mercoledì 20 Ottobre, 2021 - 6:39:53

I poveri sono brutti da vedere

Insopportabili. Per fortuna sono pochi, quelli che hanno il cattivo gusto di mostrarsi in giro, per le strade delle città.
Qualche tempo fa, il sindaco di una città ligure, attento alla serenità dei suoi amministrati, ha tuttavia deciso che anche quei pochi dovevano tenersi alla larga dai lindi giardinetti e dagli spazi pubblici più belli e frequentati dai turisti. E li ha invitati civilmente a starsene a casa loro. Gli imitatori non sono mancati davvero: a Venezia, ad Assisi, oh yes!

Naturalmente i poveri tendono a restare chiusi in casa, quando ce l’hanno e quando non vengono sloggiati. Alcune centinaia di migliaia, sia pure per brevi e tormentati lassi di tempo, ottengono riparo da parenti. Poi anche lì disturbano e ammorbano l’aria, oppure rubano il poco spazio e mangiano il poco cibo. E vanno in qualche anfratto. Per non disturbare? No, semplicemente per fine delle energie e delle speranze.

Poi ci sono i restanti milioni di recente ingresso nella categoria. Non sono ancora pronti per i dormitori di cartone e men che meno per lo scontro fisico con i loro colleghi anziani che occupano gli spazi migliori nei sotterranei delle stazioni, nei depositi dismessi, nelle ex-fabbriche, in tutti quei territori non abbastanza chic da ricevere la visita degli inviati di striscia la notizia. A noi cittadini, come al sindaco e ai tanti sindaci e curatori della pubblica bellezza, interessa poco. Ci basta che non stiano sempre qui tra le palle.

Eppure c’è chi ha provato ad occuparsene senza pelo sullo stomaco, e continua. Voci “scandalose” hanno cominciato a farsi sentire. Scandalose perché? Perché la voce si è levata dalla parte di chi sta in trincea con quelli che si ritengono ancora più deboli dei poveri: gli handicappati. E si è osato gridare – naturalmente con la voce fioca di chi non appartiene al sistema dei media – che la povertà è l’iper-handicap. Perché è la condizione che ha il “potere” di sottrarre all’handicap il suo stesso statuto. La povertà ingloba ogni malattia, ogni deformazione, ogni menomazione, e la cancella. La rende…invisibile.
 

Per chi è immerso nella povertà, emergere come “disabile” diviene perciò una autentica conquista, un privilegio. Quando lo sguardo pietoso – verrebbe da dire: semplicemente attento – di un ragazzo, di una suora, di una persona dignitosa, riesce a frugare nei carnai della povertà e vi scopre e ne estrae un down, un paraplegico, un “matto”, ed è preso dalla assoluta follia di afferrarlo per mano o tra le braccia e occuparsene, accudirlo, portarlo a curare, compie un atto autenticamente rivoluzionario. Un atto che sconvolge le regole del gioco economico. Anche perché, paradossalmente, molto paradossalmente, un disabile grave e gravissimo, ma di famiglia appena appena benestante, è un po’ più riconoscibile come soggetto economico, un po’ più inseribile nella catena virtuosa del consumo, di quanto non sia un povero.

Il povero non conta niente. Quando non è un fallito, un cattivo soggetto che ha tradito le regole dell’Economia fornite dal progresso, è qualcosa di ancor meno dicibile: è un predestinato. Perciò, che resti nel suo destino.


Dunque, sembra proprio la povertà il territorio supremo della sfida. E fu dalla nostra rivista
 Vincere che venne la provocazione, che naturalmente rimase ben lontana dall’essere accolta. 

Vincere la povertà non può essere un “compito” dello Stato: non ce la farà mai. Perché? Ma, semplicemente, perché il suo compito è di crearla. Mica può occuparsi degli affetti! Ce la possiamo fare noi, uno per volta, io, te, lui, lei…
 
E allora l’idea folle di Vincere era stata quella rivolta alle famiglie del “girone d’eccellenza della vita”: le famiglie dei ragazzi con handicap sì, ma con qualche mezzo economico. Solo dalla frontiera della cognizione del dolore – pensavamo e pensiamo – potrebbe allungarsi la mano per estrarre dalla palude della povertà un povero, un povero per volta, io e lui, e…adottarlo. 
Vincere aveva incominciato a dire: adotta un povero! Non c’entra molto la solidarietà sociale, qui in gioco niente meno che il senso della vita, della bellezza del vivere.

Naturalmente, sappiamo bene che il povero tenderà a non fidarsi. Oppure si mostrerà resistente e ingrato. Magari, per la paura, ti manderà a ‘fanculo. Perché il povero è antipatico e sgradevole, come ben sanno quel sindaco ligure o gli illuminati amministratori di Venezia e Assisi. Eh, così stanno le cose. Ma noi sappiamo – come sapevamo allora – che “il povero” è ognuno di noi; e se ci rivolgiamo a quel povero come parliamo o carezziamo noi stessi, lui certamente ci ascolterà, si lascerà avvicinare e ci farà il dono di “ospitarci”.
 
Ragazzo mio, ragazza mia, chi ti scrive ha fallito: infatti è di quel gruppetto che all’epoca non riuscì a sparare il Manifesto dell’Ospitalità, dell’adozione famigliare di un Povero. 
Ma tu hai capito, vero? Qui, nel luogo degli affetti, si riesce sempre e soltanto due alla volta, nello scambio. Vuoi provarci? 
Vediamo se ce la fai, ad amare te stesso e te stessa al punto di riuscire ad amare una persona così impresentabile. E ad accogliere il dono dell’Ospitalità nel suo cuore.

Giro Melis

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