giovedì 19 Settembre, 2019 - 9:00:23
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Certe Donne: La luce di Rosa Anna “Abrahat”. Quando la professione diventa opportunità di crescita umana

Fotografia di Domenico Semeraro per Artè…
Una poltrona rossa, in un angolo letterario, un loft avvolto da una luce morbida, i toni di voce pacati, ritmati da una levità che induce al ritrovamento di una dimensione sensoriale rilassata, predisposta ad abbracciare il dono di un racconto prezioso di una donna ad un’altra donna…

Fotografia di Domenico Semeraro per Artè…

Da poco laureata in Architettura, presso il Politecnico di Bari, Rosa Anna Mancini, ha sentito forte il richiamo di una esperienza di scelta, che sarebbe diventata parte solida e fondamentale della sua formazione umana e professionale: insegnare in Africa. Partire per l’Etiopia per insegnare “Progettazione architettonica” nella facoltà di Architettura dell’università di Mekelle, un’istituzione pubblica di formazione superiore situata nella regione del Tigray, certo non è un decisione che si prende tutti i giorni. Ma, se capita l’occasione…allora, perché no? La Mekelle University è una delle più grandi università pubbliche in Etiopia. Ha sette college, otto istituti e oltre 90 corsi universitari e 70 post-laurea. Il governo etiope ha fatto dell’educazione una delle sue priorità politiche. C’è bisogno di una nuova generazione formata e ambiziosa, su cui il Paese possa investire per il suo sviluppo futuro. Il grande Paese africano – il secondo per popolazione del Continente, con 109 milioni di abitanti – ha una crescita demografica del 4% annuo, un tasso di crescita economica elevato quasi a due cifre, ma il 30% della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

La via per vincere insieme all’Etiopia la sfida dello sviluppo passa dalla pazienza e dall’impegno costante. Ci sono fragilità, ma anche una popolazione giovane che preme e processi democratici in corso. Un problema notevole è la carenza di energia elettrica, che spesso blocca le più semplici e fondamentali azioni del quotidiano, che siamo abituati a dare per scontate. Ci vuole un carattere professionale e motivazionale forte, con una predisposizione a lavorare in situazioni anche difficili, nel rispetto delle tradizioni sociali e culturali del posto. Sono perciò necessarie tolleranza, flessibilità, diplomazia, indole collaborativa e disponibilità a comprendere culture diverse. I contesti urbani africani sono luoghi di mediazione di potere, di elaborazione sociale e politica e d’invenzione culturale e diventano il terreno d’espressione dei rapporti tra coalizioni di attori collettivi e individuali, pubblici e privati, locali, nazionali e transnazionali. Si parte dall’antropologia per arrivare all’architettura con opere principalmente mirate alla realizzazione di progetti ed interventi per la costruzione di strutture sanitarie, scolastiche e di accoglienza, per il miglioramento delle condizioni di vita.

Fotografia di Domenico Semeraro per Artè…

Questa esperienza professionalmente offre l’occasione per far germogliare nuove idee, per creare soluzioni che rispondano alle esigenze e al gusto della popolazione, confrontandosi con un ambito culturale diverso, in piena espansione come quello africano. Le città africane, infatti, possono considerarsi un laboratorio di analisi per evidenziare le contraddizioni e i limiti dei modelli neoliberali, mettendo a confronto contributi dalle scienze sociali e politiche, dall’architettura e dalla pianificazione territoriale e urbana. Andare in Africa per fare un’esperienza di vita è un modo per aprire nuovi orizzonti e visioni, per donare qualcosa e contemporaneamente ricevere moltissimo in cambio. Per una giovane donna, spesso, un’esperienza del genere significa non solo scoprire terre e culture differenti, ma anche esplorare se stessa e immergersi in una parte del proprio intimo che, nel quotidiano, non sempre è accessibile e sentirsi in grado di andare oltre i propri confini fisici e mentali, seguendo quei valori di condivisione, di fratellanza e solidarietà, che fin da bambina sono stati presenti nell’educazione ricevuta dai genitori. Inoltre, un incontro, molto significativo, con un giovane volontario, attivo con Medici Senza Frontiere, Gennaro Giudetti, che da anni è impegnato in missioni umanitarie che lo hanno portato in Albania, Kenya, Colombia, Cisgiordania, Congo, sempre dalla parte degli ultimi, donne, bambini, uomini, che vivono in condizioni di grandi difficoltà, in paesi devastati da povertà, guerre e distruzione. Un giovane che con la sua vita si mette in prima linea, pronto a dare un contributo contro le ingiustizie a favore dell’umanità, a favore della vita. Allora, Rosa Anna ha sentito che era il suo momento per uscire dalla propria comfort zone, ascoltando la voglia di mettersi in gioco, di scoprirsi, conoscersi, mettersi alla prova.

