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Vogliamo anche le Mimose

Un famoso slogan propagandistico ideato nel 1912 da delle operaie tessili per partecipare a un lungo sciopero settimanale nel Massachusetts, diceva Vogliamo il pane, ma anche le rose, dove il pane sta per LAVORO e le ROSE stanno per rispetto, due parole queste pane e rose che ancora molto spesso vengono a mancare purtroppo nel genere femminile. È proprio a questo slogan che si ispira Alina Marazzi per realizzare il suo doc Vogliamo anche le rose, sulla condizione femminile tra gli anni ’60 e gli anni ’70, ricostruendo tutto con testimonianze, foto ,lettere ,diari e conversazioni dell’epoca.
Ma facciamo un breve excursus della storia dei diritti umani acquisiti dalla donna nel tempo.

Vogliamo Anche le Rose di Alina Marazzi 2007

Innanzitutto iniziamo col dire che solo nel 1945 il Regno d’Italia istituì il suffragio femminile e le donne potettero finalmente votare alle amministrative, alla vigilia della nascita della Repubblica Italiana nel 1946. Per la prima volta vanno alle urne (se hanno compiuto 21 anni) e per la prima volta possono essere elette (se hanno più di 25 anni). Uniche escluse le prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione. Il primo Stato ad introdurre il diritto alle donne di votare fu la Nuova Zelanda nel 1893. La Gran Bretagna introdusse il suffragio universale nel 1918. Negli Stati Uniti, con limitazioni di censo e alfabetizzazione, invece si iniziò nel 1920. Noi come al solito arriviamo sempre in ritardo.

10 marzo 1946, le donne finalmente al voto

Nel settembre 1944 a Roma venne istituito l’UDI, Unione Donne Italiane, e si decise di celebrare il successivo 8 marzo la giornata della donna nelle zone liberate dell’Italia. Dal 1946 è stata introdotta la mimosa come simbolo di questa giornata. Questo fiore fu scelto perchè di stagione e poco costoso.

Il femminismo tra movimento di emancipazione femminile e movimento di liberazione

Dopo il referendum sul divorzio del 1974, dopo la riforma del diritto di famiglia con la legge 151/1975 con cui venne riconosciuta la parità giuridica dei coniugi, perché fino al 1942 la moglie era completamente soggetta al marito, e venne abrogato l’istituto della dote, venne riconosciuta ai figli naturali la stessa tutela prevista per i figli legittimi, venne istituita la comunione dei beni, e dopo il referendum sull’aborto con la legge 194 del 22 maggio 1978, che fino al 1975 in Italia abortire era ancora un reato, e comportava molti rischi per la madre, oltreché possibili conseguenze legali, si arriva poi alle disposizioni sul delitto d’onore che venne abrogato solo nel 1981, cioè l’altro ieri, e che diceva: Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella, nell’atto in cui ne scopre la illegittima relazione carnale e nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni, quindi la presunta tempesta emotiva citata nella sentenza della Corte d’appello di Bologna, che ha visto ridurre la pena all’omicida reo confesso della sua ex, dovrebbe far pensare che il delitto d’onore ancora esiste, altroché.

Su tutto ciò ironizza, anche se con un fondo di tragico realismo, anche il nostro Cinema migliore, con film storici come Divorzio all’italiana, di Pietro Germi, con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli, tratto dal romanzo Un delitto d’onore di Giovanni Arpino, poi ricordiamo Sedotta e abbandonata sempre di Germi, del 1964, con Stefania Sandrelli e Saro Urzì; La ragazza con la pistola, di Mario Monicelli del 1968 con protagonisti Monica Vitti e Carlo Giuffrè; La moglie più bella, del 1970, di Damiano Damiani che, segnando l’esordio assoluto nel cinema italiano di Ornella Muti come protagonista, all’età di soli 14 anni, è ispirato alla storia di Franca Viola, la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore, che divenne simbolo della crescita civile dell’Italia nel secondo dopoguerra e dell’emancipazione delle donne italiane; e come non ricordare Pasqualino Settebellezze, del 1976, con Giancarlo Giannini, in cui Lina Wertmuller trattò il delitto d’onore in epoca fascista, poi nominato per quattro Premi Oscar nel 1977.
Purtroppo si calcola che dal 2000 a oggi le donne vittime di omicidio volontario nel nostro Paese sono state circa tremila!

Una scena dal film: Sedotta e abbandonata di Pietro Germi, del 1964, con Stefania Sandrelli e Saro Urzì

A livello internazionale invece l’8 Marzo si festeggia la Festa della Donna per ricordare il tragico evento dell’incendio nel 25 marzo 1911 della fabbrica di camicie Triangle Waist Company ( e non la Cotton ) che occupava gli ultimi tre piani di un palazzone di Washington Place di New York, dove, come raccontano le cronache dell’epoca, perdettero la vita 146 donne tra i 15 e i 25 anni, ovviamente sfruttate e sottopagate, di cui 39 erano italiane, immigrate a New York, mentre le altre erano ebree scappate dalla Russia per sfuggire i terribili pogrom del regime.

25 marzo 1911 Incendio della fabbrica di camicie Triangle Waist Company a New York

In “Quella svista sull’8 marzo”, Corriere della Sera, 8 marzo 2004, si racconta la vicenda di quel maledetto venerdì quando scoppiò l’incendio all’ottavo piano per poi propagarsi al nono e al decimo. Tale fu l’ansia di riuscire a salvarsi che le donne si riversarono in massa sulla scala anti incendio che presto crollò sotto il forte peso, altre salirono all’ultimo piano ma il fuoco arrivò anche lì, «La folla da sotto urlava: “Non saltare!”», scrisse il New York Times. «Ma le alternative erano solo due: saltare o morire bruciati». E si presentarono davanti agli occhi immagini e scene che poi si sono riviste sempre a New York nel disastro delle Twin Towers del famoso 11 settembre 2011.
Ovviamente, come racconta il New York Times, i proprietari della Triangle vennero tutti assolti. C’est la vie!

Jenne Marasco

 

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Notizie su Jenne Marasco

Jenne Marasco
Jenne Marasco nata a Sava dove tutt’ora risiede. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università di Lecce, Indirizzo Storico Artistico. Ha conseguito la maturità scientifica al Liceo De Sancits Galilei di Manduria. Ha lavorato in ambito culturale per Eventi e Festival di Cinema occupandosi di Comunicazione, Ufficio Stampa, Organizzazione, Recensioni di Cinema e di Storia del Territorio. Ha collaborato alla realizzazione di documentari su personaggi di rilievo come il poeti e artisti salentini, e su tematiche storiche dedicate alla memoria. Ha collaborato come assistente alla regia al documentario “Viviamo in un incantesimo” (omaggio a Vittorio Bodini 2014). Ama molto leggere ha la grande passione della scrittura.