giovedì 28 Ottobre, 2021 - 19:57:15

Il mio  Natale visto con gli occhi della memoria

Vedo arrivare il mio Natale di quand’ero fanciullo. Vedo gruppi di bambini e adolescenti costruire i presepi sotto la “guida” dei capi scout. Il mio capo è mio cugino Tonino Filomena. Il “nostro” presepe, quello della squadriglia Leoni, è un presepe semplice ma incantevole. La neve è fatta con la bambagia, le montagne sono state create non dal Creatore, ma con i ceppi della vigna avvolti nella carta spruzzata con le foglie di piante selvatiche imbevute in un intruglio di coloranti tra il marrone e il verde, i piccoli laghi sono ricavati dai resti degli specchi e tanto, tanto muschio estratto da ogni dove. I “personaggi” del presepe si chiamano pupazzi. Costruiti con l’argilla, non riescono quasi mai bene: si presentano per lo più sbilenchi e sproporzionati. Gesù Bambino, per esempio, appare più un bambinone che un bambinello. Il bue riesce quasi sempre più piccolo rispetto all’asino. La madonna è troppo grossa e San Giuseppe è troppo piccolo rispetto all’iconografia dominante. Le pecorelle sembrano per davvero smarrite. I pastori-pupazzo e le pastorelle-pupazzo sono il peggio che ci sia nel mezzo dei personaggi. Ma va bene così… se non fosse che la stella cometa cade per via dei fili di ferro troppo sottili e troppo arrugginiti.

Il “presepe di casa”, invece, varia di casa in casa. In ogni casa maruggese almeno un angolo è destinato al presepe. Il presepe casalingo emana un calore particolare. La famiglia è meno sola, meno povera. I più piccini fraternizzano con i pastorelli nella frenetica attesa che arrivi il Natale. I pupazzi costituiscono parte integrante della famiglia. Perfino le pecore fanno parte della famiglia. Le pecore che si dirigono verso la grotta di Betlemme sono tutte bianche. Mai una pecora nera. Mi sarebbe piaciuto vedere qualche pecora nera. Ho sempre amato le pecore nere perché sono diverse rispetto alla moltitudine del gregge. Le ho amate e le amo ancora proprio perché sono pecore irregolari.

Pecore a parte, la sera della Vigilia di Natale, sia pure non più tardi delle nove (a ridosso del Carosello), i bambini fanno nascere il Bambino dopo una breve processione per le buie stanze al canto stonato di «Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo al gelo, e vieni in una grotta al freddo al gelo. O Bambino mio divino…». E così, per magia, le stanze di casa, almeno per una notte, si trasformano da anguste in auguste.
Almeno per un giorno, il giorno di Natale, la famiglia tutta intera si allontana dall’affanno quotidiano per avvicinarsi al Bambino nato per difendere i deboli e assistere i poveri. Sopratutto quelli di dietro Sciangai. In questi mitici anni ’60 il giorno del Santo Natale è ancora strettamente legato alla “letterina”. La “letterina di Natale”, scritta dal piccoletto delle elementari di casa con il decisivo aiuto della mamma, è indirizzata a Gesù Bambino. La “letterina” di lusso ha la copertina ornata ed è infiocchettata, mentre quella dei figli dei poveri è opaca e priva della polvere di stelle cadenti. La “letterina” di chi chiede molto è bella, lucida e iconografica, mentre quella di chi chiede poco o niente è scritta per promettere di essere più buono e basta.

Il tempo porterà via definitivamente le “letterine”. Le “letterine” non avranno più un Destinatario (Gesù Bambino) perché fin da piccoli saranno più o meno tutti miscredenti. Ci sarà chi rimpiangerà in ogni caso le “letterine” di Natale macchiate del ragù dei bucatini.
Sarà troppo tardi per riparare all’errore di essere cresciuti troppo in fretta. Finiremo tutti per consumarci nel consumismo. Inesorabilmente. Non vedremo più polvere di stelle cadenti…

Tonino Filomena

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