Fotografia di Domenico Semeraro per Artè…

Essere una donna ospite in Africa vuol dire anche conoscere e toccare con mano le profonde differenze nell’universo femminile, saper apprezzare pienamente la propria libertà e lottare per quella di chi, ancora, non può averla. “Mi sento molto fortunata perché ho sempre avuto la possibilità di mettere tutto in discussione, non importa con quali conseguenze – racconta Rosa Anna – La libertà di cambiare implica un coraggio che qui, a volte, sembra un’utopia. Siamo in tanti a subire il fascino prorompente dell’Africa, una terra che è molto più di quanto non ci sia mostrato attraverso i media. Spesso tendiamo a crederla un Paese unico, mentre si distingue per una grande ricchezza di culture, popoli, lingue, ambienti, condizioni sociali ed economiche. Gli etiopi sono persone incredibilmente cordiali, eleganti ed ospitali. Una bella occasione per conoscersi meglio e confrontarsi a livello culturale. È un meccanismo, questo, che mi fa proprio stare bene anche se a volte, inizialmente, è stato spiazzante”. Certamente, lavorare e vivere in un paese africano è un’attività, che stimola il pensiero creativo e le capacità di problem solving, che sono due qualità utilissime in qualsiasi contesto. Arrivare dall’Italia nell’ignoto, in una terra estranea con odori nuovi, sapori nuovi, una lingua incomprensibile, una cultura così diversa, è stato arduo. Ma, tutto questo l’ha spinta a ripensarsi, obbligandola a rompere gli schemi, gli automatismi mentali, di una vita agiata data troppe volte per dovuta e normale. Fare marcia indietro su alcune eccessive certezze, hanno portato a dover per forza adottare nuove prospettive. All’improvviso, tutto ha acquistato un senso, tutto ha trovato il posto giusto nella sua vita, arricchendola di una diversa percezione delle cose. “Molte sono le cose che mi porto dietro da questa avventura in Etiopia. È stata un’esperienza gratificante, è stato un privilegio e un dono per me! Non vedo l’ora di incontrare di nuovo i miei amici etiopi e sentirmi chiamare “farangi” (straniera bianca) – dice la giovane architetto – quando si è lì, tutti vogliono parlare con te, stringerti la mano, vogliono mettere in pratica le loro conoscenze d’inglese. Difficile è descrivere le sensazioni contrastanti che ti investono in un mondo così lontano dal nostro, ma anche così vicino a quelli che sono i veri valori della vita: gli sguardi così profondi dei bambini, che ti entrano nel cuore, l’impotenza di fronte alla richiesta d’affetto di quei ragazzini, che hanno vissuto tutta la loro breve vita in strada, il senso di ingiustizia nel vedere lo sguardo spento di un bambino malnutrito. Hanno bisogno di molte attenzioni, carezze, abbracci, momenti di gioco e i più grandi, per esempio hanno bisogno di parlare e confrontarsi con qualcuno sulle loro ambizioni, sui loro sogni o ciò che amano di più fare.

