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SAVA, 1852: La chiesetta del “Cristo di Galatone” prigione e tomba del “giovane Alfonsino”

La chiesetta del “Cristo di Galatone”

Una piccolissima cappella di Sava, detta “L’ Occhio della Misericordia” ma anche “Il Cristo di Galatone” o “Il Crocifisso”, è teatro, a Sava, a metà ottocento, di un tragico fatto. Qui segregato, perde la vita Alfonsino Mele diagnosticato affetto da idrofobia.

Nel secondo dopoguerra la cappella è stata ricostruita e sono venuti fuori, nel rifacimento del pavimento, i resti del povero giovane.

La maggior parte delle informazioni riportate in questo scritto è ripresa dall’unica ricerca documentaria esistente, curata dallo storico savese Gaetano Pichierri.1 Pochi accenni all’episodio sono riportati da Giglio Caraccio, che vi dedica nove righe nell’ambito di una sua ricostruzione della storia religiosa e dei luoghi di culto del paese.2

La cappella in una foto scattata da Gaetano Pichierri negli anni ’80

Corre l’anno 1852: il giovane Alfonsino Mele, di 28 anni, viene morso alla gamba dalla sua cagnetta mentre è in giro per i campi, a caccia.

Trascorsi alcuni giorni dal morso, Alfonsino decise di recarsi a Manduria a farsi visitare da un medico, poiché la ferita non guariva. Il medicò diagnosticò ad Alfonso una ferita causata da morso di cane malato di rabbia. Alfonso si recò da un secondo medico che confermò la diagnosi del collega precedente, e, secondo quanto riportato dalla narrazione orale, prescrisse al giovane delle pillole che egli rifiutò affermando, rivolto al medico: “srai ca cu sti pinnuli cchiu prestu m’a fa muriri” (“mi sa che con queste pillole non vuoi far altro che provocarmi una morte più celere”).3

La notizia della malattia di Alfonso si diffuse rapidamente nel paese, e Alfonso fu stigmatizzato da tutti come un portatore di rabbia.

La soluzione che la comunità adottò per evitare i pericoli di un possibile contagio, fu di segregare Alfonsino in un luogo sacro che, con i poteri del Crocefisso, avrebbe funzionato da protezione per il giovane (ma soprattutto per la comunità stessa evitando i rischi del presunto contagio).

Un piccolo corteo di parenti e amici accompagnò, in un giorno prestabilito, il povero Alfonsino costretto a rinchiudersi fino alla fine dei suoi giorni nella cappelletta-cella del “Cristo di Galatone”. Il povero giovane non oppose resistenza, accettando la condanna.

La segregazione di Alfonsino, abbandonato senza cure in una angusta celletta (di 3 metri e mezzo per 2 e mezzo), ebbe come effetto di farlo morire un mese dopo l’inizio della presunta malattia. Il 23 agosto del 1851 Alfonso aveva avuto da sua moglie una figlioletta, Pasanedda. Pochi mesi dopo la nascita della figlioletta avvenne l’episodio del “contagio”, e la conseguente reclusione. Nel periodo della segregazione, la moglie si era occupata di portare ogni giorno ad Alfonso dell’acqua e del cibo attraverso la crociera del finestrino.

L’ 8 marzo del 1852, Alfonsino morì nella chiesetta-prigione, continuando a raccomandare fino alla fine dei suoi giorni alla moglie e ai parenti di non far mancare nulla alla sua figlioletta nata da poco. Nella suggestiva “Canzone di Alfonsino” tramandata da un cantastorie locale, Alfonsino, al momento della sua reclusione, si raccomanda a sua madre dicendole: “Sienti mia cara mamma, tu n’a visti acieddi all’aria, ma alla mia Pasanella na visticella all’annu no l’a fa mancari” (cara mamma, tu hai visto uccelli volare nell’aria, ma un vestitino all’anno alla mia cara figlia Pasanella non glie lo far mancare).

