martedì 13 novembre, 2018 - 1:17:04
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Quando Grazia Deledda scriveva per il Fascismo

Perché si volle sminuire il ruolo che Grazia Deledda ebbe durante il periodo fascista? Sarebbe opportuno approfondire questo aspetto, al di là di ogni forma demagogica. Grazia Deledda, una scrittrice che pur non essendo fascista né antifascista, collaborò ampiamente con il regime. La questione è proprio questa. È possibile svincolare un intellettuale da un determinato orientamento politico? Precise scelte culturali sono necessariamente indicative di una specifica posizione politica?

È indubbio che Grazia Deledda offrì, da scrittrice, il suo contributo intellettuale alla cultura del fascismo, poiché non è tuttora concepibile affermare che il fascismo non avesse cultura. Anzi tutto il contrario considerata la linea Pirandello – Deledda – Pavese.

Se queste grandi menti intellettuali hanno contribuito ai processi educativi e culturali del fascismo, è naturale affermare che abbiano fatto parte di un processo profondamente scavato all’interno di una identità nazionale che poneva in essere il problema della unità della lingua e della sua contaminazione.

Grazia Deledda era originaria di un’isola come la Sardegna che, allora come oggi, continua a evidenziare problemi linguistici di contaminazione, non soltanto tra le lingue del continente e quelle dell’isola, ma anche tra le forme sintattiche, morfologiche, epistemologiche che si sono sviluppate all’interno della Sardegna in virtù dei legami con la cultura oceanica e con quel Tirreno fenicio, portatore di un percorso di contaminazioni sia linguistiche che antropologiche.

Ma ci sono caratteristiche più profonde in Grazia Deledda che l’avvicinano a una collaborazione stretta con la cultura del regime sul piano istituzionale. La sua partecipazione alla commissione per la selezione dei libri di Stato per le scuole elementari (era il 1929) può essere certamente inquadrata come intervento per il regime di garanzia.

Come si fa a non comprendere questo aspetto?

Se una persona non condivide fino in fondo un percorso culturale, assume un atteggiamento di distacco e non di coinvolgimento tramite l’assunzione di un ruolo istituzionale di questo tipo, come può essere la scelta dei libri di Stato per le scuole elementari. Questi sono fatti risaputi, ai quali non viene attribuita la debita importanza. Bisognerebbe, invece, analizzarli attentamente al fine di una più approfondita e attendibile conoscenza del personaggio Deledda.

Grazia Deledda non è soltanto tradizione popolare, linguaggio, narrativa.

Il premio Nobel per la Letteratura le venne conferito soprattutto in virtù della complessità di tutta la sua operazione che fu di notevole importanza all’interno di quel particolare momento storico. Benito Mussolini, pur avendo avuto con lei pochi legami, l’ha sempre considerata una grande scrittrice. In una sua dichiarazione la considera più grande di D’Annunzio.

Se non fosse per pochi scrittori, dirà Mussolini, come Pirandello, Antonio Beltramelli, la Deledda, la letteratura italiana non avrebbe avuto una sua definizione nazionale ben precisa. Nel 1930 e poi 1931 venne incaricata di scrivere un libro per la terza classe delle elementari. La Deledda accetta senza riserve.

Un fatto indicativo in quanto, in una stagione in cui la cultura veniva controllata (come si è sempre detto) parlare di Grazia Deledda, all’interno di questi legami, pur non significando una condivisione totale, si deve naturalmente parlare di una vicinanza.

Infatti nel suo testo per le Scuole Elementari, terza classe, si legge:

“La mattina del 28 ottobre i fascisti avanzarono e entrarono in Roma, perché Roma è la testa dell’Italia, che dopo la sua splendente vittoria nella Grande Guerra era rimasta senza testa.

– Chi gliel’aveva tagliata? – domandò Cherubino.

– I comunisti.

– Io ho sentito parlare dei comunisti, ma non so che cosa siano – disse Cherubino.

– Fa conto: Tu copi il problema di aritmetica che ha svolto Sergio con fatica. Ecco che sei un po’ comunista”.

La Deledda non tema alcuna accusa. Anzi accoglie con entusiasmo di scrivere un libro per le elementari.

Nel 1927, invece, nelle pagine del romanzo “Annalena Bilsini” (pagine considerate minori, ma che rilette oggi evidenziano uno spessore significativo al fine di creare e sfatare il discorso tra letteratura e potere, tra letteratura e ideologia) Grazia Deledda scrive una frase destinata a divenire storica:

“Da noi non succedono più queste cose. Da quando c’è lui, tutti si vive in pace”.

È naturale che quel “lui” rimanda a Benito Mussolini.

Siamo all’interno di un discorso che ci avvicina a Corrado Alvaro, quando nel 1930 faceva le Cronache dell’Agro Pontino e pontificava in favore di Benito Mussolini scrivendo frasi come questa: Anche se le giornate sono ombrate, lui al balcone ha la capacità di far sorgere il sole.

