mercoledì 02 Dicembre, 2020 - 11:02:48

Da Prezzolini a Mario Luzi: Carlo Cassola un grande scrittore. Nulla a che fare con Calvino. Nel centenario dell’autore della ragazza di Bube con un mio studio si apre la discussione

Che Carlo Cassola e Giorgio Bassani fossero degli scrittori straordinari e che i loro romanzi costituiscono, ancora oggi, dei riferimenti centrali in una temperie letteraria contrassegnata dall’evasività della parola e dalla desertificazione dei contenuti e dei valori ne sono stato sempre convinto e ne sono convinto tuttora. Premesso che con un mio libro su Cassola si apriranno le celebrazioni per il centenario della sua nascita e con lui la storia della letteratura del Novecento verrà capovolta tutta a cominciare da Italo Calvino.

Che la voce dei personaggi (dalla Micol di Bassani a Fausto di Cassola, per fare soltanto un esempio) di questi scrittori siano stati dei tracciati sicuri nell’avventura del destino di una letteratura che, soltanto oggi, si riesce a leggere nella sua funzione sì etica e morale ma anche estetica, al di là delle misure ideologiche che la critica degli anni passati (dalla fine degli anni Quaranta ai nostri giorni) ha cercato di imporre con modelli demagogici non soffermandosi mai (ci sono casi emblematici che testimoniano ciò) su una lettura profonda dei testi, è un dato ormai evidente ed eclatante dal punto di vista di una analisi critica seria.

Finalmente si riparla di una questione letteraria, che ha interessato questo nostro Novecento passato ma sempre dentro il presente dei nostri anni. Una stagione letteraria che è stata lacerata da una visione ideologica imperante che ha deturpato e lacerato i valori della letteratura.

Ad aver preso le difese di Cassola e di Bassani (ma il discorso, comunque, è molto più ampio) è stato Mario Luzi, che, in un’intervista rilasciata alla rivista “Nuova Antologia”, aveva sottolineato non solo l’importanza di questi due scrittori ma aveva affermato altresì che questi scrittori sono state vittime di quelle ingiustizie, la cui responsabilità è da attribuirsi ad un “ideologismo trionfante”. Qui il discorso diventa, come già si accennava, più complesso e si allarga sui modelli interpretativi della letteratura.

Nel definire “capolavori” i romanzi di Cassola e Bassani, Mario Luzi ha dato delle imbeccate significative perché ha sostenuto che l’ingiustizia nei confronti di questi non ha fatto altro che premiare “certi fenomeni poco comprensibili che sono stati elevati a mito, come Italo Calvino”. E’ proprio vero. Le conseguenze che hanno prodotto gli anni Sessanta e Settanta (ma anche quegli anni Cinquanta che andrebbero ristudiati attraverso elementi poetici pre sperimentali che hanno posto all’attenzione un impoetico Pasolini e una linea poetico – narrativa che emarginava esperienze fondamentali come quelle di Ungaretti e di Cardarelli pur nelle loro diversità) sono i risultati di generazioni, che si sono formate ad una parola antiestetica e ad una scrittura disarticolata dal punto di vista della creatività ma anche dell’offerta problematica nei contenuti.

Mario Luzi si è soffermato su tali aspetti e ha collocato i romanzi di Cassola e Bassani in un mondo “chiaramente puro, pulito”. Il richiamo, sempre da parte di Luzi, a Italo Calvino non può certamente cadere nel vuoto. I conti con Calvino ormai bisogna farli. Mesi fa sostenemmo che in fondo il Calvino che resta è quello che ha recuperato il modello favolistico attraverso una rilettura vera e propria della favola. La sua impostazione sperimentale (Se una notte d’inverno un viaggiatore) è un completo fallimento. La favola nella sperimentazione è non solo una caduta di stile ma anche una volontaria improvvisazione perché il raccordo con i modelli che provengono dalla favola, dalla fiaba, dalla leggenda, dal mito (se si vuole) hanno bisogno di raccordi con la tradizione.

Non si innova senza rinnovare linguaggio e proposte tematiche. Ma il rinnovare implica un confronto (o meglio una comparazione) con la tradizione. Rinnovare non è rimuovere. Rinnovare, in letteratura, è anche tramandare, non tralasciare. Cassola e Bassani sono scrittori della fedeltà alla tradizione narrativa pur intrecciando la dimensione storica dei personaggi (come centralità di una contestualizzazione culturale) con la definizione del paesaggio (sia dal punto di vista formale che etico, sia dal punto di vista geografico che civile). Ma è nel linguaggio che questi scrittori si definiscono, tra l’altro, modelli di riferimento.

Ebbene, ciò, per gli “innovatori” non poteva sussistere. Tutto ciò che era tradizione non doveva lasciare segno nelle nuove forme letterarie. D’altronde il non senso del Gruppo ’63 è stato di una banalità estrema. Non si è trattato di proporre una forma poetica e letteraria alternativa. Alla poesia si è contrapposto il nulla. Sanguineti poeticamente non esiste. Non c’è un poeta Sanguineti. La sua è non poesia. Il Gruppo ’63 è stato uno strumento politico che ha focalizzato la sua attenzione nella costruzione della non letteratura con la prevalenza di una offerta ideologica che negava il bello, il bel poetare, lo scrivere corretto, la scrittura sentimento, la parola armonia – disarmonia.