Fotografia di Domenico Semeraro per Artè…

E’ energia pura la grande gioia, schietta dei ragazzi nel ritrovarsi tutti insieme a cantare e a ballare, lo stupore e l’entusiasmo, le risate sincere di un gruppo di ragazzini di fronte a un gioco che ti sei inventato insieme a loro, il senso di fratellanza, che per noi è ormai solo il ricordo di generazioni passate! Questo e tanto altro è stata la mia esperienza in Africa, mi sento infinitamente in debito  per tutto quello che ho ricevuto da questa terra, che sta per accogliermi di nuovo da settembre fino alla primavera del prossimo anno accademico”. La povertà è un problema serio. Tuttavia, l’economia sta crescendo velocemente, con un tasso annuo del 10 – 11 %. Molte aree sono in costruzione, ma molto c’è ancora da fare, l’acqua manca per giorni, in molte zone del paese e tutto sembra rallentare. L’Etiopia è un Paese singolare. Le persone sono nel bene e nel male genuine, oneste, rispettose e lavorano duro. Sono fiere della cultura e della storia, con una lingua loro, cibo, con un calendario unico. Ma, un conto è guardare le cose da casa nostra, un conto è viverle direttamente, a contatto con le persone e le realtà, vicini a quelle esistenze così fragili eppure così piene di valori e vitalità. “Quei bambini meravigliosi, che nell’arco di una settimana, si sono così affezionati che mi seguivano, bussavano alla mia porta di casa, chiedendomi di giocare con loro o più spesso di prenderli in braccio ed era difficile lasciarli, se non promettendogli di continuare a giocare con loro appena possibile.  I sorrisi e le risate di quei piccini mi caricavano di energia. Abbiamo giocato, abbiamo colorato, abbiamo cantato e abbiamo ballato insieme! Un giorno ho partecipato ad una festa. – la ricorda con emozione vera e sorridendo quasi come se la rivivesse – Era bellissimo vedere tutti quei bambini, anche i più piccoli, ballare l’ “eskista”, muovendo le spalle in modo perfetto e naturale! Guardandoli ballare ho capito che la musica, il ritmo e la danza sono davvero dentro di loro, nel loro sangue e nella loro anima e auguro a questi bambini di mantenere sempre questo dono prezioso. Ballando emanavano una forte energia e una felicità difficile da dimenticare! Le donne, poi mi hanno regalato una collana con un ciondolo in legno, su cui è inciso il nome che mi hanno dato: Abrahat, portatrice di luce. È stata una delle serate più belle e divertenti abbia mai vissuto!”

Fotografia di Domenico Semeraro per Artè…

Rosa Anna è tornata in Etiopia, tra le braccia di quei bambini, che la aspettavano per donare il loro sorriso in un tempo, che si dilata quasi a raggiungere un’altra dimensione, in cui l’esperienza di un’anima si fonde con il desiderio profondo di attraversare la vita, per conoscerne la sua pura essenza. Ma, ci sono ancora molte pagine da sfogliare, perché questa storia si vuole ancora raccontare.

Alessandra Basile

Servizio fotografico a cura di Domenico Semeraro

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Notizie su Alessandra Basile

Alessandra Basile
Laureata in Scienze dei Beni Culturali, presso l'Università degli Studi "Aldo Moro" di Bari, con tesi in Archeologia, prosegue gli studi in campo gestionale conseguendo un master in "Management dei sistemi turistici e culturali" e diverse attestazioni in campo di studio e ricerca di critica artistica e letteraria. Da anni impegnata nella divulgazione culturale, per la promozione e valorizzazione del territorio, ha al suo attivo importanti collaborazione redazionali con testate nazionali e regionali, per cui ha curato rubriche di divulgazione scientifica, letteratura, arte e ambiente. Scrittrice di narrativa per ragazzi, è attualmente organizzatrice di eventi culturali, a sostegno di una sempre maggiore diffusione e fruizione del patrimonio artistico locale.