Attenzione, quindi, a non confondere e a non giustificare alcune situazioni senza una documentazione ben precisa. Ormai dobbiamo ragionare con i documenti, con i fatti e non più con le parole. Esistono episodi importanti a supporto di questo discorso. Faccio un altro esempio. In un incontro tra Grazia Deledda e Mussolini, allora capo del governo, la scrittrice sarda chiese informazioni riguardanti un confinato di Nuoro, un suo concittadino di nome Elias Sanna, sottolineandone l’onestà e garantendo per lui.

Dopo pochissimi giorni da quell’incontro, Elias Sanna fece ritorno a Nuoro e in una visita all’amica Grazia Deledda a Roma, si dimostra diffidente per quell’improvviso rilascio. La Deledda lo rassicura, pur non esplicitando il suo rapporto con Mussolini. Soltanto tempo dopo, Elias Sanna verrà a conoscenza del fatto che a favorirlo fu proprio la richiesta di Grazia Deledda a Benito Mussolini.

Tutto questo si intreccia, in quegli anni, a un discorso comparato tra linguaggio, letteratura e rapporti personali. Ieri come oggi. Oggi come ieri. Tuttavia, definire Grazia Deledda antifascista è una folle menzogna. Di certo Mussolini non la considerava tale, se il 14 marzo del 1945, durante il periodo di Salò, invia a Claretta Petacci in dono un libro di Grazia Deledda accompagnandolo con la seguente scritta: “Ti mando un bellissimo romanzo della Deledda”.

Ragioniamo con serenità. Se non avesse nutrito nei confronti di questa straordinaria donna scrittrice una grandissima stima, considerandola una oppositrice al regime, non avrebbe mai inviato in dono a Claretta Petacci un suo romanzo. Non c’è dubbio, quindi, che avesse nei suoi confronti una notevole considerazione e che Grazia Deledda non abbia mai aderito ad un orientamento antifascista, come è possibile leggere in una pagina del 1930 del libro della terza classe elementare.

Ma c’è di più. Nel rapporto con Grazia Deledda, Mussolini cercò di cogliere la peculiare tipologia della sua scrittura, perché in lei aveva ravvisato l’incipit di un grande processo di innovazione anche rispetto ad Ada Negri. Relativamente a questo discorso sarebbe doveroso dare inizio ad un altro capitolo che finirebbe per confermare il legame tra Grazia Deledda e il regime. In alcuni aspetti la Deledda resta dentro una visione poetica che è la dimensione della terra di Cesare Pavese. Anche Cesare ebbe legami con il fascismo e si risolsero all’interno di una visione culturale più che personale.

Comunque la Deledda resta molto vicina a ciò che Cesare Pavese scaverà sulla sua pagina sul piano di un legame tra letteratura e antropologia, soprattutto quando scrive:

“Ho vissuto coi venti, coi boschi, con le montagne; ho guardato per giorni, mesi, anni il lento svolgersi delle nubi, sul cielo sardo; ho mille volte appoggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente; ho visto l’alba, il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne; ho ascoltato le musiche tradizionali, le fiabe e i discorsi del popolo e così si è formata la mia arte, come una canzone, un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”.

Una Deledda che troviamo nel cammino di un Pavese che ha fatto della letteratura una antropologia dell’essere dai luoghi ad una geografia metafisica. Ho voluto citare Pavese perché la linea che si sta cercando di avanzare sul piano di una rilettura è quella che si decifra tra Deledda – Pirandello – Alvaro – Pavese. Ma è un altro discorso aperto che riprenderò.

 

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Pierfranco Bruni
E' nato in Calabria. Ha pubblicato libri di poesia (tra i quali "Via Carmelitani", "Viaggioisola", "Per non amarti più", "Fuoco di lune", "Canto di Requiem", "Ulisse è ripartito", "Ti amero' fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio"), racconti e romanzi (tra i quali vanno ricordati "L'ultima notte di un magistrato", "Paese del vento", "Claretta e Ben", "L'ultima primavera", "E dopo vennero i sogni", "Quando fioriscono i rovi", "Il mare e la conchiglia") La seconda fase ha tracciato importanti percorsi letterari come "La bicicletta di mio padre", "Asma' e Shadi", "Che il Dio del Sole sia con te", "La pietra d'Oriente ". Si è occupato del Novecento letterario italiano, europeo e mediterraneo. Dei suoi libri alcuni restano e continuano a raccontare. Altri sono diventati cronaca. Il mito è la chiave di lettura, secondo Pierfranco Bruni, che permette di sfogliare la margherita del tempo e della vita. Il suo saggio dal titolo “Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea” è una testimonianza emblematica del suo pensiero. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”. Ricopre incarichi istituzionali inerenti la promozione della cultura e della letteratura. Ha ricevuto diversi riconoscimenti come il Premio Alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per ben tre volte. Candidato al Nobel per la Letteratura.

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