Una versione dei fatti alternativa a quella sopra descritta, è che Alfonsino non fu prigioniero nella cappella, ma “semplicemente” isolato fuori dalle mura del paese, nei pressi della cappella, e condannato a non far rientro per nessun motivo nel borgo: in questi paraggi trovò comunque la morte e fu seppellito nella cappella. Anche questa versione è riportata dal Pichierri, ripescata dalla narrazione degli anziani informatori del luogo.

Una terza variante la riporta il Caraccio: secondo la descrizione di quest’ultimo, Alfonsino sarebbe stato segregato in quei luoghi, ma la cappelletta sarebbe stata edificata dopo la sua morte, per pietà cristiana e in memoria di lui e del triste avvenimento.4

Sin qui, la narrazione orale, ricostruita da Gaetano Pichierri e parzialmente dal Caraccio. Una testimonianza scritta, invece, è negli archivi ecclesiastici, ed è reperita dallo stesso Pichierri. L’Arciprete Nicola Melle annota così il fatto nel registro dei morti:

Nell’anno del Signore 1852, il giorno 8 marzo, nell’ora sesta della notte precedente, Alfonso Mele del fu Antonio e di Giovanna Desantis, coniugi, sposo di Giuseppa Schifone, all’età di 29 anni, in comunione con la Santa Madre Chiesa, dette l’anima a Dio, affetto dal morbo dell’idrofobia a causa di un morso del suo cane avuto di dietro, nello spazio di circa un mese, del quale il corpo fu sepolto nel piccolo tempietto dedicato al SS.mo Crocefisso, sito fuori le mura di questo paese, confessato da D. Oronzo Melle, riconfessato dal SS.mo Vicario per mezzo di me Arciprete, corroborato dell’unzione del santo olio. f.to NICOLA MELLE ARCIPRETE. “

la zona della tragedia e della segregazione

Tra il 1947 e il 1956 furono effettuati dei lavori di rifacimento della vecchia cappella. In questa occasione andarono rovinati i dipinti originari, che tuttavia una fedele dei luoghi ebbe cura di far riprodurre da un pittore locale, su dei fogli di zinco, prima che fossero asportati definitivamente.

I dipinti originari erano stati fatti eseguire dall’allora Arciprete Nicola Melle (lo stesso che registra la morte di Alfonsino negli annali parrocchiali), in un periodo imprecisato tra il 1830 e il 1883, anni del suo arcipretato.

Tornando ai fatti del dopoguerra, in occasione del rifacimento vengono alla luce i resti di Alfonsino, seppellito anni addietro nella cappelletta. A questo punto, il ricordo della triste vicenda di Alfonsino si mescola suggestivamente con una interpretazione popolare di un evento atmosferico coincidente. Nei pressi della cappella erano accorsi discendenti del defunto, e una schiera di curiosi, memori del lugubre accadimento di circa un secolo precedente. Si doveva decidere come sistemare i resti del giovane, e si era optato per la soluzione di trasferirli al cimitero. All’improvviso si abbatte sul posto un violento temporale che non solo arresta il “trasloco”, ma suggestiona i presenti a mò di presagio e ammonimento. Unanimemente, quell’avvenimento viene interpretato come una volontà del defunto di non essere trasferito, ma di essere lasciato lì dov’era.

Così, i resti di Alfonso furono ricomposti in un’urna e murati sotto l’altare della cappelletta ricostruita.

