giovedì 29 Ottobre, 2020 - 2:38:35

Uno smartphone in un dipinto del 1937?

Che ci fa uno smartphone in un dipinto del 1937? Se lo sono chiesto moltissime persone dopo aver ammirato un’opera di Umberto Romano. Il motivo? Il murales presenta un dettaglio curioso: uno dei protagonisti stringe fra le mani un cellulare.

In questi giorni sul web si parla molto del dipinto realizzato da un artista italiano intitolato “Mr. Pynchon and the Settling of Springfield”. L’opera racconta l’incontro del 1630 fra due tribù del New England, i Nipmuc e i Pocumtuc, con i coloni inglesi che provenivano dal Massachusetts. Fra i particolari che attirano immediatamente l’attenzione ce n’è uno che sta facendo molto discutere. Un indiano rappresentato in primo piano stringe fra le mani uno strano oggetto. L’utensile in questione ha una forma rettangolare ed è piatto, mentre l’uomo lo utilizza muovendoci il pollice sopra. Che sia uno smartphone? Se lo sono chiesto moltissimi utenti, impressionati da quella che sembra essere una “predizione del futuro”.

80 anni fa infatti Romano non poteva immaginare che nel 1993 sarebbe stato realizzato il primo smartphone. Escluso anche che ne avesse sentito parlare, visto che i primi progetti risalgono al 1973. All’epoca dunque era impossibile anche solo pensare all’esistenza di un telefono portatile. Qual è dunque la verità?
Dopo tante ipotesi una risposta sembra essere arrivata grazie a Daniel Crown. Il celebre storico è certo che l’oggetto dipinto dal pittore italiano sia un piccolo specchio, molto utilizzato nel XVII secolo. “Potrebbe essere benissimo che l’uomo si stesse specchiando nell’oggetto che aveva in mano – ha svelato -. Quando Romano ha dipinto il murale, l’America era ossessionata dalla nozione di ‘buon selvaggio’. Si tratta di un uomo appartenente a una comunità arretrata attratto dalla modernità, rappresentata da oggetti lucenti”. Di parere diverso il dottor Bruchac, secondo cui sarebbe una lamiera di ferro, compatibilmente con il “genere artistico romantico” a cui appartiene l’opera di Umberto Romano.

Fonte: www.supereva.it

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