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I frutti dell’Autunno: Il Cotogno nella storia, nella tradizione e nel mito, tra impieghi medicinali, magici e alimentari

Il Cotogno (dal greco κυδωνιά, nome botanico Cydonia oblonga) detto anche melo cotogno (in latino malum cotoneum) è una pianta della famiglia delle Rosaceae originaria dell’ Asia ma coltivata in tutto il mediterraneo.

Le proprietà delle mele cotogne sono: toniche, antiinfiammatorie, astringenti per l’apparato digerente. Cotte, presentano proprietà lassative; come decotto o macerato, sembra costituiscano un efficace rimedio contro tosse e inappetenza.1 Le mucillagini dei semi, sembrano essere efficaci a livello protettivo contro la disidratazione della cute e svolgere azione di contrasto all’insorgenza delle rughe.2

A Calimera il nome dialettale (cidonèa) trae origine dal greco, così come a Martano e Sternatia (citonèa). Ad Acquarica, Alezio, Brindisi, Francavilla Fontana, Lecce, Manduria, Maruggio, Mesagne, Monteiasi, Parabita, Sava, Torricella e vari altri paesi si usa, come noto, il nome cutùgnu.3

Conosciamo tutti questa bella pianta, i cui frutti, a maturazione autunnale, nella tradizione pugliese erano (e in parte sono ancora) utilizzati per la gustosa cutugnàta (marmellata di mele cotogne cotte). Altro utilizzo tipico delle mele cotogne è quello dell’ arrostirle al forno o al caminetto (situate nella cenere a poca distanza dalla brace), e, ancora, come frutta sciroppata.

La “cotognata” e la “mostarda di uva e mele cotogne” sono inserite dalla Regione Puglia nell’ elenco dei Prodotti Agroalimentari tradizionali.4

Gli antichi greci e romani conoscevano, coltivavano e utilizzavano questa pianta che, difatti, Plinio ritiene esportata dall’isola di Creta, e, particolarmente, dalla città di Cidòne (da qui, il nome greco). Gli antichi romani consumavano il frutto cotto accompagnato dal miele (spesso unito a mandorle e noci) ma ricavavano anche dalla fermentazione delle mele cotogne una bevanda alcolica inebriante. La tradizione della “cutugnàta” risale già ai romani stessi, che con questa marmellata confezionavano dolci e biscotti.

Negli scavi di Oplonti (zona suburbana di Pompei) e a Pompei stesso si trovano spesso raffigurazioni di mele cotogne riprodotte, ad esempio, in un vaso di cristallo, insieme ad altra frutta, o raffigurate tra gli artigli di un orso che è ghiotto di questi frutti.

Oplontis, vaso con mele cotogne


Questo frutto era sacro ad Afrodite ed era simbolo di amore e di fecondità. Gli sposi ne mangiavano i frutti per assicurarsi prole numerosa. Esiodo racconta nella Teogonia che nel Giardino delle Esperidi cresceva un albero dai pomi d’oro, regalo nuziale di Zeus ad Era, e veniva custodito dalle Esperidi e da un drago. Quest’albero è stato identificato nel Cotogno.

Fiori di melo cotogno impiastrati” secondo il Dioscoride sono utili alle infiammazioni degli occhi, mentre se le donne gravide mangiano spesse volte le mele cotogne, partoriscono i figliuoli industriosi, e di segnalato ingegno.”5 Tra le varie proprietà mediche elencate dal Dioscoride, quella di medicamento per i vomiti collerici (ottenuto dal succo di questi frutti), e, ancora, rimedio per la dissenteria.

Considerato frutto salutare e utile sin dall’antichità, i medici del Rinascimento lo raccomandavano anche come efficace antidoto contro gli avvelenamenti.6

Nell’ambito delle credenze magico-popolari, si credeva che un frutto di Cotogno conservato in casa tenesse lontane le streghe, gli orchi e gli incubi.

Secondo la teoria della segnatura (credenza secondo la quale parti di una pianta somiglianti ad organi umani servono a curare quegli organi), la lanugine delle mele cotogne assomiglia ai capelli, quindi il decotto di mela cotogna è utile per lavare il capo quando non vi sono più capelli.7

Nella medicina popolare salentina i semi bolliti in acqua erano utilizzati per attenuare il gonfiore alle mammelle; l’impiastro del fogliame era utilizzato invece per facilitare la maturazione dei foruncoli.8 I frutti lessati o decotti erano utilizzati per regolare le funzioni intestinali, mentre l’infuso delle foglie era usato esternamente, per detergere la pelle infiammata.9

I virgulti del cotogno erano utilizzati nella tradizione contadina per intrecciare cestini, mentre un po’ in tutta Italia i frutti erano utilizzati per dare odore alla casa ponendoli temporaneamente su mobili e armadi.