L’altare e il pavimento-tomba della cappella

Non è possibile risalire al periodo della originaria costruzione della cappella, che tra l’altro non è menzionata dal Coco nei suoi “Cenni storici di Sava”. L’opera del Coco è edita nel 1915 ma la narrazione orale ci tramanda che nel 1851 la cappella esisteva (in quanto teatro del tragico episodio). Era stata eretta da poco, ovvero nell’arco del ventennio precedente la tragedia, durante l’ arcipretato di Nicola Melle5 e per volere dello stesso Arciprete, come sostenuto e rivendicato nel dopoguerra da un suo discendente6, o era preesistente? E di quanto? Oppure, come sostiene il Caraccio, fu edificata sempre sotto l’arcipretato del Melle, ma contestualmente alla sepoltura di Alfonsino? : “Si dice che sia sorta su un luogo dove un giovane, morsicato da una cagnolina, fu costretto a vivere in segregazione; non solo, ma alla fine quasi ucciso con una pillola ma ancor vivo. Questa sorte toccata al giovane ma sopratutto la sua triste fine fece poi sorgere per pietà sul luogo appunto questa piccola cappella di appena tre metri quadrati” dove il 3 di maggio di ogni anno si fa persino una piccola festa”.7 Il Caraccio conferma perciò la versione della segregazione, avvenuta sul medesimo posto dove sarebbe poi sorta la tomba-cappella, istituita a suo dire per ospitare appositamente le spoglie di Alfonsino: e dunque cosa ci sarebbe stato prima, in quel posto? Una piccola costruzione sacra preesistente, poi riadattata? Oppure una celletta o una costruzione adattata a prigione per l’occasione? La cappella, oltre che dai discendenti dell’ Arciprete Melle, fu rivendicata anche dai discendenti della figlia dello stesso Alfonsino, che asserirono di esserne stati proprietari: in tal caso si tratterebbe di una cappelletta privata o comunque di una non meglio precisabile costruzione, di proprietà a quei tempi della famiglia di Alfonsino, poi riadattata dall’ Arciprete o con il suo concorso.

La storia della cappella, della sua originaria presenza, datazione e destinazione d’uso, è dunque alquanto ingarbugliata e oscura, come oscura e misteriosa in tanti dei suoi risvolti è l’inquietante storia della malattia e della segregazione di Alfonsino.

Come si è detto, il Coco, che costituisce con i suoi scritti la principale e la più meticolosa fonte storico-religiosa sul paese di Sava, non fa menzione di questo luogo: però si rintraccia nei suoi scritti l’esistenza della via omonima, detta “via Galatone o via Vinci Santa8, precisamente in un suo elenco delle vie esistenti nel 1885.9 Nel 1915, sempre dagli elenchi del Coco, via Galatone (o Vinci Santa) diventa via Crocifisso.

Gaetano Pichierri, il quale sembra propenso a pensare che la cappella (in una sua forma originaria e diversa da quelle dei rifacimenti) sia preesistente al periodo della tragedia, ci rende edotti circa la devozione a Sava del “Cristo di Galatone”, mutuata dall’omonimo paese ove sorge un antico Santuario: intorno alla prima metà del 1600 il Crocefisso di Galatone era popolare nella zona ricompresa tra Sava, Manduria, Oria, Francavilla Fontana, poiché aveva un notevole numero di devoti “graziati” o “miracolati” a Galatone ma residenti in questi paraggi. Tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, inoltre, è rilevata (indirettamente, da uno scritto-testimonianza del De Giorgi del 1882) nel Santuario di Galatone la presenza di gonfaloni portati dalle congregazioni di numerosi paesi, tra cui Sava. Il Pichierri avanza anche l’ipotesi che a portare in Sava la devozione dell’antico Crocefisso sia stata una antica famiglia galatonese trasferitasi intorno al 1500 a Manduria e successivamente in Sava, Lizzano e Taranto.

Il rifacimento della cappella avvenuto nel secondo dopoguerra, ha definitivamente rimosso ogni eventuale possibilità di indizio circa la collocazione temporale della sua costruzione primaria.

Lo storico locale Gaetano Pichierri, l’unica fonte dalla quale sia possibile attingere notizie sulla cappella del “Cristo di Galatone” in Sava (altrimenti detta “L’ Occhio della Misericordia”), non fa menzione nei suoi scritti di un quadretto posto a tutt’oggi sull’altare della cappelletta. Questo quadretto rappresenta appunto l’ “Occhio della Misericordia” dal quale trae il “secondo” nome la cappelletta. Si tratta di simbolo esoterico dalle antiche origini, più comunemente conosciuto come “Occhio della Provvidenza” e associato oggigiorno alla massoneria10, anche se tra medioevo e rinascimento è spesso presente nell’iconografia religiosa, ed è riferito alla Trinità cristiana. Non sappiamo chi, perchè e quando abbia apposto quel quadretto nella cappelletta né se è da relazionare effettivamente a influenze esoteriche nella “decorazione” della chiesetta. Il Pichierri riporta però (come già detto) che l’ Arciprete Nicola Melle curò personalmente la decorazione della cappella con una serie di quadri e dipinti.11

