martedì 03 Agosto, 2021 - 23:32:43

I beni culturali non sono oggetti da naftalina nel baule della bisnonna.Cambia l’approccio e sono testimonianza della spiritualità 

Alle origini della Magna Grecia - HistoriaRegni

I beni culturali sono ormai una nuova filosofia di apprendimento che leggono la memoria non rendendola passato. Sono una chiave di lettura che si apre ad una prospettiva rigorosamente di conoscenza oltre qualsiasi dimensione di natura direttamente economica. Se per una volta soltanto pensassimo ai beni culturali come idea filosofica o etica e non economica e non legata ai processi e risultati di costi benefici forse si riuscirebbe a comprendere il legame identità – civiltà.

Si tratta di una questione in cui i modelli di eredità sarebbero profondamente spirituali. Sarebbe necessario partire da questa considerazione per riconquistare il senso di una civiltà che è il tracciato umano di popoli. I beni culturali sono, infatti, tracciati di popoli che restituiscono tempo attraverso il quale si stabilisce un confronto – rapporto tra ciò che una comunità è stata e ciò che vive nel presente.

Nel corso di questi mesi, mesi Covid, mesi lunghi, ormai si può parlare di due anni non compiuti ma di tempo distante e vicino certamente, è mutato anche il concetto di cultura e soprattutto di beni culturali in una complessità di aspetti e di regole. C’è una filosofia dei beni culturali che entra nel pensiero profondo delle culture che le civiltà hanno vissuto.

Cosa è accaduto? È successo che i beni culturali sono diventati tutti immateriali, al di là della schermata dei comparti e delle classificazioni cosiddette scientifiche.

Ovvero beni di civiltà. Beni non usufruibili e visitabili ma vedibili. Non ci si è resi conto che la cultura dell’oggetto,  pur restando oggetto, è trasfigurata verso una concezione metaforica. Quando non si vede realmente o non si tocca l’oggetto perde di oggettualità. Non vuol dire che diventa soggetto. Diventa virtuale. È diventato reale nel virtuale o forse virtuale nel reale. Reale nella conoscenza e virtuale nella fruizione.

Cosa significa ciò? Significa che l’immagine è cresciuta facendo aumentare lo specchio degli immaginari e l’immaginario ha bisogno di fantasia. Non potendo visitare un “campo” archeologico o in castello o una struttura si è entrati nella immagine, nel virtuale toccabile, e quindi siamo stati abitati dal ricordo di un luogo o di una presenza oggettuale inserendo tutto nello spazio tempo pensiero.

Non è un paradosso per eccellenza ma per eccezione. Il ciò che si è manifestato ha trasformato il bene culturale in bene del pensiero, in bene profondamente metafisico. Un modello altro di guardare alla cultura. In una tale consistenza di sguardo ha resistito nel sul piano del mercato oggettuale, in termini allegorici, soltanto il libro.

Il libro è diventato oggetto da toccare con più facilità

Non credo che la cultura, nel contesto del Covid, possa passare in modo indelebile. Lascerà un segno condizionante. La visione delle arti è stata, anche se diversificata o non accettata da alcuni o da molti, ed è una appropriazione d’assieme.

In questa temperie che viviamo da stanziali è da considerarsi ancora di più tale. Ed è tale. ‘economia ha perso il suo peso anche nelle culture. E viceversa. Le culture sono diventate non economiche e la dimensione percettiva immateriale ha preso il sopravvento sul binomio cultura – risorsa produttiva.

La conoscenza e la fruizione sono diventati parametri di una conoscenza – coscienza. La metodologia però è nata proprio da una mancanza di progettualità metodologica in termini anche, soprattutto,  di mercato. Un auto da sé o un auto da fè alla Canetti. Tutto ciò che si leggeva come la cultura verso una risorsa economica si è decodificata come cultura dell’approfondimento delle conoscenze che avremmo voluto toccare nella realtà.

La realtà ha dovuto fare i conti con la verità delle condizioni attraverso un allontanamento dalla fisicità.   È come se si fosse restituito al concetto di bene culturale una sua filosofia. Il distacco ha però ingenerato una distrazione sul piano della vicinanza – lontananza ma non di assenza – dimenticanza. Il bene culturale, comunque, è sempre un apprezzamento di lontananza nel tentativo di recuperare la memoria delle civiltà. In questa fase di tempo le “cose” sono diventate soltanto immagine nella ricerca. È come se dovessimo fare i conti con l’essere delle culture tenendo vigile, però, il pensiero.

Si tratta di un approccio e di un apprendimento

C’è un rischio. La distrazione potrebbe aver mutato il modello di contatto con le culture oppure la costrizione  ha allontanato dalle culture rendendole, appunto, immateriali come immaginario e nel tempo.

