martedì 13 novembre, 2018 - 2:07:00
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Eresia e fede nell’antropologia del Cristo risorto

resurrezione-piero-della-francPartiamo da una visione in cui il carisma è cuore dell’umanità. Cristo c’è ma è disubbidiente alla storia. Cristo c’è ed è fede ma resta un ribelle nei confronti della ragione. Non bisogna scandalizzarsi se attraverso l’eresia è possibile recuperare la fede nella conversione delle genti ad una antropologia del Cristo risorto. Nell’anno della fede non bisogna avere paura di penetrare i ‘sottosuoli’ di quella chiesa potere che è chiesa istituzione. Non è soltanto l’Anno della Fede. Ricorrono i 700 anni della beatificazione di Celestino V (Papa dall’agosto al dicembre 1294).

Un grande Papa. Nella sua rinuncia a restare Papa, nella Bolla di Bonifacio VIII si legge, quella originale pare che sia andata perduta, « Io Papa Celestino V, spinto da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe [di questa plebe], al fine di recuperare con la consolazione della vita di prima, la tranquillità perduta, abbandono liberamente e spontaneamente il Pontificato e rinuncio espressamente al trono, alla dignità, all’onere e all’onore che esso comporta, dando sin da questo momento al sacro Collegio dei Cardinali la facoltà di scegliere e provvedere, secondo le leggi canoniche, di un pastore la Chiesa Universale. »

Storie diverse? Chiese diverse? Scontri di poteri diversi? O modelli di umanità diversi? L’avventura di un povero cristiano annuncia viaggi bui!

Con la ‘caduta’ di Benedetto XVI bisognerebbe avere il coraggio di agitare la bellezza del credere nel nome del Cristo misericordia, carità, umanesimo dell’uomo. Agostino è una testimonianza di fede e di bellezza. Il tema che si è agitato, in queste settimane ma è ormai un tema secolare, riguarda l’epocale questione tra ragione e fede.

Se la speranza ci salverà la ragione quale ruolo potrà avere? Se la carità è un percorso nel volto di Cristo il potere della chiesa istituzione cosa rappresenta? Ci sono interrogativi che sottolineano ciò che Celestino V aveva testimoniato con il grande gesto. Il grande rifiuto. Quel grande gesto che proietta Benedetto XVI non nella modernità di una chiesa cultura ma nel recupero di un cammino in cui la cristocentricità deve diventare fondamentale. Un rifiuto che ha come riferimento il recupero della tradizione.

Recuperare la cristocentricità e dare un senso di verità alla simbologia della Croce significa far scendere dal ‘trono’ la chiesa potere e dare senso alla Croce dentro il cuore dei popoli. Farsi popolo vuol dire antropologicamente superare la teologia del dato acquisito e muoversi in una dimensione che non è etica o morale ma esistenziale, filosofica, umana. La teologia non ci offre l’umanesimo dell’esempio o meglio quando cerca di offrirci esempi la teologia precipita nell’astratto o nella storia. Ma la cristianità è l’esempio che la storia non basta perché nella storia la provocazione più feroce è data dalla prevalenza della ragione.

Disubbidire alla chiesa istituzione e restare in Cristo è recuperare il senso di una antropologia della verità. Lo scontro è tra teologia e filosofia. Ma se ontologicamente si propone come terza via, in un tempo di lacerazioni epocali, la misura dell’antropologia dell’umanesimo crea inevitabilmente un processo sia alla cultura teologica sia alle filosofie nichiliste che dominano l’Occidente.

Il vero di questo impatto è nel cercare di capire, nel tempo del relativismo, il valore che si è dato a San Paolo e il valore metafisico che si è proposto con Seneca. La chiesa della storia è una chiesa interpretata da scisma consumatesi a metà tra il dubbio e la verità da una parte e il potere e la ragione dall’altra.

Se dovessimo riproporre il dialogo e l’incontro tra Paolo e Seneca ci troveremmo di fronte a quel grande dilemma posto nel dialogo o non dialogo tra Gesù e Pilato che risponde ad una domanda di ricerca: Cosa è la verità?