Particolare dell’altare con l’ “occhio della misericordia” (nella foto è impresso il riflesso dato dalla luce della grata-finestra sul quadro)

Il 3 di maggio di ogni anno, sicuramente sin dai tempi del dopoguerra, in Sava si continua a festeggiare il “Cristo di Galatone”. Nella cappelletta ricostruita, e situata in via Pola, affluiscono devoti aggregandosi alla gente residente nel rione che, compatta, continua a celebrare la ricorrenza. Nell’occasione, si svolgono, nelle ore pomeridiane, una funzione religiosa e una una processione alla quale prendono parte parte confraternite religiose e la banda locale.

Torniamo ora alla tragedia, con alcune considerazioni sulla paura della rabbia, tipica dell’epoca. L’idrofobia incuteva terrore non solo in quanto malattia incurabile: nell’immaginario collettivo, era collegata al diavolo. A partire dal Medioevo e per un lungo periodo, il diavolo era sospettato di andarsi ad annidare in qualche morbo per diffondere il contagio, tramite l’opera di streghe o di persone indemoniate12. Lo stesso Pasteur ricorda che la gente soleva dire di una persona affetta da idrofobia che “il diavolo gli è entrato in corpo”13.

Sino alla fine del 1800 l’atteggiamento sociale nei confronti della “rabbia” è stato quello stigmatizzato dal medico trecentesco Girolamo De Marra, che nel suo Sertum Papale de venenis dedicato a Urbano V, inserisce l’idrofobia tra i venefici demoniaci: il cane rabido, la taranta e il mitico e velenoso basilisco appartengono alla stessa “classe” di animali-strumenti demoniaci, da controllare tramite la fede religiosa e da combattere con l’intercessione dei santi. La stessa concezione di idrofobia, come fa notare De Martino14, è imparagonabile a quello che oggi si intende con tale termine, e sotto questo termine vengono ricompresi in passato anche tanti idrofobi “simbolici”, ovvero gente che non ha mai contratto realmente la malattia.

La crudele decisione sulla sorte di Alfonsino si sviluppa sicuramente in questo clima e con queste premesse: ma da chi fu presa? Chi ne fu principale responsabile? Il Pichierri non fa riferimenti precisi riguardo questo aspetto: si limita a scrivere che “la notizia si diffuse rapidamente e tutti capirono che il poveretto era diventato pericolo di contagio per tutti per cui fu presa la decisione di rinchiuderlo nella cappelletta. Alfonsino, consapevole della grave e pericolosa malattia accettò di essere portato nella chiusura di quel luogo ove il Crocifisso gli avrebbe fatto protezione e compagnia ed il giorno stabilito, accompagnato dai parenti e dagli amici andò a rinchiudersi per sempre”.15

Se dobbiamo dar fede alle parole del cantastorie, una delle poche fonti informative sull’avvenimento, sembra addirittura ci sia un primo tentativo di soppressione di Alfonsino, per mano del secondo medico che lo visita, attraverso la somministrazione di un farmaco letale: sarebbe così da interpretare la frase “Caru ton Rafeli iu sti pinnuli no mi li piju, ca srai ca cu sti pinnuli chiù prestu m’a fa’ muriri”. Nella versione raccontata dal Caraccio, testualmente è riportato che il giovane fu “quasi ucciso da una pillola”.16 Si può dunque supporre che furono le autorità civili e religiose a decidere, successivamente a questo tentativo fallito di procurata morte, la segregazione del giovane. Per la verità qui, con quanto riportato dal Caraccio la ricostruzione si ingarbuglia (rispetto alle versioni ricavate dal Pichierri): il Caraccio difatti fa succedere il tentativo di somministrazione della “pillola” letale alla segregazione: “fu costretto a vivere in segregazione; non solo, ma alla fine quasi ucciso con una pillola ma ancor vivo”.

