martedì 01 Dicembre, 2020 - 15:18:02

Primitivus manduriensis, la lucertola preistorica scoperta dovuta ad un fossile ritrovato tempo fa in agro di Nardò

Il modello tridimensionale e ricostruzione della vita del Primitivus manduriensis . Il campione viene conservato in sedimenti depositati nella parte più superficiale di una laguna interna della piattaforma di carbonato pugliese e si ritiene che abbia avuto uno stile di vita semi-acquatico. Modello tridimensionale (a) e ricostruzione della vita (b) creato da Fabio Manucci.

Questa nuova specie è stata determinata su un fossile ritrovato tempo fa in agro di Nardò e attualmente conservato al Museo dell’Università Sapienza di Roma. Lo studio è stato condotto dalla dott.ssa Ilaria Paparella, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Università Alberta (Edmonton – Canada) e, fino a poco tempo addietro, afferente anche al Dipartimento di Scienze della Terra, Sapienza Università di Roma. Gli esiti di questo studio evidenziano in modo eclatante il potenziale informativo delle formazioni sedimentarie di questo tratto costiero. Proprio tale potenziale ha da tempo condotto la studiosa a concentrare parte delle sue ricerche sull’area neretina avviando una collaborazione con il Museo della Preistoria di Nardò con il proposito di strutturare, in sinergia con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto, un progetto di studio e valorizzazione dei depositi fossiliferi.

La nuova specie appartiene alla famiglia dei Dolicosauri, lucertole marine dal corpo allungato che vivevano nei mari del tardo Cretaceo. I Dolicosauri sono imparentati con mosasauri e serpenti, quello ritrovato a Nardò è il più recente rinvenuto finora. Prima della scoperta di Primitivus manduriensis si era convinti che il range cronologico entro cui si inseriva la presenza di questi rettili sul pianeta fosse quello compreso tra l’Albiano e il Santoniano (tra circa 110 e 85 milioni di anni fa), ma le rocce dalle quali proviene il nuovo esemplare risalgono invece al Campaniano-Maastrichtiano (circa 70-75 milioni di anni fa). I Dolicosauri sono dunque sopravvissuti almeno 15-20 milioni di anni più di quanto fino ad oggi ipotizzato. Poiché questo esemplare non è stato ritrovato nel corso di scavi sistematici eseguiti da ricercatori è difficile attribuirlo ad uno strato specifico, databile con maggiore precisione.

La morfologia della coda, gli arti “palmati” e altre caratteristiche quali ad esempio il grado di ossificazione delle epifisi delle ossa indicano che anche questo, come gli altri dolicosauri, era in grado di nuotare; sulla base della conformazione della zona pelvica, molto ben conservata, è però possibile affermare che Primitivus poteva muoversi anche fuori dall’acqua. Gli studiosi ipotizzano che questi animali vivessero dunque in un ambiente semi-acquatico, un po’ come le iguane marine attuali.

Normalmente i dolicosauroidi presentano un allungamento di diverse parti della colonna vertebrale, una caratteristica che li avvicina ai serpenti. In effetti anche l’esemplare neretino ha un numero elevato di vertebre, ad eccezione di quelle che si trovano in corrispondenza del tronco.

A rendere ulteriormente eccezionale questo esemplare è lo straordinario stato di conservazione. Oltre alle parti scheletriche, infatti, sono molto ben preservati anche muscoli e scaglie, cosa molto rara in un fossile. Le scaglie sono ben visibili in diverse parti del corpo, quelle di morfologia più allungata, presenti lungo la coda, sono molto simili a quelle che si osservano in parecchi serpenti. Infine, all’interno dello stomaco sono persino ben visibili i resti del suo ultimo pasto, un pesce ovviamente.

Tutti i dettagli di questo fossile hanno permesso all’artista Fabio Manucci di eseguire una ricostruzione dettagliata e assolutamente verosimile di Primitivus manduriensis, permettendoci più facilmente di immaginare anche gli ambienti che caratterizzavano le coste salentine, ed in particolare quelle neretine all’incirca tra i cento e i sessantasei milioni di anni fa.

In strati diversi degli stessi affioramenti calcarei negli anni ottanta del secolo scorso il prof. Sorbini trovò una straordinaria collezione di pesci fossili; questa è in gran parte ancora conservata nel Museo di Scienze Naturali di Verona ad eccezione di 53 esemplari ora visibili nel Museo della Preistoria di Nardò. Altri pesci fossili provenienti dagli stessi affioramenti sono conservati invece presso il Museo dell’Ambiente dell’Università del Salento.

La costa neretina si individua dunque sempre più come luogo privilegiato per comprendere e dettagliare la storia geologica, paleontologica e archeologica più antica e la ripresa delle ricerche in questi ambiti disciplinari è fondamentale per definire un corretto modello di valorizzazione.
Il nuovo studio è stato pubblicato qualche giorno fa sulla rivista Royal Society Open Science ed è possibile scaricarlo al link.

Fonte: museodellapreistoria.com/

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