Ci sono state delle vittime. Sì, perché il potere culturale imperante puntava alla disarticolazione di quella letteratura – letteratura. Ma ci si è mai chiesti perché è avvenuto ciò? Perché i gruppettari erano incapaci di progettare una linea narrante vera, perché, in fondo, non erano e non sono dei creativi, non sono degli scrittori che hanno fatto dell’estetica una forza interiore. Quando qualcuno di questi aderenti al gruppo ha cercato di scrivere qualcosa di letterariamente serio si è dovuto ricredere, anzi ha dovuto ricorrere alla lezione di Cassola, di Bassani, di Berto, di Pratolini, di Morselli, di Tomasi di Lampedusa, di Alianello, di Landolfi, di Buzzati, di Chiara…

Scena tratta dal film “La ragazza di Bube”, tratto dall’omonimo romanzo

Ha ragione Mario Luzi nel difendere Cassola e Bassani. Uno scrittore, Cassola, che ha lasciato, aggiunge Luzi, dei capolavori “ma non sono stati valorizzati, perché non avevano fondamenti ideologici ostentati”. Il punto è proprio qui. Romanzi come Il taglio del bosco, come La ragazza di Bube o come Fausto e Anna, in una storia della letteratura che tenga conto della lettura e dell’analisi del testo, non possono che risultare opere epocali. Così come il viaggio ferrarese che si vive nei romanzi di Bassani. Il giardino dei Finzi – Contini è un caposaldo che definisce una dimensione pedagogica della letteratura.

Giuseppe Prezzolini ha sostenuto che questo romanzo di Bassani è stato scritto “come un classico”. Mentre riferendosi a Cassola, ancora Prezzolini, ha sottolineato che il paesaggio è stato “descritto con maestria impressionista” tanto “che si direbbe un allievo di Flaubert”. Ecco, dunque, l’importanza delle affermazioni di Mario Luzi, le quali non possono cadere nel vuoto come non può cadere nel vuoto una rilettura attenta dell’opera di Italo Calvino definito, sempre da Luzi, come uno scrittore che “sfoggia piuttosto le sue eleganze mentali” pur essendo “una mente speculativa e acuta portata all’affabulazione”.

Insomma il discorso ruota intorno ad un preciso obiettivo che è quello di riconsiderare la letteratura che va dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta non attraverso la storia e la critica di questi anni ma “semplicemente” rileggendo gli scrittori stessi. I quali sono i veri protagonisti di questo tempo. La storia della letteratura è stata una storia tendenziosa, ingiusta, come la definisce Luzi, fortemente ideologizzata ed ha prevaricato, in moltissimi casi, il pensiero stesso dell’autore (uno tra tutti: il caso Pavese è emblematico). E’ stata elaborata non attraverso una visione obiettiva basata sulla lettura delle opere (i romanzi in particolare) ma sul pensiero che le opere potessero esprimere o sul pensiero che gli scrittori potessero affermare.

Ci siamo trovati di fronte ad una storia della letteratura che è piuttosto una storia del presunto pensiero ideologico degli scrittori. Una storia, chiaramente, da rifare. Perché quella storia non è la storia della letteratura del Novecento Italiano (posso fare nomi e citare testi se si vuole). Non solo per le inclusioni o le esclusioni, le ingiustizie, le omissioni, le sbadataggini (in quante storie della letteratura troviamo Carlo Alianello o Giuseppe Berto? E in quante altre troviamo addirittura incomprensibili pagine sui “nipotini” di Italo Calvino? Leggere per credere, ma questo misura delle ovvietà ideologiche immotivate al di fuori da una visione storica) ma anche per le metodologie applicate che offrono una visione completamente distorta del testo citato (come se non si fosse letto completamente un romanzo che viene menzionato).

Mario Luzi ha focalizzato la questione. Non si può più prescindere da una rilettura degli scrittori. Mettiamo da parte le storie viziate della letteratura e ritorniamo ai testi degli scrittori. Ovvero, ripartiamo dal testo e dagli scrittori che sono i veri portatori di arte, tematiche, conflitti, creazione, linguaggi. E poi smettiamola anche con Liala. Liala è stata una scrittrice da riconsiderare nella sua singolare compostezza e nella sua complessità. Denigrare è facile. Non è facile scrivere alla Liala. In molti, nonostante tutto, ci hanno provato. Così si avvia una discussione sul Novecento letterario.

Pierfranco Bruni

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Notizie su Pierfranco Bruni

Pierfranco Bruni
E' nato in Calabria. Ha pubblicato libri di poesia (tra i quali "Via Carmelitani", "Viaggioisola", "Per non amarti più", "Fuoco di lune", "Canto di Requiem", "Ulisse è ripartito", "Ti amero' fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio"), racconti e romanzi (tra i quali vanno ricordati "L'ultima notte di un magistrato", "Paese del vento", "Claretta e Ben", "L'ultima primavera", "E dopo vennero i sogni", "Quando fioriscono i rovi", "Il mare e la conchiglia") La seconda fase ha tracciato importanti percorsi letterari come "La bicicletta di mio padre", "Asma' e Shadi", "Che il Dio del Sole sia con te", "La pietra d'Oriente ". Si è occupato del Novecento letterario italiano, europeo e mediterraneo. Dei suoi libri alcuni restano e continuano a raccontare. Altri sono diventati cronaca. Il mito è la chiave di lettura, secondo Pierfranco Bruni, che permette di sfogliare la margherita del tempo e della vita. Il suo saggio dal titolo “Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea” è una testimonianza emblematica del suo pensiero. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”. Ricopre incarichi istituzionali inerenti la promozione della cultura e della letteratura. Ha ricevuto diversi riconoscimenti come il Premio Alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per ben tre volte. Candidato al Nobel per la Letteratura.

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