Con la suesposta serie di fatti, e di interrogativi mai chiariti, chiudo l’inquietante storia di questa cappella, non prima di citare, però, una vicenda affine, l’unica che ho trovato sinora, cercando (seppur velocemente) analogie storiche con la tragedia del “Cristo di Galatone” savese. La storia è affine, ma diversa nella “risoluzione” (pur essa crudele): si tratta della tragedia di Monteodorisio, in provincia di Chieti, avvenuta nel 1897 (ovvero a 45 anni di distanza dall’episodio savese). Anche in questo caso, un giovane contadino, Antonio, viene visitato da due medici e diagnosticato malato di rabbia. L’ unico elemento religioso che si inserisce in quest’altra triste vicenda è che, di sua sponte, il giovane si rivolse (invano) alla Madonna delle Grazie e all’ “acqua miracolosa” della Madonna, particolarità del culto locale. Poichè non guariva ed era percepito come fonte di contagio, per ordine del sindaco, i carabinieri andarono a prelevare il giovane giustiziandolo a colpi di rivoltella. Questo, almeno quanto emerge dalla ricostruzione dei fatti pubblicata sul sito istituzionale del Comune stesso.17 

un altro scorcio della zona della segregazione e della tragedia (visibile sulla destra la cappella come si presenta oggi)

 

Gianfranco Mele 

 

1 Pichierri, Gaetano La devozione a Sava del Crocifisso di Galatone, in: “Omaggio a Sava” (raccolta postuma di scritti) a cura di V. Musardo Talò, Del Grifo Edizioni, Lecce, 1994, pp. 140-147

2 Caraccio, Giglio Storia religiosa di Sava in: Sava. Cronistoria della cittadina ionica per i suoi seicento anni, Schena Editore, LE, 1987, pp. 188-189

3 Questo particolare è tratto da una composizione in versi di un cantastorie locale (concepita, stando alla descrizione del Pichierri, non in epoca contestuale alla tragedia ma in occasione della estumulazione di Alfonsino avvenuta nel secondo dopoguerra. Il testo integrale della “Canzone di Alfonsino” è riportato nella citata opera di Gaetano Pichierri alle pagine 146-147

4 Caraccio, G., op.cit., pp. 188-189

5 Come già si è detto, dalle ricostruzioni di Primaldo Coco risulta che Nicola Melle rivestì la carica di Arciprete per ben 53 anni, dal 1830 al 1883, dunque a partire da un ventennio precedente l’episodio della segregazione e morte di Alfonsino

6 Gaetano Pichierri riporta in una nota che negli anni Quaranta, al momento della riedificazione della cappellina, si fece avanti un discendente dell’ Arciprete Nicola Melle il quale pretese le chiavi della cappella e disse che era stata edificata dal suo prozio Nicola.

7 Caraccio, Giglio, op. cit.

8 Via “Vinci Santa” fu così appellata in omaggio e in relazione alla chiesa della Santa Croce in Vinci (Fi), paese in cui nacque il celebre Leonardo ?

9 Coco, Primaldo, Elenco delle vie di Sava, Appendice al testo “Cenni storici di Sava”, Stab. Tip. Giurdignano, LE, 1915

10 L’occhio della provvidenza appare nella iconografia massonica tra fine 1700 e inizi 1800

11 Altro particolare curioso riportato sempre dal Pichierri, Nicola Melle ebbe una relazione con società segrete in quanto fu Gran Maestro della Vendita della Carboneria locale

12 Cfr. Marchi, V.. La grande equazione: io, l’universo, Dio, MacroEdizioni, 2013

14 De Martino, Ernesto La terra del rimorso, Il saggiatore, Milano, 1961; ried. Net – Nuove Edizioni Tascabili, 2002, pp. 233-234

15 Pichierri, G., cit., pp. 143-144

16 Caraccio, Giglio, op.cit.

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Notizie su Gianfranco Mele

Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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