”. In effetti il risultato era quello, ma al prezzo di un effetto altamente vescicante. Difatti lo stelo di questo tipo di piante emette un lattice particolarmente velenoso.

Altri nomi salentini delle Euforbie: buttamani, titimaju, tutumaju, tutumagghiu, totimaju, cucumaju, erua ti la zita, erva rugna, skattapignàte, rugnedda, ecc. ecc.

Nomi volgari italiani: titimalo, titìmalo, titimàglio, totomàglio.

La maggior parte dei nomi dialettali e volgari derivano dall’antico nome di questa pianta: in latino tithymallus, greco τιϑύμαλλος, τιϑύμαλον. Nell’etimo vi è un richiamo alla mammella (titthòs), quindi al latte, e il nome sta per “latte cattivo”, “latte velenoso”.

Euforbie dalle tavole del Mattioli

 

La tossicità del lattice è sottolineata anche in una frase di Leonardo da Vinci che dice:

Il calderugio (cardellino) dà il tortomalio a’ figlioli ingabbiati. Prima morte che perdere libertà!

In medicina popolare il lattice veniva utilizzato per bruciare le verruche, mentre le radici cotte in vino erano utilizzate come analgesico per il mal di denti (nel Tesoro dei Poveri, un ricettario medico del XIII sec., è indicata una ricetta simile, con la variante del Titimallo cotto in Assenzio).

I semi, venivano usati per la stitichezza.

Inoltre il lattice diluito era utilizzato come sostanza per far cagliare il latte, mentre concentrato e ad “alte dosi” era utilizzato nella pesca di frodo per stordire e catturare i pesci.

A seguire, e per tornare agli antichi usi analgesici, un estratto da un antico ricettario di autore anonimo:

Experimentu a duluri di denti e di gengivi

“Cui si lava la bucca una fiata lu mesi cum lu vinu dundi sianu cocti radicati di titimallu, non avi mai dulùri di denti, et sana lu dulùri”
(“Chi laverà la bocca una volta al mese con vino nel quale siano cotte radici di titimallo, non avrà mai dolor di denti, e sanerà il dolore”)

Il Dioscoride indica come rimedio per le cancrene, per i foruncoli e per le “reduvie delle dita” “latte di titimallo caracia unto sul male”; parimenti, lo indica come rimedio per “bitorzoli ovvero porri che nascono dentro al prepuzio”, per “ulcere corrosive che vanno mangiando la carne” e per “fistole e ulcere cavernose”. Per il mal di denti, indica “latte di titimalo caracia messo nel pertugio del dente che duole”, con l’avvertenza che, però, “bisogna benissimo premunire i denti con Cera, acciocchè uscendone fuori, non ulcerasse la lingua, e le fauci”.

Euforbie dalle tavole del Mattioli
Euforbie dalle tavole del Mattioli

 

Euphorbia helioscopia

 

Euphorbia characias

Tra le numerose specie di Euphorbia, tutte aventi simili proprietà, L’ Euforbia catapuzia (Euphorbia lathyris) in particolare era coltivata e utilizzata dai monaci come purgante: usavano schiacciare 7-8 semi e li ponevano in acqua tiepida. Per questo motivo, in varie località del Salento quest’erba è detta anche stampàgna. Un altro nome dialettale è cacapùzze.

La catapuzia, come altre Euforbie, veniva utilizzata anche dai contadini come deterrente “antifurto” dei fioroni (culùmmi): per scoraggiare i ragazzi che, ghiotti di fioroni, andavano in giro nei campi a rubarli, il purgante ottenuto da questa pianta veniva iniettato nei fichi.

Nei terreni incolti e pietrosi si rinviene l’ Euphorbia spinosa, altra specie che ha la caratteristica di presentarsi con una forma che ricorda quella di un cuscino.

Euphorbia spinosa

Gianfranco Mele

BIBLIOGRAFIA

Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta Fave e favelle, le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro di Studi Salentini, Lecce, 2012

Martino Marinosci, Flora Salentina compilata dal Dott. Martino Marinosci, Lecce, Tipografia Salentina, 1870

Pietro Andrea Mattioli, I discorsi nei Sei Libri della Materia Medicinale di Pedacio Dioscoride Anazarbeo, 1554

 

 

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Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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