Sono fattori non verificabili nell’immediato ma tuttora non classificabili. Cosa cambierebbe? Pensate ai beni culturali, nella complessità, soltanto come idea del “tutto immateriale” e non in una prospettiva economica. Muterebbe la stessa filosofia del bene culturale. Dobbiamo essere preparati ad affrontare una questione nuova sul senso e sul valore di cultura.

E forse non sarebbe male. L’attrazione diventerebbe affascinate ma non avrebbe mercato. Una interpretazione da considerare, anche perché il distacco tra noi e la cultura si fa sempre più immenso. Mi auguro che si possa comprendere e capire la questione.

E la questione non è facile e non è semplice da far entrare nelle linee istituzionali. Il fatto è certo.  È completamente mutato l’approccio tra la cultura e gli uomini. È mutato persino il colloquiare! In tempo di Covid è mutato completamente il rapporto tra i beni culturali, le società e gli uomini.

È bene che si capisca e si usi l’intelligenza della ragione e non il tempo della nostalgia per cercare di affrontare una nuova epoca. I beni culturali non possono più essere considerati la base per rilanciare il profitto, bensì per dare un senso profondo, marcato, al vissuto di una transizione. Si potrà arrivare nuovamente ad un rapporto tra beni culturali ed economia. Ma credo che oggi e il tempo del ripensamento ad una cultura dei beni culturali incentrata non sulle “cose” ma sull’uomo sulle civiltà e sulla vera identità. Una filosofia sulle identità sradicate!

La conservazione dei beni culturali è una idea da naftalina

L’idea della conservazione dei beni culturali è una metafora di un cassetto che custodisce oggetti in naftalina. Per lunghi anni abbiamo avuto una concezione conservatrice. Basta. La storia si consuma nella memoria ed è la memoria che esprime eredità. Cominciamo a custodire la conservazione con la memoria. Non fissiamo l’idea dei beni culturali in oggetti. Virtualizzazione è memorizzazione dell’oggetto in idea. Il tempo della memoria è un tempo senza oggetti ma deve essere un tempo del pensiero. Partiamo da questo presupposto per ricontestualizzare  l’idea del bene culturale.

Una memoria proustiana dentro un concetto immaginario – immateriale della cultura deve essere il presupposto per rimodulare l’approccio alle culture in una temperie di epocali paradossi. Ciò è possibile se non leghiamo la cultura al mercato. Avviamoci verso una diversità di apprendimento e di approccio per non restare impantanati nei luoghi di una economia “falsata”. Non trattiamo i beni culturali come se fossero strumenti per favorire semplicemente l’attività turistica. Comunque. I beni culturali non sono, come già sottolineato, oggetti da naftalina in bauli della bisnonna. Cambia l’approccio e sono testimonianza della spiritualità. Conservarli come oggetti è pressapochismo. Valorizzarli per un obiettivo economico è mercato. La bellezza è filosofia dell’estetica. Vanno valorizzati senza trasformarli in beni di consumo o di mero rilancio economico. Una visione controcorrente? Certo che sì. Non una provocazione. Un  rapporto comparato che dia il significato raffaellita al patrimonio della Umanitas!

Pierfranco Bruni

 

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Notizie su Pierfranco Bruni

E' nato in Calabria. Ha pubblicato libri di poesia (tra i quali "Via Carmelitani", "Viaggioisola", "Per non amarti più", "Fuoco di lune", "Canto di Requiem", "Ulisse è ripartito", "Ti amero' fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio"), racconti e romanzi (tra i quali vanno ricordati "L'ultima notte di un magistrato", "Paese del vento", "Claretta e Ben", "L'ultima primavera", "E dopo vennero i sogni", "Quando fioriscono i rovi", "Il mare e la conchiglia") La seconda fase ha tracciato importanti percorsi letterari come "La bicicletta di mio padre", "Asma' e Shadi", "Che il Dio del Sole sia con te", "La pietra d'Oriente ". Si è occupato del Novecento letterario italiano, europeo e mediterraneo. Dei suoi libri alcuni restano e continuano a raccontare. Altri sono diventati cronaca. Il mito è la chiave di lettura, secondo Pierfranco Bruni, che permette di sfogliare la margherita del tempo e della vita. Il suo saggio dal titolo “Mediterraneo. Percorsi di civiltà nella letteratura contemporanea” è una testimonianza emblematica del suo pensiero. È presidente del Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi”. Ricopre incarichi istituzionali inerenti la promozione della cultura e della letteratura. Ha ricevuto diversi riconoscimenti come il Premio Alla Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri per ben tre volte. Candidato al Nobel per la Letteratura.

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