Ma la chiesa istituzione quale interrogativo si pone? L’uomo di fede, nell’anno della fede, deve porsi interrogativi, deve cercare delle risposte, deve barcollare ancora tra ismi e religioni penitenti? Il problema si pone. La fede in Cristo non si sviluppa nella ragione teologale. Ma nel mistero del superamento del dubbio.

Da San Francesco a Pascal siamo in un viaggio tra carità, filosofia – teologia e mistero interrogante. Non può esserci una verità teologica. Deve esserci una verità nella fede in Cristo. Ma sono interrogativi antichi che posti all’interno di una caduta religiosa spalanca la via ad una voragine a partire dalle crepe pietrine che il la Cei e il Vaticano evitano di manifestare. Siamo davanti ad una riflessione di fatto che è quella che interessa la fede ma anche l’eresia. Oggi la fede in Cristo risponde all’eresia nata osservando l’istituzione chiesa.

C’è una chiesa teologia e c’è una chiesa mistero. Non giochiamo sui concetti. Io credo che lo scontro tra teologia e filosofia, oggi soprattutto, può essere superato da un modello che è quello dell’incontro tra ontologia, metafisica e antropologia. Ovvero tra verità, mistero e dubbio.

Benedetto XVI, si vuole o non si vuole, ha posto un tremante modello che è quello di una chiesa dei Vangeli. Ma i Vangeli sono da considerarsi nella a-storicità o meglio nello scavo antropologico dei sinottici, apocrifi, agnostici o ‘gnostici’.

Io sono nella fede in Cristo.

Può bastare? Se questo non basta in termini metafisici, allora, volenti o nolenti, si resta cristiani senza chiesa. L’uomo finito di Giovanni Papini trova la sua chiave di lettura nella storia di Cristo in una dimensione metafisica e non clerico – teologica. I Cristiani attraversano una delle stagioni terribili del loro inquieto sostenere il Cristo tra la Croce e la Resurrezione ma occorre coraggio per restituire al Cristo vivente la sua centralità.

La chiesa si mostra con la sua impotenza o con le sue manifestazioni teologiche. Non basta. L’esempio è nella misericordia vera. Il voto di povertà è un donarsi. Cristo è provvidenza. Benedetto XVI ha mostrato il vero volto di Cristo. Un volto sconfitto ma attento. Dall’attenzione verso una fede che sappia essere eresia nei confronti della teologia – storia – ragione è possibile far rinascere il nuovo mistero ontologico che non ha nulla da qualificarsi nei confronti di una epistemologia metafisica.

C’è sempre in atto un processo che non è quello diretto alla teologia manifestata ma nei confronti di Gesù. Le religioni in Occidente e in Oriente non processano le teologie ma pongono un illimitato contrapporsi al messaggio cristiano che esiste al di là della teologia stessa. La Croce è l’incipit dal quale si costruisce una storia.

Nel momento in cui i simboli perdono la loro autenticità tutto si sgretola ed è l’uomo solo che si trova a vivere con il Cristo solo. Da queste solitudini il Vangelo della provvidenza non si pone più la verità, piuttosto le verità, ma si incammina verso la salvezza mai come valore sempre come Grazia.

Siamo sul filo di un burrone. Da una parte c’è la problematica fatica teologica di convincere con le manifestazioni della storia e della ragione. Dall’altra c’è la ribellione dell’inquieto dubbio dell’anima che senza giustificazioni guarda al volto sofferente del Cristo considerato “sconosciuto” a volte e “ignoto” altre volte. Noi abbiamo bisogno del Cristo vivente senza passare per le strade del giudizio che la chiesa propone. Dobbiamo salvare Cristo e Cristo si salva non con la teologia ma con la Grazia e il mistero perché salvando Cristo si salva l’uomo.

Non poniamo al centro del nostro essere l’uomo ma Cristo. Solo gli eretici sono dentro questa disubbidienza ecclesiale ecclesiastica e sono dentro il Cristo orante per noi e noi vincenti in Lui.

Pierfranco Bruni

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