A causa della sua familiarità e della sua presenza e impieghi nella vita quotidiana, il cotogno è presente, nella nostra tradizione, anche in detti, proverbi, canti, stornelli (e persino in un lamento funebre della Grecìa salentina). Ne elenchiamo a seguire alcuni, ricavati dalla bella ricerca etnobotanica di Domenico Nardone, Nunzia Ditonno, Santina Lamusta:10

  • Quannu lu cutùgnu fiùra e quannu matùra, lu giurnu cu la notte se misura11 (Lecce);

  • Mustàrda, cottu e cutugnata, beddu e bbinchiàtu nà sciurnata12 (Taurisano);

  • Tre cose te nnùtecano calore: le medde, le cutugne e le palòre13 (Lecce);

  • Mmienzu alla chiazza ti Montiparanu nc’è n’arbuscellu ti cutugnu finu; cinca l’è chiantatu stai luntanu, mò mi lu ccuòju iu ca stou icinu14 (Manduria).

 

Gianfranco Mele

 

1 C. Pasquarella, P. Lauro, G. D’Auria, Il Cotogno, Università degli Studi di Napoli, Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia vegetale, s.d.

2 Ibidem

3 Domenico Nardone, Nunzia Maria Ditonno, Santina Lamusta, Fave e favelle. Le piante della Puglia peninsulare nelle voci dialettali in uso e di tradizione, Centro Studi Salentini, Lecce, 2012, pag. 215

http://www.regione.puglia.it/web/agricoltura-e-sviluppo-rurale/prodotti-agroalimentari-tradizionali

5 Pietro Andrea Mattioli, Discorsi, Nel primo libro di Dioscoride, Venezia, 1744, pag. 167

6 Alfredo Cattabiani, Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante, Mondadori, 1996, rist. 2017, pag. 365

7 Alessandro Boella, Antonella Galli (a cura di), Giovanni Tritemio, Il Libro delle Meraviglie, La Lepre Edizioni, 2012, pag. 162

8 Cosimo Perrone, Le forze della natura. Le piante nel territorio gallipolino tra storia, mitologia e folklore, Regione Puglia – CRSEC Gallipoli, pag. 76

9 Domenico Nardone et al., op. cit., pag. 216

10 Domenico Nardone et al., op. cit., pag. 215

11 “Quando il cotogno fiorisce e matura, il giorno con la notte si misura”.

12 “Mostarda, mosto cotto e cotognata, stai bene e sei sazio per una giornata”.

13 “Tre cose amareggiano il cuore: le nespole, le cotogne e le parole” (riferito al sapore aspro del frutto crudo).

14 “In mezzo alla piazza di Monteparano c’è un alberello di Cotogno particolare, chi lo ha piantato è lontano, ora lo raccolgo io che son vicino”.

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Notizie su Gianfranco Mele

Gianfranco Mele
Sociologo, studioso di tradizioni popolari, etnografia e storia locale, si è occupato anche di tematiche sociali, ambiente, biodiversità. Ha pubblicato ricerche, articoli e saggi su riviste a carattere scientifico e divulgativo, quotidiani, periodici, libri, testate online. Sono apparsi suoi contributi nella collana Salute e Società edita da Franco Angeli, sulla rivista Il Delfino e la Mezzaluna e sul portale della Fondazione Terra d'Otranto, sulla rivista Altrove edita da S:I.S.S.C., sulle riviste telematiche Psychomedia, Cultura Salentina, sul Bollettino per le Farmacodipendenze e l' Alcolismo edito da Ministero della Salute – U.N.I.C.R.I., sulla rivista Terre del Primitivo, su vari organi di stampa, blog e siti web. Ha collaborato ad attività, studi, convegni e ricerche con S.I.S.S.C. - Società Italiana per lo Studio sugli Stati di Coscienza, Gruppo S.I.M.S. (Studio e Intervento Malattie Sociali), e vari altri enti, società scientifiche, gruppi di studio ed associazioni.

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