lunedì 14 Ottobre, 2019 - 14:55:12
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Dalla destra considerata possibile alla impossibilità di una destra azienda.

Lo scrittore Pierfranco Bruni
Non possiamo far finta che nulla accade e nulla sia accaduto nel corso di queste ore nella vita politica italiana. Gli strumenti della cultura non solo sono strumenti altri rispetto a quelli della politica ma occorre ripristinare, per sconfiggere il superfluo e la mediocrità, il luogo del pensiero e del pensare la vita nella politica. C’era una destra che nel corso degli anni si è costantemente messa in gioco. Una destra che ha guardato con attenzione alle società in cambiamento, ai rapporti tra identità sommerse, eredità e significato etico delle appartenenze.
Una destra che ha cercato di giocare la sua partita sui fatti della dialettica culturale, ponendo come elemento di rapporto nella politica la funzione delle idee. Una funzione non soltanto strategica ma pronta per una elaborazione sul piano del pensiero che avesse come esempio una tradizione laica della vita e un raccordo con la storia e le tradizione del mondo cattolico mai rinnegando un dialogo tra fedi, religioni e scuole altre di pensiero. Ma diventa inverosimile poter oggi discutere o pensare ad una destra “aziendalista” che si pone nel mercato di una democrazia soggettivista, individualista e imperatrice.
Non è qui la destra che volevamo. Non è qui la destra che avevamo cercato di costruire intorno ai grandi dibattiti del riformismo, dell’intelligenza sulla rilettura della storia, sulla visione di un approccio dell’impegno tra comprensione gramsciana e ruolo della cultura come sfida voluta, in anni difficili, da Giuseppe Bottai con la sua rivista “Primato”. Ma quando una tradizione si interrompe proprio sul voler di un incontro tra cultura e politica entrano in fibrillazione i sistemi di un processo che la quotidianità non riesce a recepire.
In una visione tecnocratica e aziendalista la politica del ragionamento (e non solo della ragione o del sentimento) e del libero sviluppo del pensiero non ha più senso. La destra che volevamo ha dovuto fare i conti sia con la mediocrità della politica nella sua complessità sia con la provvisorietà e improvvisazione di una costruzione carismatica che ha tolto spazio al dissenso.
La politica trova il suo tessuto vitale proprio nei vari modi del dissenso e non nell’accentramento monolitico di un pensiero assoluto. C’era una volta un’idea della destra che si contrapponeva certamente ad una idea di sinistra ma su temi che riguardavano la vita, la storia, il tempo, la morte, il sacro, il laico scisso dai laicismo, il lavoro, il sindacalismo.
Certo, i contesti sono mutati e gli argomenti trovano una chiave di lettura completamente disarticolata rispetto a decenni fa ma alla base deve pur esserci il veicolo delle idee che diventa anche modello di comportamento.
Un partito azienda non è né nella storia della destra e tanto meno può rappresentare un modello per il futuro. Il punto è qui e la disputa, nonostante tutto, è su una concezione di una politica non cuscinetto o assorbente ma su una proposta in cui il pensare deve ricostituire un confronto tra ciò che questa Nazione è stata ed è e la capacità della politica stessa nel farsi garante di una libertà non solo istituzionale ma articolata tra uno sviluppo possibile, una economia non percepibile ma reale, una cittadinanza a non escludere.
Non siamo al Dio, Patria e Famiglia. Una triangolarità che resta nella Tradizione. Ma non siamo neppure alla efficienza delle tre “I” aziendaliste. Il cammino da percorrere ruota intorno ai concetti, in sintesi, di Cittadinanza, Partecipazione, Futuro.
Forse saranno in molti a non considerare la precarietà economica di questo particolare momento. L’Italia non vive una economia in rivolta. Vive piuttosto una condizione in cui le famiglie sono costantemente in rivolta proprio per una economia della precarietà che supera i limiti della sussistenza. Una destra che una volta si diceva possibile doveva farsi carico di questi aspetti. Il concetto di destra liberale non si equipara al concetto di destra borghese.
C’è un arricchimento della mediocrità che non può essere parte integrante della nobiltà del pensiero che sta alla base della destra. Ed è facile considerare il fatto che la politica vada gestita come si gestisce l’azienda. Abbiamo contestato, in altre temperie, il concetto di politica come fabbrica o la politica nello scontro – incontro tra ceti operaistico e mondo contadino per dover accettare addirittura il concetto di vita come monitoraggio aziendalista.
No. Non è questa la destra che si voleva. Noi che siamo partiti da una “rivoluzione” delle coscienze ponendo come premessa i processi culturali di una nazione attraverso eredità storiche e identità concianti non possiamo contestualizzarci nel non dissenso. Ecco perché è necessario ritornare ad una politica che abbia le capacità culturali di esprimersi. Meglio essere minoranza in un processo di elaborazione che maggioranza accettante la risultante di un capo assoluto. Credo che quelle culture vive all’interno di ciò che una volta si identificava come destra devono far sentire la loro voce soprattutto in questo particolare momento.
Siamo una generazione che si è formata lungo i tracciati che vanno da Gentile a Moro, da Brasillach a Pound, da Simone Weil ad Albert Camus. Siamo una generazione che ha discusso sulla tradizione cattolica sturziana e sul fallimento delle ideologie.
Una interpretazione della politica come vita in un costante dialogo tra il pensare e l’agire. Non ci deve spaventare di essere minoranza o di restare opposizione in una maggioranza arroccata. Sono le minoranze che tracciano i destini. Forse è una utopia. Ma nella devastante caduta che si attraversa l’unica ragione per ripristinare il senso e l’orizzonte può nascere anche dall’utopia.
Sosteneva Simone Weil: “La verità è costituita dai pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante, unicamente, totalmente, esclusivamente desiderosa della verità”. Consideriamo questa utopia per tentare di definire, forse illudendoci, un nuovo progetto di una politica, sia di destra che di sinistra (perché le categorie ci sono ed esistono ed insistono, nonostante tutto) possibile.
Una destra considerata possibile qualche anno fa non può essere certamente una destra considerata azienda. La destra è stata sempre il luogo del pensare e del fare cultura. Da qui per andare oltre.

Pierfranco Bruni

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