martedì 05 Luglio, 2022 - 9:05:53

Nel canto triste di un figlio poeta Pierfranco Bruni magistralmente racconta un amore

Nel canto triste di un figlio poeta Pierfranco Bruni magistralmente racconta un amore“Chi può mi perdoni per questi scritti oltre la poesia, oltre i versi …”, così chiosa Pierfranco Bruni nella sua memoria in versi “Alle soglie della profezia” (Luigi Pellegrini Editore, Collana Zaffiri).

Un viaggio poetico dedicato al ricordo melanconico più nobile, quello che avvolge di nostalgia la figura materna.

Poesia alla madre, bilancio di una vita, come messa a fuoco di un rapporto, incorniciato nella straordinaria e profonda prefazione di Marilena Cavallo.

Lirica che si eleva dal distacco, che impone i temi della lontananza, delle distanze, della nostalgia.

“Figlio mio non misurare più assenze, distanze, lontananze” rievoca nei versi di Bruni una madre, la sua, la sua straordinaria madre che rivive nel canto triste di un figlio poeta.

Bruni magistralmente come Pascoli, Ungaretti, Montale e Quasimodo.

Poeta bambino che racconta, coglie vita e vive e poi poeta adulto che canta liriche, commuove e cerca ancora voci e suoni del tempo andato. La sua non è poesia del passato, epica o drammatica, in cui la figura materna è “esemplata” su un modello universale.

La sua opera è ode ad una madre vicina, mai estranea, dedicataria di una poesia da parte del figlio poeta, che si rivolge a lei in modo diretto, con il “tu”.

I versi di Bruni, racchiusi tra un incipit e un epilogo cui segue un congedo, proiettano luce sui sentimenti dell’autore ed acquistano individualità e caratteristiche proprie.

Sua madre è vera, è viva, si ode la sua voce, si avverte la sua presenza nell’assenza.

“Di te in me c’è tutto di noi”.

Ecco la potenza di un amore che non conosce confini terreni, di un rapporto che non finisce, perché riempie i ricordi e ricopre di foglie eterne il cuore.

Dopo aver letto con devoto trasporto i versi di Bruni, alla sua esortazione al perdono per “questi scritti” non si può che rispondere con un inchino, perché di fronte si ha un Uomo, prima ancora che un poeta, che a quel puro e meraviglioso rapporto madre – figlio ha saputo donare il quadro poetico più bello.

E di questo io lo ringrazio.

“Non ci sono più crostate”, ripete l’autore nei suoi versi. Al loro posto un mare tumultuoso di dolcezza eterna che sa di devozione, che sa di frammenti di epoche, che sa di racconti che nascono nell’anima.

Evelyn Zappimbulso

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