martedì 20 Agosto, 2019 - 22:58:33
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Mio padre mi chiede di sorridere con le germogliate delle rose del nostro giardino – Di Pierfranco Bruni

rose-rosseIl mio giardino ha le germogliate delle rose di primavera. Rosse. Rosa. Il gambo ha le spine che vanno in profondità e scavano tra le dita ma non graffiano soltanto per lasciare segni.
Tutto sembra come il tempo in cui mio padre, gigante tra macerie di memorie, coltivava le aiuole e accarezzava le foglie e gli arbusti tra i viali che conoscevano stagioni e accoglievano il vento degli autunni preparandosi ai giorni dei racconti che saranno. Tutto è rimasto come se la vacanza di mio padre dovesse finire e lui ritornare.
Se oggi ritornasse e affacciato dalla finestra del mio studio guardasse i colori che accompagnano il gioco del nespolo, del fico, della palma, dei gigli, delle orchidee e del limone rimarrebbe incredulo davanti ad uno spettacolo che ha l’immagine di una primavera di bellezza. Ma risalendo e scendendo la scala del giardino taglio con il soffiare delle foglie una solitudine che c’è.
Anche le tartarughe dal giorno dalla sua partenza e da quando non c’è più respirano la stanchezza delle ore. La rosa che accompagna il gradino ha il rosso scuro dei tramonti che recitano malinconia. È come se tutto si fosse fermato ed è tutto come se avesse la mancanza e la mancanza è una ferita che il tempo non cuce.
Questa volte il tempo perde la sua ragione e diventa sempre più mistero. Eppure io so che tornando al mio paese e a quella casa dove è ancorata la mia infanzia e la mia giovinezza non troverò piú il capitano. Avrei dovuto assumere io la guida della nave e andare in mare aperto ma tutto si perde negli anni e la consolazione di averli vissuti, quelle rose di pioggia e sole, per tanti lustri non mi basta. La sua assenza è anche una mia assenza.
“Chi coltiverà questo tuo giardino quando io non ci sarò più?”. Così mi diceva mio padre negli ultimi mesi. Io ho sempre sviato il discorso. Anzi un pomeriggio prima di salutarlo per i miei soliti viaggi gli dissi semplicemente: “Pa’ tu non morire, impegnati a non morire…”. In quel pomeriggio mi accarezzò il viso più di una volta e forse per la prima volta i suoi occhi erano diventati lucidi con una lacrima nascosta nel sottosuolo delle foglie e delle palpebre.
Ora il giardino è in fiore. Ci sono tutte le piante che con devozione aveva trapiantato. Anche la pianta della feioia, trapiantata, ha i suoi colori rossi e bianchi che si sono aperti alla luce.

Mi sembra un vero testamento quel tuo quel mio giardino. Mi ha accolto con il sorriso. Con quel sorriso con il quale tu mi accoglievi ogni qual volta facevo una improvvisata. Con quel sorriso che cercavi nei miei occhi chiedendomi spesso, nelle nostre conversazioni degli ultimi anni, “perché i tuoi occhi non hanno più la gioia che io conoscevo…”. E anche su questo io sviavo il percorso e tu restavi ad osservarmi.

Il tempo passa. Il tempo è un passato che si lega alla nostalgia. La nostalgia ha le sue memorie che sono melodie di giorni.

Mia madre, la tua donna di una vita, mamma Maria, non smette di cercarti e resta ad ascoltarti nel sogno. Non c’è notte che non gli vai in sogno e poi mi racconta e mi chiede spiegazioni. Porta negli occhi la tua assenza. Anzi a me piace dire la tua mancanza.
Capitano tu gli manchi. Mia madre non conosce la rassegnazione e neppure l’abitudine. È come se restasse ad aspettarti. Nell’attesa. In quell’unica attesa che è la vita nella distanza degli attimi che si incontrano.
Vi ritrovo spesso in alcune foto di un trascorso antico e vi guardo con la dolcezza e la tristezza della consapevolezza che un mondo è finito.
È finito anche per me. Certo, giungono i ricordi. Ma io comincio a non accettare più i ricordi. Non li amo più. Anche se spesso fanno da scenario alle mie giornate vorrei ripiegare tutti i ricordi e richiuderli in cartoni legandoli stretti con corde di marinai.

Non voglio avere spazi di un ricordare tra il vento che attraversava le griglie delle torri del castello e il mare che osservavo dal piano più alto della mia casa.

Il giardino è una festa di rose e di gigli di Sant’Antonio. Si andava il 13 di giugno a Terranova al Santuario di Sant’Antonio e in quel giorno gustavamo il primo gelato dell’estate.
Ora tutto è un gioco affascinante di tempo che spagina le nostre esistenze. Non trovo più mio padre, ritornando. I ricordi li distanzio. Le solitudini occupano il mio camminare tra i rovi e le fioriture delle primavere.
Sono passate vite. Le vite sono passate. Il giardino ha le rose, il deserto scorre granelli di sabbia, le solitudini sono orizzonti che hanno la vicinanza delle mancanze.
Ho raccolto una rosa e l’ho piantata nell’immagine del sorriso che mio padre mi ha consegnato. Ma il tempo è il tutto. Anche se il tutto vorrebbe fare a meno del tempo siamo noi che ci smarriamo nei giorni del tempo.
Ho visto il giardino nelle germogliate delle primavera e mio padre non smette di chiedermi di ritrovare il sorriso perduto.

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